nel silenzio

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di Company Blu (Charlotte Zerbey e Alessandro Certini)

Charlotte Zerbey e Alessandro Certini a Tempi di Reazione, SPAM! 2018 – ph R. Castello

L’improvvisazione è una materia e una pratica scenica che da molto tempo ci è familiare e che abbiamo sviluppato nel nostro lavoro, sia con modalità estensive e totalmente aperte, sia all’interno di spettacoli strutturati e/o coreografati.
In generale, al di là delle produzioni di spettacolo e delle nostre stesse specifiche performance, riconosciamo all’improvvisazione il ruolo di motore dell’atto creativo. Essa gioca un ruolo fondamentale in scena e guida il percorso/processo attraverso cui prendono “forma/e/frase” le azioni radicandole nella realtà del momento presente. Potremmo dire che l’improvvisazione guida la ricerca del vivo rapporto tra il performer e il presente. Per questa ragione la consideriamo al centro e alla base di qualsiasi, più o meno dichiaratamente, produzione artistico-performativa d’arte e cultura, in particolare contemporanea.
I percorsi dell’improvvisazione in ogni sua forma sono materia complessa che si pone in continuo cambiamento e in una dialettica tra anticipazione e rivelazione. In ogni ambito si voglia guardare, alla fine sono processi legati alla soggettività, alla follia creativa degli artisti che la praticano, ma anche agli altri, come gli spettatori davanti a cui ci presentiamo; almeno così è come noi proponiamo e vorremmo fossero percepiti i nostri spettacoli.
L’improvvisazione, la sua forza d’immediatezza e il suo contenuto di “rischio”, pone e promuove con chiarezza una domanda sul senso libero della realtà. Una libertà che, ci rendiamo conto, in tanti casi può spaventare. Il suo valore e il punto di partenza è però nel senso reale di una libertà piena in cui viviamo in ogni attimo presente, prima che ciò si archivi in un momento trascorso, in un rischio presente-passato, indipendente dal bene e dal male. L’improvvisazione è la scelta di farci portatori di questa domanda, artisticamente condividiamo il rischio posto sempre un passo avanti al calcolo: in scena agiamo, non ci rappresentiamo, come nella vita reale del resto.
Si tratta di una scelta pratica, per certi versi a-linguistica, diversa da altri eventi socioculturali che spesso hanno la funzione di depotenziare questi rischi della libertà che improvvisamente potrebbero imporsi nella realtà e impadronirsi del destino di ciascuno. Nell’improvvisazione la base socioculturale e artistica è limitata all’esser-ci, agli artisti-interpreti i quali sono composizione e autore, espressione del singolo e di gruppo, strumento ed esecuzione dell’opera… Tutto nello stesso tempo.

A differenza di altre nostre performance totalmente aperte, dove la presenza dei musicisti in scena gioca spesso un ruolo chiave nella dinamica dello spettacolo, con nel silenzio abbiamo deciso di non aver musica. Il motivo è semplice: accrescere il tempo per ascoltare e per far ascoltare, lavorare sull’ascolto della durata, sulla percezione orizzontale del tempo. Questa scelta è maturata da una riflessione sullo spazio. Per un danzatore lo spazio è molto importante, è il foglio bianco, la creta in base alle cui caratteristiche può cambiare tutto, il possibile e l’impossibile.
Considerata la particolare natura dell’improvvisazione, vitale e duttile rispetto all’istante, abbiamo pensato che lo spazio raccolto di SPAM! avrebbe risuonato facilmente (anche senza musica) non solo del nostro umore ma anche dell’umore degli spettatori. Così da poterci permettere di passare agilmente dal senso del gesto musicalmente a tempo, al senso del corpo fisicamente nel tempo. Abbiamo voluto favorire quindi per questa performance un pensiero fisico asciutto ed essenziale, in sostanza privilegiare “nel silenzio” il discorso tra scena e platea sull’esser-ci.

Nel lavoro d’improvvisazione spesso il danzatore non segue esclusivamente una propria linea, non impone la propria “autorialità”, non potrebbe neppure farlo poiché finirebbe per subirla come una limitazione e perché il gioco, il play dello spettacolo, andrebbe perduto.
Il fraseggio della danza è costruito e decostruito in modo collettivo e il pubblico è parte fondamentale di questa costruzione circolare a fasi variabili. Questo approccio inclusivo di ascolto tra performer e pubblico incide infatti sia sulle scelte nello spazio sia sul tempo della narrazione coreografica.
nel silenzio è stato un percorso per mettere in evidenza questi aspetti dell’improvvisazione, della creazione istantanea, per noi fondamentali. Una prova per rendere in un certo senso tattile “nel silenzio” la percezione del tempo e la condivisione, una lettura di relazione, con l’altro/gli altri in cui il pensiero e l’immaginario prodotto dal corpo umano sono l’unità narrativa portante (movimento, vocalità, parola) che si cala nell’attenzione dinamica al contesto e, enunciando «con-te-sto» collettivamente gli spazi s’aprono in forma d’improvvis’azioni.

(Alessandro Certini)

Back-stage di nel silenzio

Una performance d’improvvisazione si compone di decine di elementi e fasi variabili interposte tra una richiesta-proposta, che in un certo senso è già parte dell’ideazione, e lo spettacolo finale davanti agli spettatori.

“nel silenzio”

Alessandro risponde al telefono, è Roberto (Castello).
Roberto sta lavorando a “Tempi di Reazione”, una rassegna di cui descrive le motivazioni chiedendo consiglio per alcuni artisti ospiti tra i quali ci sono nostri vecchi collaboratori e colleghi. Ci propone di partecipare. Magari in una serata condivisa con Tristan Honsinger, violoncellista e amico di vecchia data, in trio con Sanna (chitarra) e Ricci (fiati).
Alessandro propone un duo con me (Charlotte) “nel silenzio”, cioè senza musica, prima del loro concerto. Un’improvvisazione. La rassegna è dedicata a questo.
Passano due mesi e tra gli impegni e le attività della compagnia (e della vita), già sapevamo che avremmo improvvisato la sera stessa del 9 dicembre 2018 nello spazio performativo SPAM!.

Why not…

Nell’improvvisazione è essenziale aver presente la provenienza delle azioni e il loro contesto. Bisogna capire se si agisce secondo convenzioni, abitudini, oppure se si indaga o ci si sta radicando in una motivazione ben precisa.
Così anche nell’esecuzione di una tecnica di danza è importante capire se è sviluppata esclusivamente dalla ripetizione e dalla pratica, come per esempio il gesto di salire sulla mezza punta ereditato dalle prime lezioni di balletto, oppure se è piuttosto parte di un linguaggio ormai guidato dalle necessità del discorso danzato.
Una grossa parte dell’improvvisazione non è volta a celebrare la composizione e la costruzione in danza, anzi. L’improvvisazione si nutre molto dello sciogliere e del de-costruire le eredità che inevitabilmente entrano nelle varie fasi del percorso intrapreso.

…or not

A New York ho collaborato con il gruppo musicale Trigger per un’improvvisazione. Ricordo che, durante la fase di ideazione, alla fine di ogni frase si aggiungeva spesso l’espressione «… oppure no», che tentava di descrivere le possibilità aperte in scena. Due paroline ironiche e sarcastiche («…or not») alla fine, per dire anche che poi non ci sarebbero state limitazioni in scena, e che le decisioni e le scelte sarebbero state prese davvero solo nel momento della performance.

Set up

Arriviamo al 9 Dicembre 2019, il giorno dello spettacolo a SPAM, nel nostro studio a Sesto Fiorentino una certa tensione si fa sentire “nel silenzio”, una sensazione di leggerezza ma anche di lieve timore, tra la zona dello stomaco e il cuore. Parliamo del set up.
Alessandro ha richiesto dei microfoni, francamente non vedo il motivo. Forse perché negli ultimi vent’anni abbiamo lavorato spesso sul rapporto tra vocalizzazione e testo, anche nei progetti d’improvvisazione. Eppure sappiamo che stasera il protagonista sarà il silenzio. Immagino che lasceremo i microfoni lì in scena a disposizione per usarli se fosse davvero una necessità … or not.
Il senso pieno dell’attesa prima di uno spettacolo è amplificato prima di un’improvvisazione. Partiamo.
Arrivati, troviamo Tristan, Roberto e gli altri. Parliamo un po’ prima di incontrare il tecnico, Sancho, per il set up.
Sancho ha ideato un piano luci essenziale, su fondale nero fatto di chiaroscuri, senza colori particolari. Ha un piazzato generale, due speciali per i microfoni e una striscia di luce trasversale sul muro posteriore, alcuni tagli. I nostri abiti piuttosto scuri lasciano scoperte braccia, piedi, testa e collo.

Embodiment

Il pubblico è distribuito sui tre lati del palco. Siamo tutti abbastanza vicini.
Alessandro entra in scena indossando i suoi occhiali da vista e iniziamo a danzare tra movimento e intervallo, misurando le espressioni e i gesti.
Alessandro porta ironia quasi immediatamente in questa sorta di “arena” e io, un senso di mistero mentre passando scivolo vicino ai microfoni, accenno a parlare, sfuggo.
Continuiamo la performance e inaspettatamente Tristan, seduto davanti tra il pubblico, interviene con una frase a voce alta: «I miei occhiali! Ho perso gli occhiali».
Alessandro recupera i suoi occhiali lasciati a terra e mentre Tristan ha già fatto cinque o sei passi sul palco, parlando degli occhiali, glieli consegna e lo accompagna nuovamente a sedere.
I loro movimenti sono ironici e scanditi nel tempo.
La gente si diverte e ride molto per questo intermezzo.
Nel frattempo, io sto elaborando una sequenza molto ritmica, muovendo fianchi, torace, spalle e ginocchia, poi coinvolgo le braccia in modo ripetitivo sviluppando elementi fisici in accumulazione.
Tristan prende gli occhiali e si siede e Alessandro mi raggiunge per continuare a sviluppare vari temi di movimento, con rigore e vigore, elaborando continue connessioni tra di noi. Portiamo l’attenzione sui microfoni e alziamo l’energia della danza con alcune esclamazioni e vocalità create nel momento.

Curiosamente è stato interessante, i microfoni con il loro volume amplificavano il silenzio.
Questo è successo abbastanza per caso, a causa di una serie di decisioni che in qualche modo sono state prese razionalmente, ma non intenzionalmente. Non sono stati elementi studiati, pensati, pesati e ripensati.
Solo il giorno della performance abbiamo parlato degli elementi a disposizione con cui giocare (…or not). Non sai mai veramente quale sarà la situazione reale e attuale fino a che non arriva il momento, entri nello spazio e ti ritrovi insieme con gli spettatori, l’atmosfera diventa quella, unica, anche se tu sei stato separato, stai dall’altra parte, perché ti stai esibendo.

Certo, c’è l’esperienza del tempo passato lì, nell’arena, ma c’è anche un modo per arrivare a quel momento. Delle domande: quando inizia davvero l’improvvisazione? È una mentalità, un modo di vivere? Uno stile di vita o un virus? È possibile condividere veramente o persino insegnare l’improvvisazione? Si può imparare o è una qualità umana con cui nasci, per cui un piccolo stimolo è sufficiente a farla uscire fuori?
Ciò che mi interessa di più capire è quando inizia davvero l’improvvisazione e se durante l’improvvisazione, come pensiamo, davvero tiriamo indietro le maschere oppure, anche senza volerlo, ne scegliamo una.

Per me un’improvvisazione inizia con un desiderio fisico che riguarda l’espressione e la comunicazione di cose che non è possibile soddisfare con altre impostazioni o formati.
Espandendo i modi di comunicare, sviluppiamo e ampliamo le nostre capacità per essere ricettivi. Non sappiamo quali saranno le arene del futuro, tra dieci o venti anni, ma ci eserciteremo ugualmente.
È difficile dire esattamente quando inizia l’improvvisazione, o in che percentuale sia pianificata or not, ma è estremamente importante rimanere aperti alla possibilità di cambiamento. Sempre, ed è meglio far pratica ora che dopo.

È stata una serata molto piacevole per noi, ci siamo molto emozionati in particolare nel rivedere Tristan che non vedevamo da anni. Tristan è stato compositore delle musiche e performer protagonista di molti nostri progetti, una collaborazione che risale al 1979 e che abbiamo ritrovato tutt’ora vitale.

(Charlotte Zerbey)

 

Charlotte Zerbey e Alessandro Certini

Alessandro Certini

Coreografo, danzatore, improvvisatore.
Inizia lo studio della danza a Firenze, moderna con Traut Faggioni (Mary Wigman, Harald Kreutzberg), classica con Antonietta Daviso. Studia poi tecniche post-moderne e contact improvisation ad Amsterdam ed a Londra.
Co-fondatore nel ’79 della compagnia Group/O diretta da Katie Duck, collabora a tutte le produzioni lavorando nel nord Europa fino al 1987. Negli anni ’80 e ’90 è parte della scena internazionale dell’improvvisazione di danza e musica a fianco di riconosciute figure guida di questo ambito artistico. Viene spesso invitato in festival e programmazioni europee dedicate alla composizione estemporanea.
Dal 1989 lavora con la sua compagnia, Company Blu, che fonda e co-dirige con Charlotte Zerbey.
Come docente è stato regolarmente ospite alla SNDO (Amsterdam), EDDC (Dusseldorf), Bewegungs Art (Freiburg), Rotterdam Dance Accademy, Thèatre Contemporain de la Danse (Parigi), Accademia di Danza di Roma, Radialsystem V di Berlino, scuole e centri di formazione.
È co-direttore della Residenza Artistica Multipla TRAM al Teatro della Limonaia di Sesto Fiorentino.


Charlotte Zerbey

Coreografa, danzatrice, vocalista.
E’ attiva da oltre 25 anni nel panorama della danza contemporanea in Europa e Stati Uniti.
Dopo aver conseguito una formazione tradizionale di danza moderna e classica all’Università di Utah dal 1979 al 1982, lavora in Europa. Dall’83 è parte di Group/O di Katie Duck (I), collabora a tre produzioni con Company Gaby Agis (UK) nel 1987 e nel Film diretto da Bob Bentley nel 1988, è con Company Hamilton (UK, NL) nel 1993 e nello stesso anno con Parco Butterfly (I). Nel 1994 lavora con Sasha Waltz and Guests (D) alla prima produzione Twenty to Eight – Travelogue I replicato estensivamente in Europa e negli Stati Uniti fino al 2001, ripreso poi a Berlino (2008) e Parigi (2009).
Nel 1989 fonda Company Blu insieme ad Alessandro Certini e ne è co-direttrice e coreografa.
Premiata Danza&Danza 2000 per lo spettacolo Tempesta di Sogni Charlotte è presente in festival internazionali quali Rotterdam Festival, Dance Umbrella Londra, Festival De Dansa Post Moderna Caracas, Festival A/D Werf di Utrecht, New York Improvisation Fest., L’Animal a l’Esquegna Girona, The Naked Stage Lujbjana, Tanz Tage Freiburg, Sic Festival Varsavia, ID Fest. Los Angeles, Radialsystem V Berlino, Milano Oltre, Fabbrica Europa Firenze.
Il suo lavoro predilige un linguaggio coreografico ricco di suggestioni particolari, è attento ad ogni dettaglio espresso attraverso la valenza simbolica del gesto e predilige partiture originalmente composte. Oltre alle molte produzioni con Company Blu ha inoltre diretto gli spettacoli City Bits e Bones per l’European Dance Development Center in Olanda.
Charlotte è stata inoltre influenzata dallo studio di tecniche quali Contact Improvisation, Ki – Aikido, Tecnica Alexander e Authentic Movement, portando la sua creazione coreografica al di là dei codici più convenzionali, sviluppando il lavoro sulla ‘presenza fisica’ e sulla composizione istantanea. Altre collaborazioni includono numerosi progetti estemporanei con artisti quali S. Paxton, P. De Groot, K. Simson, J. Hamilton, V. Sieni, A. Alessi, N.S. Smith, M. Tompkins, D. Zambrano e musicisti come T. Honsinger, M. Moore, La. Fishkind, A. Salis, S. Noble, M. Fantoni, M. Parente e N. Raffone, S Cortesi, per citarne alcuni.
È insegnante ospite presso E D D C (Arnhem-Dusseldorf), Dartington College of Arts (G.B.), Bewegungs Art (Freiburg), Studio Area (Barcellona), Accademia di Danza (Roma), corsi di formazione professionale in Italia come: Università Cattolica di Brescia, corsi di formazione provinciali di Milano, Lucca, Livorno, formazione CPDC Firenze e Centro Danza Company Blu. Nel 2011 insegna per la compagnia Sasha Waltz and Guests ed è annualmente ospite come insegnante di workshop e progetti performativi (Radialsystem V, Berlino).

www.companyblu.it