Interrogare l’Animismo

di Graziano Graziani

Testa di Buddha incastonata in un albero di Banyan, Ayutthaya, Tailandia
Testa di Buddha incastonata in un albero di Banyan, Ayutthaya, Tailandia

Con il suo «prospettivismo cosmologico» l’antropologo brasiliano Eduardo Viveiros de Castro prova a ribaltare l’idea, data per assodata, che l’antropologia e le scienze sociali ad essa connesse debbano avere come fulcro della propria ricerca e della propria riflessione la sfera umana e le sue costruzioni culturali (1). È una connessione – evidente fin dal nome – che indubbiamente descrive i suoi esordi e le sue evoluzioni novecentesche, ma che non rende conto degli sforzi che la disciplina sta facendo negli ultimi decenni per intersecare saperi che siano in grado di tracciare uno sguardo diverso sull’esperienza umana. Complice più o meno consapevole dell’edificazione di uno sguardo eurocentrico e coloniale, l’Antropologia ha saputo nel tempo rivoluzionare se stessa e trasformarsi in un campo di pensiero critico che ha aiutato a mettere in evidenza tutte le storture di quello sguardo sul mondo e la sua ideologia travestita da universalismo. Oggi, però, questo ribaltamento non sembra essere più sufficiente a rispondere alle sfide del presente. Assieme a Déborah Danowski, Viveiros de Castro ha realizzato un volume intitolato Esiste un mondo a venire? Saggio sulle paure della fine (2) che, con l’insorgere della pandemia da Covid, a cavallo tra il 2019 e il 2020, ha mostrato tutta la sua chiaroveggenza nell’interrogare l’idea di fine dei tempi a ridosso di una narrazione dilagante, quella dell’apocalisse climatica, cercando di rispondere alle paure di un Occidente rimasto senza parole e senza narrazioni adeguate attraverso un’interrogazione della cosmogonia degli indios dell’Amazzonia. Miti e prospettive del genere spostano l’essere umano dalla centralità che le narrazioni religiose prima e positiviste poi gli hanno attributo, e provano a colmare il solco che il pensiero occidentale ha scavato tra l’essere umano e l’ambiente, ad esempio, o tra questi e gli altri animali non umani. Il racconto che gli umani fanno di loro stessi, come vertice di una catena evolutiva che possiede il diritto – animale o divino che sia – di manipolare l’ambiente circostante a proprio vantaggio, è parte integrante del modello di pensiero che ha sostenuto il modello produttivo capitalista e che ha innescato la crisi ambientale che stiamo vivendo. L’uomo, in realtà, non vive al di sopra del proprio ambiente naturale, ma ne è parte, ed è parte di quella fitta rete di relazione che sostanzia quello stesso ambiente. Le scienze biologiche, ma anche la fisica, ce lo raccontano oramai da tempo, eppure ci mancano le parole, ci manca un vocabolario adatto a descrivere la frattura che questa epoca di sconvolgimenti ecologici e culturali ci pone davanti agli occhi. Un vocabolario in grado di ricollocare l’essere umano all’interno di un sistema complesso di cui fa parte. Gli ecologisti più avveduti intendono proprio questo quando problematizzano le retoriche vigenti sulla questione ambientale: dire “dobbiamo salvare il pianeta” è un’espressione senza senso, perché la Terra proseguirà la sua corsa anche senza di noi, e così farà la vita sul pianeta: quello che rischiamo di creare, se non invertiamo la rotta dei modelli produttivi, è un ambiente incompatibile con la nostra esistenza di primati, le cui funzioni biologiche hanno bisogno di una temperatura ottimale non troppo distante dai venti gradi centigradi.

Ma come fare a costruire un simile vocabolario? Viveiros de Castro, e molti altri antropologi con lui, hanno provato a interrogare quelle culture che non hanno operato una cesura netta tra l’esperienza umana, quella animale e quella vegetale. Tra queste, oltre alla cosmologia amazzonica, c’è l’animismo. “Animismo” è un termine ombrello che racchiude una vasta serie di credenze che afferiscono alle religioni tradizionali, ma non sta ad indicare una religione vera e propria, piuttosto quell’attitudine ad attribuire qualità spirituali a ogni essere vivente, ma anche ad oggetti inanimati e fenomeni naturali, in una fitta trama di relazioni che, in certi ambiti, viene definita “panpsichismo”. Interrogare l’animismo, tuttavia, non significa assumere in blocco una prospettiva tradizionale, quanto cercare in essa – o in esse – un modo differente di guardare al mondo e di relazionarvisi. E, non meno importante, un modo diverso di concepire se stessi, e l’esperienza umana nel suo complesso, posizionandola all’interno di questa rete di relazioni, facente indissolubilmente parte di essa. Non si tratta quindi di “recuperare” alcunché – e in questo senso è del tutto superflua l’annotazione che rintraccerebbe nel termine, coniato in epoca recente, una sua non assonanza con specifiche credenze religiose tradizionali. Si tratta piuttosto di “interrogare” e provare ad allargare la prospettiva.

In questo numero di 93% proviamo a farlo grazie al contributo di due antropologi italiani, Andrea Staid e Emanuele Fabiano, che con le loro riflessioni tracciano le coordinate di un “salto di paradigma”, in grado di rovesciare le prospettive predatorie del capitalismo odierno e della sua incarnazione “estrattivista” – modello economico che ha un profondo impatto proprio su quelle terre abitate da comunità che praticano saperi e prospettive tradizionali. Spaziando dal Sudest asiatico e il rapporto degli indigeni con la “casa vivente”, fino alla concezione del petrolio come “linfa” della comunità Urarina, nell’Amazzonia peruviana, le testimonianze raccolte da Fabiano e Staid ci forniscono uno sguardo diverso, radicalmente altro, sull’ambiente e sulle questioni economiche che impattano su di esso.
Ci spostiamo in Africa con gli altri due articoli, che restituiscono il pensiero e la visione di due autori di letteratura, la scrittrice mozambicana Paulina Chiziane – prima donna nera del paese a pubblicare un romanzo – e il poeta e documentarista angolano Ruy Duarte de Carvalho. La prima, in un’intervista che affronta il tema del mito, parla della visione animista e spirituale, e di come questa visione influenzi non solo la sua scrittura, ma la trama di relazione tra uomini e donne, tra neri e bianchi. Il secondo, nato portoghese ma naturalizzato angolano a partire dall’indipendenza del Paese nel 1975, ha provato a stilare negli ultimi anni della sua vita un manifesto provocatorio, che prova a metter in luce le contraddizioni del pensiero “umanista” e cerca di tracciare una prospettiva “neoanimista”, che partendo dai saperi tradizionali apra squarci di senso per leggere il presente in crisi e, possibilmente, tracciare delle prospettive per il futuro.


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1. E. Viveiros de Castro, Prospettivismo cosmologico in Amazzonia e altrove (Quodlibet, 2019)

2. D. Danowski, E. Viveiros de Castro, Esiste un mondo a venire? Saggio sulle paure della fine (Nottetempo, 2017)