Semplici pratiche di sovversione urbana

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di Dario La Stella

ph Nicola Tanzini

 

La destinazione d’uso degli spazi urbani è determinata dalla progettazione urbanistica in modo perlopiù verticale, sono ancora molto limitate le pratiche di progettazione condivisa con la cittadinanza. Ne consegue che spesso l’uso dello spazio rappresentato dal progetto venga sovvertito dall’utilizzo reale delle persone che vivono quotidianamente quella porzione di città, quel quartiere. Il gioco è spesso una di queste pratiche, basti pensare agli skaters, al parkour o al “pallone” in aree non adibite. Anche la danza, al limite tra gioco ed esperienza estetica, è una pratica sovversiva che può essere sanzionata attraverso una censura morale che limita un determinato comportamento, una devianza che mette in crisi il delicato equilibrio tra ciò che è permesso fare e ciò che non lo è. La sanzione morale talvolta è più efficace di quella amministrativa, si ha più soggezione di commettere un atto non conforme al “costume” che di prendere una multa, si ha spesso maggiore attenzione al giudizio morale che a quello legale.
Attraversare le strade di una città vuol dire varcare numerosi confini, invadere spazi dei quali se estranei non si ha alcuna conoscenza, confini segnati da chi abita quei luoghi e dei quali è molto geloso al punto da difenderli minacciando verbalmente chi osa fare “ciò che non si deve”. Mi capita spesso di passeggiare in modo anarchico nel tessuto urbano e in alcune occasioni il semplice attraversare con il semaforo rosso porta a reazioni di enunciati verbali sanzionatori e censuranti. In questo contesto in cui la censura morale è sempre pronta ad essere espressa anche per un’azione priva di una qualsiasi provocazione all’ordine costituito, le performing arts agite nello spazio pubblico diventano ordigni in grado di destabilizzare il prescrittivo schema del comportamento urbano, agendo socialmente e politicamente nella ridefinizione identitaria di uno spazio.
Le performance trasformano i luoghi, li mostrano sotto un’altra veste, i significati “rimbalzano” tra i corpi in movimento e le architetture che le ospitano. Il corpo diventa un dispositivo semiotico complesso capace di interagire direttamente con la città e i suoi abitanti, ponendosi nel tessuto urbano come catalizzatore di processi di cambiamento.
Questo corpo-testo (il corpo del performer) entra in relazione diretta con un altro macro-testo che è l’ambiente urbano. Da un punto di vista semiotico, il tessuto urbano, la città, si presenta come un organismo, come un sistema semiotico complesso, come un sistema culturale, formato da molteplici nodi e percorrenze possibili, in cui lo spazio pubblico assume diverse identità, in cui molteplici testi entro tra loro in relazione e competizione. Si pensi semplicemente alla segnaletica stradale, ai manifesti pubblicitari, alle scritte sui muri, ai monumenti.
Massimo Leone così descrive la semiosi della città:

«La città è uno spazio in cui si struttura a vari livelli – da quello fisico a quello immaginario – il vivere quotidiano, secondo memoria, abitudine, straniamento. Uno spazio quindi che viene sentito come “proprio” dai suoi cittadini, e al quale, benché sia un luogo di consumo e che si consuma, è istintivamente affidato il senso di permanenza delle cose. Ogni suo cambiamento, tanto più se esplicito e dichiarato, pubblico, è destinato ad essere percepito e vissuto in termini conflittuali. Ogni città è un ambiente semiotico globale, una “semiosfera” dotata di una propria identità […] ma è al tempo stesso la somma di molte semiosfere differenti, che per la maggior parte del tempo convivono, spesso ignorandosi reciprocamente ma potenzialmente sono fra loro in conflitto. Del resto, nella teoria della modernità, la città è esattamente quel luogo che rende possibile la coesistenza della diversità, concetto espresso dalla stessa semantica dell’”urbanità” (1)».

All’interno di questo complesso sistema culturale che sono gli agglomerati urbani, i comportamenti degli individui giocano un ruolo fondamentale nella negoziazione del significato tra spazi e socialità, in quanto sono gli stessi corpi a essere dispositivi semiotici, nonché “eterotopie” così come Foucault le intende (2). Sono corpi che ci parlano di altro da quello che sono. La possibilità, contenuta in un luogo, di portare la mente al di là di quello che la vista gli propone (un cimitero non è solo un terreno con alcuni monumenti ed edifici, ma è soprattutto la relazione con lo spazio metafisico), è contenuta anche nel corpo umano che, con un gesto, una parola, trasmette significati differenti: immobile in strada con un braccio alzato, non sono più un semplice corpo, una persona, ma l’emblema della lotta operaia. A seconda quindi del tipo di comportamento che viene adottato in un dato spazio, i significati che il corpo trasmette entrano in dialettica con gli altri significati circolanti nello spazio. Questa dialettica viene descritta da Raffaele Rauty, in modo da evidenziare la componente relazionale che le pratiche comportamentali hanno sugli spazi pubblici:

«Con l’andare del tempo ogni zona, ogni quartiere della città assume alcune caratteristiche proprie dei suoi abitanti. Ciascuna delle sue aree si colora inevitabilmente, del modo di essere delle persone che lo vivono. Di conseguenza, ciò che era prima solo un’espressione geografica si trasforma in un luogo che ha propri sentimenti, tradizioni e storia (3).».

L’arte performativa urbana, giocando con gli “abiti interpretativi” (4), può risignificare (5) lo spazio pubblico, dare nuovi significati a luoghi preposti per determinati usi. Secondo la nozione di Peirce (6) il comportamento è dato da un abito interpretativo, un modello con il quale interpretiamo il mondo, che contiene le informazioni rispetto a come comportarsi in una determinata circostanza esperita in precedenza. Questo tipo di “comportamento automatico” può essere “smascherato” adottando un modello differente, come per esempio danzare in un parcheggio.
Il corpo del performer, in questo caso, in relazione diretta con lo spazio pubblico, ne trasforma la realtà oggettiva in una nuova immagine. Nell’incorporarne le forme e le suggestioni, esso diventa il “medium” tramite cui si realizza, nella rielaborazione artistica, l’espressione di quel luogo, la connessione tra passato e futuro, tra la consolidata visione di uno spazio urbano e la sua nuova rappresentazione, carica di vecchi simboli, ma arricchita anche di nuove potenzialità e immaginari. Nascono nuove possibilità di relazione con lo spazio urbano, tramite la scoperta di una bellezza e di un significato propria dei luoghi.
Le città in cui viviamo si dispiegano sotto il disegno di mappe cognitive che ci permettono di attraversarle lungo i flussi che l’architettura ha congeniato grazie all’urbanistica. Viste dall’alto il primo ordine di discrezione formale è la dicotomia tra elementi nodali ed elementi di congiunzione, una rete fatta di edifici e strade, un arcipelago composto da tanti isolotti, più o meno ordinati secondo un determinato disegno, collegati fra loro da flussi costanti di imbarcazioni di ogni foggia.
Gli edifici e le strade vivificano la prima significazione dell’esistenza dell’uomo dal tempo della sua comparsa: la dicotomia tra stare ed andare, l’erranza e la sedentarietà, la necessità di scoperta e quella conservativa del focolare. In un’analisi di tipo frattale potremmo vedere all’interno della città questa dicotomia tra erranza e sedentarietà esprimersi in una dimensione temporanea: le strade delle città diventano il luogo dell’erranza temporanea così come gli edifici quello della sedentarietà temporanea.
L’erranza per sua natura invade lo spazio pubblico, mentre quello della sedentarietà si determina maggiormente in quello privato, avremo così una erranza temporanea pubblica ed una sedentarietà temporanea privata. Due dicotomie giocano la semiosi della città: stare vs andare, pubblico vs privato. In questa dimensione semiotica la città come stratificazione di testi articola di senso le azioni ordinando il caotico movimento al suo interno. La città dunque come generatore di flussi (è la morfologia urbanistica con i suoi obblighi e i divieti che determina la viabilità), ma anche la città come testo formato da molteplici testi in stretta connessione tra loro, e spesso sovrapposti, che influenza gli abiti interpretativi generando abitudini e comportamenti che a loro volta modificano i testi della città. È questa circolarità del senso che rende dinamico e permeabile il tessuto urbano.
L’arte performativa urbana gioca in questo caso, come altre pratiche, un ruolo importante in questa circolarità del senso, mettendo in crisi sia la dicotomia stare vs andare sia quella pubblico vs privato, arrivando a risignificare lo spazio pubblico, operando quell’atto traduttivo che permette la rinegoziazione del senso attraverso nuovi abiti interpretativi.
La città, grembo del flusso e della statica, dell’attraversare e dell’abitare, nasce secondo la visione di Francesco Careri dalla camminata. È da questa semplice pratica che l’uomo inserito nel paesaggio dà vita all’architettura:

[…] il camminare si è trasformato in forma simbolica che ha permesso all’uomo di abitare il mondo. Modificando i significati dello spazio attraversato, il percorso è stato la prima azione estetica che ha penetrato i territori del caos costruendovi un nuovo ordine sul quale si è sviluppata l’architettura degli oggetti situati. (7)

All’origine dunque dell’umanità si è sviluppata quella dicotomia per cui il desiderio di erranza, di scoperta, si contrappone alla necessità sedentaria, quella visione dualistica tra femminile e maschile, tra ricezione e spinta, tra stare ed andare, dicotomie che contrappongono il lavoro al gioco, dove Careri individua nella separazione del fare la separazione dell’essere, se Caino è coltivatore, Abele è allevatore:

«Caino è identificabile con l’Homo faber, […] Abele […] potrebbe essere considerato quell’Homo ludens caro ai situazionisti […]; mentre la maggior parte del tempo di Caino è dedicato al lavoro, ed è quindi un tempo utile-produttivo, Abele ha una grande quantità di tempo libero da dedicare alla speculazione intellettuale. […] La percezione/costruzione dello spazio nasce infatti con le erranze condotte dall’uomo nel paesaggio paleolitico. […] La storia delle origini dell’umanità è una storia del camminare, è una storia di migrazioni dei popoli e di scambi culturali e religiosi avvenuti lungo tragitti intercontinentali. (8)».

Da questa primigenia scissione sono nate le nostre città, dove nel corso dei secoli quella pratica del camminare come costruzione dello spazio, come atto contemplativo, è andata perduta, quella dimensione “abeliana” di gioco è stata sottomessa dalla pratica lavorativa che non permette la contemplazione, dove il camminare è atto produttivo finalizzato ad uno scopo preciso, collegare due punti in uno spazio, puro transito, la velocità non permette un tempo altro, non c’è possibilità ludica nel tessuto urbano, l’erranza temporanea è soggiogata al fine produttivo, la sedentarietà temporanea impone una domesticità finalizzata all’assunzione di ruoli funzionali al macro sistema economico. Nella prospettiva diacronica dell’esperienza ludica del camminare, questa pratica ha lasciato spazio a simbologie legate alla legittimazione del potere. Il camminare diventa così flusso per le parate militari, flusso per il trasporto di merci, flusso per le contrattazioni finanziarie, perdendo quel suo originale senso di scoperta:
“[…] il camminare come uno strumento estetico che è in grado di descrivere e modificare quegli spazi metropolitani che presentano spesso una natura che deve essere ancora compresa e riempita di significati.” (9)
L’ordinamento spaziale di una città, la sua planimetria, la sua morfologia è determinata da ordinamenti che impongono scelte precise, riempiendo cioè di senso la conformazione gerarchica di una società, andando così a nutrire il significato errante dell’attraversamento, ma al tempo stesso questo attraversamento, questo camminare contemplativo perduto, questo flusso che collega le isole sedentarie, ha una sua reattività traducendo semioticamente il suo comportamento in atto sovversivo: il semplice camminare, il passeggiare per le strade, diventa altamente eversivo in quanto inscrive nel testo della città lavoro la città gioco.
Se fu la pratica del camminare a produrre il senso dell’uomo nello spazio naturale trasformandolo in spazio concreto (spazio vissuto), il processo storico ribalta questa relazione di senso (comportamento/spazio) creando lo spazio astratto (spazio del potere), dove è l’urbanistica stessa con le sue simbologie e i suoi edifici ad imprimere e determinare il comportamento del soggetto. Ma è pur vero che la città, essendo sistema semiotico complesso, funziona in molteplici direzioni e nell’affermazione di Rauty si nota come nuovamente viene ribaltata quella dialettica narrativa che intercorre tra soggetto e spazio nella relazione enunciativa tra comportamenti e testi. In altre parole se la dialettica tra comportamento e spazio è inevitabile come lo è la contrattazione del senso, questa dialettica è sempre rivolta al mantenimento di una stabilità, è proprio l’assorbimento dell’alterità a garantire l’ordine, così come Umberto Eco descrive nel suo “Trattato di semiotica”:

«Un sistema semantico costituisce un modo di dare forma al mondo. Come tale costituisce una interpretazione parziale del mondo stesso (come continuum del contenuto) e può essere sempre ristrutturato non appena nuovi giudizi fattuali intervengono a metterlo in crisi. […] Ma in generale il destinatario comune rifugge dal sottomettere gli enunciati a tale controllo e vi applica i propri sotto codici più familiari, rimanendo ancorato a visioni parziali, e assolutizzando la relatività del proprio punto di vista». (Eco 1975: 359)

Da una parte quindi la possibilità di risemantizzare gli spazi adottando testi che modificano la semiosi del corpo e dall’altra le differenti traduzioni che i soggetti operano per stereotipare l’alterità.
È proprio la necessità di sanzionare moralmente un comportamento improprio a garantire la stabilità semantica di un luogo.
Giocando con queste dinamiche del senso, con una “comunicazione non verbale proibita” nel contesto urbano, ho avuto modo di confrontarmi, dal 2011, insieme alla mia collega Valentina Solinas, con esperienze di progetti performativi che hanno come focus il rapporto identitario tra comportamento e spazio. Questa esperienza mi ha permesso di annotare nel corso degli ultimi 7 anni numerosi esempi in cui la sanzione morale che viene inflitta a chi pratica “ciò che non può essere fatto in determinati contesti” è direttamente proporzionale al senso di identità che intercorre con la porzione di spazio fisico percepito come proprio, in breve di come la difesa di un territorio sentito violato da un senso di invasione sia più forte dove l’utilizzo dello spazio pubblico è fortemente prescritto. La dinamica censurante adottata è il richiamo verbale a condurre un comportamento consono percepito come unico possibile per quei luoghi. Non accade per esempio in spazi pubblici in cui l’uso è molto diversificato e di alta socialità, come possono essere molte piazze in cui in a seconda dell’orario l’attività spazia dal quella ludica a quella lavorativa a quella contemplativa senza creare conflittualità. Anzi proprio l’ibridazione identitaria data dal differente utilizzo genera sovente un comportamento meno censurante, più disponibile ad accogliere la diversità, lasciando a pochi soggetti la possibilità di “scomunica” per aver invaso il loro fragile equilibrio semantico.

 

 

Bibliografia minima

1 Leone, Massimo, a cura di, La città come testo – Scritture e riscritture urbane, numero 1-2 di Lexia (nuova serie), 2009, p. 64

2 Foucault, Michel, Spazi altri. I luoghi delle eterotopie, Milano, Mimesis, 2001, p. 22

3 Rauty, Raffaele, Società e metropoli. La scuola sociologica di Chicago, Roma, Donzelli, 1995, p. 226

4 La nozione di abito interpretativo può essere estesa a ogni forma di conoscenza acquisita che predispone l’interprete a comportarsi (in senso sia pratico sia cognitivo) in un certo modo quando si trova in determinate circostanze note o ritenute simili a situazioni già esperite in precedenza (Peirce 2005, p. 212).

5 […] risemantizzazioni profonde che, modificando le abitudini, i percorsi, i valori stessi dell’esperienza di un luogo, ne trasformano il senso complessivo senza alterarne tuttavia la forma. […] Ciò significa che non c’è un significato spaziale separato o separabile da uno culturale; il modo stesso di percepire gli spazi e di costituirli come significanti dipende dai valori e dai significati culturali che vi attribuiamo. Il rapporto fra spazi e comportamenti pare così sempre da intendere a doppio senso: da un lato gli spazi prefigurano dei comportamenti e dei percorsi possibili, ma allo stesso tempo i percorsi e i comportamenti contribuiscono a ridefinire gli spazi, risemantizzandoli attraverso processi che ne alterano i sensi originari e determinano nuovi valori. Leone, Massimo, a cura di, La città come testo – Scritture e riscritture urbane, numero 1-2 di Lexia (nuova serie), 2009, pp. 122, 124.

6 Peirce, Charles Sanders, Scritti scelti, Torino, Unione tipografico-editrice torinese, 2005, p. 212

7 Careri, Francesco, Walkscapes. Torino, Einaudi, 2006, p 2

8 Careri, Francesco, Walkscapes. Torino, Einaudi, 2006, pp 12, 22

9 Careri, Francesco, Walkscapes. Torino, Einaudi, 2006, p 9

10 Eco, Umberto, Trattato di semiotica generale, Milano, Bompiani, 1975, p 359

 

 

Dario La Stella

Laureato in Antropologia Culturale ed Etnologia con una tesi sull’arte performativa, dal 1997 conduce seminari e corsi sulla performance, ha insegnato per il CRUD (Università di Torino), presso la University of Washington a Seattle (USA) e il SESC Santo Amaro a San Paolo (BR). Dal 2011 produce progetti performativi realizzati in USA, Cuba, Brasile, Polonia, Germania, Francia, Belgio e Italia.