Oh, migliore dei mondi possibili, dove sei adesso?

di Graziano Graziani

"Change le monde, trouve la guerre" di Fabrice Murgia, regia Thea Dellavalle, foto di Federico Pitto
“Change le monde, trouve la guerre” di Fabrice Murgia, regia Thea Dellavalle, foto di Federico Pitto

Il G8 di Genova è stato un evento spartiacque per più di una generazione. Dopo le violenze del luglio del 2001 molte cose sono cambiate nel modo in cui concepivamo il mondo, la democrazia e il futuro. Nella coscienza italiana e internazionale i fatti di Genova restano, come venne scritto sul rapporto di Amnesty International, «una violazione dei diritti umani di dimensioni mai viste nella recente storia europea». Eppure, nemmeno due mesi dopo, il mondo si trovò a parlare di altro. L’attentato alle torri gemelle di New York spostò violentemente il fulcro del dibattito mondiale e proiettò le società occidentali in una nuova stagione di cui tutt’ora viviamo gli effetti: guerra globale, terrorismo internazionale, esportazione della democrazia sono stati gli elementi che hanno accompagnato il progetto di globalizzazione economica che i potenti della terra disegnavano in quegli anni, tra Genova e Seattle. I fatti di Genova sono stati, forse, l’ultima estrema propagine del Novecento, un secolo di cui – sia pure con forti innovazioni – i movimenti dell’epoca portavano i segni: internazionalismo, fiducia nella protesta di piazza come nei diritti democratici, interlocuzione con la politica mescolata alla contestazione radicale, l’idea sostanziale che tutti questi elementi insieme avrebbero aperto la strada a un mondo diverso e davvero più giusto rispetto alla realtà di quegli anni, che i sostenitori del tatcheriano «there is no alternative» spacciavano per il migliore dei mondi possibili, incuranti dell’ironia con cui già duecentocinquanta anni prima Voltaire aveva seppellito simili affermazioni.
L’attentato alle Twin Tower rimise violentemente in moto l’orologio della storia, che sembrava finita agli occhi dei teorici come Fukuyama ma anche a chiunque utilizzasse i parametri novecenteschi per osservare il mondo. Se il secolo breve si era concluso a Berlino nell’89, la pausa che la Storia si era presa era durata nemmeno dodici anni, e adesso il nuovo secolo premeva per prendere la scena con un nuovissimo campionario di crisi – quella climatica, quella nei nazionalismi, quella del neocolonialismo economico – e di conflitti.
Oggi, a vent’anni dal luglio in cui, per la prima volta dal 1977, un cittadino italiano perse la vita per mano della polizia durante una manifestazione, in molti hanno speso inchiostro e ragionamenti per raccontare quanto, di quel futuro a tinte fosche, era stato preconizzato proprio dai movimenti che avversavano un’idea ottimistica della globalizzazione – il cui ottimismo, ça va sans dire, era piuttosto pompato dagli appetiti delle grandi imprese transnazionali e dei governi che ancora riponevano, con granitica e novecentesca convinzione, una fiducia ferrea nel dogma della crescita economica illimitata (in un pianeta dalle risorse limitate, così si diceva all’epoca e così oggi appare drammaticamente evidente). È una considerazione giusta ma purtroppo magra, che lascia sul campo idee ed energie che non hanno trovato ascolto quando era il momento di averlo.
Ci sarebbe poi da fare anche un altro discorso: quanto, a partire dalla deflagrazione di quel momento, che ha zittito un’ondata mondiale di protesta e mobilitazione, si sia cominciato a delineare lo scenario politicamente confuso con cui oggi facciamo i conti. Da quel magma di idee e di esseri umani, dalla loro disconnessione, sono uscite certamente alcune delle battaglie di oggi, come quella sul clima, ma nel vuoto politico che si è venuto a creare alcuni temi sono stati intercettati dai sovranismi e da movimenti tutt’altro che legati al cambiamento sperato. Lo scenario politico è in frantumi, le categorie di destra e sinistra sono evaporate, anche a partire dal grande vuoto che si è venuto a creare dopo Genova nell’immaginario politico.
E poi c’è la città, che ha portato in questi anni il peso di essere stata il “teatro della tragedia”, schiacciata nella sua narrazione su fatti che l’hanno usata, sovrastata, violentata.

Per fare i conti con i venti anni che ci separano dal G8 del 2001 (e mentre scrivo questo editoriale un G20 è in corso a Roma, con l’eterno obiettivo di disegnare un nuovo ordine mondiale, stavolta a partire dalle ferite della pandemia e delle svolte unilaterali degli Usa di Trump, sconfessate dal suo successore), siamo partiti proprio da questi tre possibili sguardi. Abbiamo chiesto a uno dei protagonisti dell’epoca, Lorenzo Guadagnucci, giornalista e vittima di tortura alla scuola Diaz durante i giorni del G8, di provare a tracciare un bilancio di quell’esperienza, cercando di soffermarsi non tanto sulle ragioni di allora, quanto sulle anticipazioni dei temi che oggi ci troviamo ad affrontare. Abbiamo poi chiesto a Giuliano Santoro – che da giornalista ha seguito il decorso giudiziario dei fatti di Genova e, successivamente, ha analizzato la nascita e l’affermazione di un movimento di nuovo tipo come quello dei Cinque Stelle – di ragionare attorno alla deflagrazione dei temi del popolo di Genova, raccontando come è stato riempito quel vuoto che si è venuto a creare.
A Michele Vaccari, romanziere, abbiamo chiesto di fare un racconto della città, delle cicatrici che porta a partire da quei fatti (e non solo da quelli), un invito che lo scrittore ha raccolto mettendo nero su bianco una lunga invettiva.
E siccome Genova è anche materia di immaginario, di ferite profonde che quei giorni hanno lasciato nell’orizzonte politico come in quello democratico, non potevamo non raccontare anche il progetto che il Teatro Nazionale di Genova ha realizzato per fare i conti con questi venti anni che separano la città dagli eventi dell’epoca (separano senza davvero recidere il legame). Un rito laico, di riflessione collettiva, condensato in una lunga maratona di nove spettacoli originali che affrontano il G8 e la distanza che ci separa da esso, raccontati e analizzati da Giuseppina Borghese. Che intervista anche Andrea Porcheddu – che ha contribuito assieme a Roberto Castello a far nascere 93%, e di cui siamo felici di ritrovare lo sguardo acuto e attento –, che oggi ricopre il ruolo di dramaturg del teatro e questo progetto lo ha ideato, a partire dalla volontà del direttore Davide Livermore di prendere voce, in modo forte e con i mezzi del teatro, su questo anniversario così doloroso per la città.

Sono sguardi e prospettive diverse, che certo non esauriscono la questione – vastissima – che hanno lasciato aperta i fatti di Genova, ma ci restituiscono degli interrogativi utili per capire il nostro presente. Il senso di attraversare una pagina, dolorosa ma comunque passata, della nostra storia recente è tutto lì. Non commemorare, non restare ancorati al passato, ma continuare a domandarci, e a farlo per interpretare il presente e disegnare prospettive per il futuro.


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* Le foto che illustrano l’intero numero, realizzate da Federico Pitto, ritraggono la scena di sei dei nove spettacoli della manifestazione “G8 Project”, ideata dal Teatro Nazionale di Genova, di cui parliamo negli ultimi due articoli.