Il museo e la trasmissione dei saperi

di Graziano Graziani

In foto: l'opera dell'artista, attivista Laetitia Ky “Pow'hair (instead of power)” - c-print, mounting on diasec-plexiglass satin 75x50 cm, 2022. Edition of 5 + 2 AP
In foto: l’opera dell’artista, attivista Laetitia Ky “Pow’hair (instead of power)” – c-print, mounting on diasec-plexiglass satin 75×50 cm, 2022. Edition of 5 + 2 AP

Come l’acqua in cui nuotano i pesci di un famoso proverbio cinese è invisibile ai pesci stessi poiché essi vi sono immersi, la respirano, vi si muovono dentro, così le implicazioni dell’epoca coloniale rimangono spesso invisibili agli occhi di chi vive in un Paese che ha avuto un passato colonialista. Le strutture culturali attraverso cui gli Stati costruiscono l’identità collettiva nazionale sono il frutto di scelte narrative che esaltano pezzi di storia e ne escludono delle altre, ma che, nonostante ciò, spesso si presentano come frutto di una conoscenza a vocazione universalistica, o impregnata sull’assunto oggettivista del razionalismo scientifico, finendo per replicare modelli che invece sono storicamente e geograficamente determinati. E spesso determinati sulla base di precisi rapporti di forza.
Il museo, non solo quello etnografico, è un’istituzione culturale che incarna in modo evidente questa frattura tra la narrazione universalistica dell’Occidente e la pluralità dei punti di vista e della presa di parola che ci mette di fronte un presente postcoloniale e pluricentrico. Nella sua pretesa di “racchiudere e conservare la conoscenza”, di preservare le tradizioni culturali o le loro tracce ad uso e consumo delle popolazioni europee e nordamericane che dovrebbero istruire, il museo nasce come evidente estensione del pensiero coloniale, e finisce per replicarne i modelli e le scale di valore anche quanto cerca di incarnare una missione universale.
Se il colonialismo europeo non avesse operato una distinzione netta e violenta tra la civiltà dei colonizzatori e quella dei colonizzati, ripercorrendo la più antica distinzione tra animali e umani, o tra umani acculturati e umani ancora avvinti dallo stato di natura, si sarebbe sviluppato comunque un sistema conservativo come quello del museo? O forse il sistema conoscitivo tra una cultura e l’altra avrebbe seguito modelli differenti da quelli dell’accumulo, della sottrazione al fluire della storia, per congelare il tempo perduto di un “passato” – quello delle popolazioni indigene – che appare allo stesso tempo incivile ma anche ammantato di un’aura mitica di nostalgia agli occhi del “presente” moderno e tecnologico dell’Occidente?

Per provare a rispondere a questi interrogativi e, allo stesso tempo, per illuminare la frattura che aprono nel nostro sistema di conoscenza, abbiamo chiesto ad alcune studiose, antropologhe e attiviste di raccontarci, in questo numero di «93%», il processo di decolonizzazione che sta investendo i musei in Europa, tra resistenze culturali ed eccezioni di carattere politico. La messa in crisi del ruolo “universale” che il museo rivendicava per sé stesso (e che istituzioni come il British Museum ancora rivendicano) apre interrogativi sul senso stesso dell’esistenza di una forma museo in senso tradizionale, che portano a considerazioni più o meno radicali sul ripensamento di questa istituzione alla luce di nuovo modo di guardare alla storia, alle culture e ai rapporti di forza.
Maria Pia Guermandi e Giulia Grechi – intervistata da Andrea Staid – riflettono proprio su quella frattura di senso, interrogandosi su quali possono essere i modi più appropriati per gestire oggi un patrimonio che ha a che fare con il passato coloniale e la sua storia di appropriazione, senza nascondere questo passato e anzi utilizzandolo come volano per aprire queste istituzioni a nuove possibilità, che hanno a che vedere con nuove modalità curatoriali, da un lato, e dal coinvolgimento delle comunità da cui i patrimoni culturali provengono, dall’altro. C’è poi il tema delle restituzioni del patrimonio trafugato durante il periodo coloniale – su cui fa un punto Silvia Iannelli – che procede a singhiozzi e tra le polemiche, nonostante la rinnovata consapevolezza con cui le nazioni europee, o almeno alcune di esse, stanno trattando ultimamente la questione. E arriviamo infine al presente, perché la questione del modello museale interroga anche l’arte contemporanea, e lo spazio e le pratiche che artiste e artisti mettono in campo per ripensare i modelli di conoscenza e narrazione dominanti: Mackda Ghebremariam Tesfau’ ha partecipato a fine maggio alla «Black Arts Movement School Modality», una settimana di approfondimenti e incontri svoltasi al Museo delle Culture di Milano, che ha l’obiettivo di creare dialogo tra generazioni e saperi legati all’ambito artistico, curatoriale e dell’attivismo. Un modello di studio – a partire dal focus dell’arte, del museo e della sua decostruzione in chiave postcoloniale – che intende «mettere mano nell’archivio coloniale» per far emergere il rapporto tra «cultura dominante» e «culture dominate» nella trasmissione delle conoscenze, cercando di inventare spazi autonomi per queste ultime.


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Ringraziamo l’artista attivista Laetitia Ky e la LIS10 Gallery che ci hanno permesso di utilizzare per la copertina di questo numero la foto che abbiamo scattato alla Biennale arte di Venezia e che ritrae l’artista nell’opera “Pow’hair (instead of power)” – c-print, mounting on diasec-plexiglass satin 75×50 cm, 2022.
Con l’occasione segnaliamo che Laetitia Ky il 20 giugno sarà presente al finissage della mostra Who’s That Woman? curata da Alessandro Romanini presso la LIS10 Gallery di Parigi e prossimamente le sue opere saranno esposte alla Tate Modern di Londra.