Comunica!

print

di Maurizio Zanardi

ph Nicola Tanzini

Il nostro tempo sembra non solo rendere possibile qualsiasi comunicazione, ma ‘volere’ che nulla sfugga alla comunicazione. Un volere così prepotente da assumere il tono, per lo più suadente, di un imperativo impersonale, non riconducibile a nessuna particolare fonte di emissione, e perciò indirizzato a ognuno. Da questo punto di vista, chiunque o qualsivoglia apparecchio inviti a comunicare non è che portatore, porta-voce e seguace di una Voce illocalizzabile che lo ha già anticipato nel dare il comando. Ma vale anche l’inverso: chiunque o qualsivoglia apparecchio esegua l’ordine di comunicare è nello stesso tempo qualcuno/qualcosa che ingiunge di comunicare. Nel campo dell’attuale forma della comunicazione chi comanda esegue e chi esegue comanda. Non c’è un capo, né un centro del comunicare, ma un dovere che va da un capo all’altro, così che della comunicazione non se ne viene mai a capo, obbligati a ricominciare senza sosta da capo. Il dovere di comunicare ci vuole insonni. E non è amico dei sogni.
La Voce illocalizzabile guida la realizzazione locale del dovere di comunicare. Di più, la Voce attribuisce la natura di luogo solo a ciò che è impegnato nella comunicazione; attraversa i luoghi che la fanno risuonare, ma non si arresta in nessuno di essi. Che la comunicazione assuma forma scritta, nulla toglie al fatto che in essa risuoni la Voce dell’imperativo. Si estende così all’infinito la rete dei seguaci del dovere. Eppure, i seguaci non si pensano come tali; si percepiscono liberi nel loro agire comunicativo. Liberi, in quanto agenti della comunicazione.
La Voce è coperta dal frastuono delle voci, così da restare inavvertita nel loro reciproco rispondersi. In tale risonanza frastornante, le voci non avvertono ciò che hanno in comune, anche quando si impegnano nelle più brutali e odiose guerre comunicative: rispondere alla Voce e farsene porta-Voce. C’è voce, infatti, solo quando si ha voce nell’agire comunicativo dettato dalla Voce.

L’imperativo non comanda di comunicare qualche contenuto in particolare, ma di comunicare con qualsiasi contenuto. Per quanto, parafrasando McLuhan, la comunicazione è il messaggio, è necessario in ogni caso un contenuto da trasmettere. L’imperativo, mantenendosi nell’indifferenza nei confronti di ciò che viene comunicato, rende possibile la comunicazione di qualsiasi contenuto. Diversamente dall’imperativo categorico kantiano (devi! perché puoi), è il dovere di comunicare a rendere possibile la comunicazione di qualsivoglia contenuto (puoi comunicare, perché devi!). L’indifferenza nei confronti dei contenuti è il necessario portato dell’interesse dell’imperativo alla realizzazione, a qualsiasi costo, della comunicazione. L’indifferenza si radica però nell’attiva e distruttiva ostilità nei confronti dell’avvento delle Idee e delle forme di vita fedeli all’Idea. Sottraendosi a ogni determinazione, annullando le opposizioni, abolendo il messaggio “attraverso l’esposizione esorbitante di tutte le sue varianti”, la comunicazione mostra che l’indifferenza nei confronti dei contenuti è un modo per gettare nel caos ogni determinazione, per evitare prove e verifiche, a favore, invece, della “prova di forza” (Perniola).

Il dovere della comunicazione si presenta “democraticamente” come diritto-potere di ciascuno. Non c’è vita o macchina così povera da non avere un contenuto da comunicare. Al di là di tutte le differenze – individuali, di classe, di apparecchio – ognuno/ogni macchina ha il diritto-potere alla comunicazione. Il dovere rende possibile il diritto e se ne impadronisce a tal punto che questo non resti sulla carta, anzi ecceda ogni carta costituzionale, sia concesso e si realizzi tendenzialmente oltre ogni distinzione uomo-animale-macchina ecc., ogni differenza di genere e di specie. Il dovere non è conseguenza del diritto di comunicare; al contrario, lo rende possibile, lo concede e si sforza di realizzarlo. Più precisamente, lo concede e lo moltiplica, solo in quanto lo realizza. Di qui lo scatenamento dell’agire comunicativo (agire=comunicare) per conquistare la forza in grado di eliminare l’interdetto, il segreto, il mistero.
La comunicazione possibile deve passare all’atto per accrescere le possibilità di passare all’atto di comunicare. La comunicazione produce possibilità comunicative perché siano realizzate e le realizza per produrne di nuove. Si potrebbe dire che la comunicazione è un modo per governare il possibile grazie alla sua moltiplicazione, incremento, estensione, realizzazione. Non si tratta più di selezionare, escludere, disciplinare o censurare i possibili. Il passaggio dalla “disciplina” al “controllo” ha nel primato della comunicazione uno snodo decisivo. Il possibile pare essere la posta in gioco di un tale passaggio. Si tratta di non lasciar essere i possibili, ma di anticiparli attraverso la loro incessante produzione, così da indirizzarli, misurarli, padroneggiarli.

Indifferente ai contenuti, ma non all’incremento delle possibilità comunicative e alla loro realizzazione, la forma attuale della comunicazione comanda all’atto comunicativo di “fare sensazione”, essere “stimolante”, “eccitante” “stupefacente”. “Esserci”, come ha mostrato Christoph Türcke, significa non solo coazione a “trasmettere”, a trasformarsi in una stazione emittente, ma soprattutto capacità di eccitare l’attenzione altrui, di farsi notare. La società della comunicazione è una società produttiva di possibilità di eccitazioni e di atti eccitanti. Atti eccitanti che inaugurino nuove possibilità di eccitazione. In questo quadro, la democrazia si identifica con la partecipazione, resa possibile e garantita dalla microelettronica, alla competizione generalizzata per “fare sensazione”. La società democratica si presenta come il regime della concorrenza universale nel “libero” mercato del “sensazionale”. La comunicazione è attualmente un modo della connessione essenziale tra democrazia e mercato.

Le competenze comunicative si modellano sulle operazioni pubblicitarie. La comunicazione mira alla brevità, intensità, efficacia dello spot. Le pratiche educative vengono ridisegnate in funzione dell’incremento e della preminenza delle competenze comunicative sulle conoscenze, in modo che la “trovata”, la capacità di attrarre l’attenzione, renda forte, o sia capace di nascondere, un sapere inconsistente o nullo. Si dà per scontato che il tempo di attenzione di ciascuno sia “naturalmente” limitato, e così si produce artificialmente la limitazione dell’attenzione e la necessità di comunicazioni-flash. Il primato, nell’attuale sistema scolastico, delle competenze sulle conoscenze si spiega in gran parte con la “pressione ontologica” dell’“estetica”, vale a dire con l’obbligo di “fare sensazione” per conquistare l’“esserci”, per evitare di essere nulla. Se ognuno ha il compito di divenire l’imprenditore di se stesso, deve essere educato a saperci fare con la auto-promozione.
La lotta per “farsi sentire” è indissociabile dalla lotta per “sentire”. La ricerca generalizzata della comunicazione “sensazionale” comporta una tale “alluvione di stimoli” da indurre stordimento, anestesia (Türcke). Il dovere di attrarre l’attenzione produce, nello stesso tempo e nello stesso agente comunicativo, la dipendenza dalla sensazione stupefacente con la ricerca conseguente di nuove dosi di sensazionale. La comunicazione mira al mantenimento di uno stato di eccitazione-euforia attraverso un’escalation competitiva che produce un torpore crescente, un indebolimento della capacità di percepire.

Come ogni imperativo, il dovere di comunicare è tanto meno soddisfatto, quanto più è osservato. Proprio in virtù dell’efficacia dell’imperativo, cresce il sentimento di essere in debito di comunicazione, di non fare abbastanza, e di non avere forza sufficiente, per stimolare la dovuta attenzione. Si intensifica così anche il sentimento di essere in debito di esistenza e si estende la minaccia di cadere nell’inesistenza. Nonostante la disparità delle forze comunicative – la formazione di oligarchie nel campo delle emissioni provocata dal dovere di realizzare e incrementare le possibilità di comunicazione – nessuno è risparmiato dalla possibilità incombente della propria nullità. Certo, coloro che sono dotati di potenti mezzi di comunicazione, hanno maggiori opportunità di fronteggiare la minaccia, anche se è sempre possibile per chiunque esercitare la più insensata delle violenze e la più elementare delle cosiddette “azioni terroristiche” per uscire dall’inesistenza, spiccando nel mercato della comunicazione. Ma c’è una preghiera, un’implorazione che mormora segretamente anche nella più spudorata e trasgressiva delle comunicazioni, nella più esplicita esposizione-confessione del segreto: “sentimi!”, “percepiscimi!”. E una domanda: “ho eccitato davvero la tua attenzione?”.

 

Con uno stesso gesto, la comunicazione fa esistere e getta nell’inesistenza, potenzia e depotenzia, integra ed esclude. I corpi sono luoghi, hanno luogo, solo se diventano eterei, spettrali, comunicando via etere. Il corpo perde forza irradiante, potenza d’esistere. L’acquista soltanto in quanto stazione emittente. In assenza dell’atto comunicativo, il corpo è un peso, un relitto, un rifiuto, un cadavere: “Chi non è in onda, non trasmette, non esiste, ovvero, fisicamente può essere sanissimo, con valori circolatori e pressori del tutto normali, ma dal punto di vista mediatico è defunto” (Türcke). La comunicazione sembra ripetere il dubbio cartesiano sull’esistenza corporea, ma non ne viene a capo ogni volta con un atto di pensiero, bensì con un atto di comunicazione massmediatica.
L’imperativo a realizzare e aumentare le possibilità comunicative comporta, inoltre, frustrazione e disorientamento: il sentimento della perdita di possibilità più soddisfacenti di quelle attualmente realizzate e il dubbio che ciò che è rilevante non accada lì dove ci si trova a trasmettere e non si identifichi con ciò che si comunica. Quand’anche il calcolo della risonanza di una comunicazione sia apprezzabile, lo è sempre relativamente, in modo istantaneo e fuggevole. Se è la comunicazione a produrre ciò che conta, nulla conta in modo durevole. L’orientamento in base alla risonanza degli atti comunicativi è strutturalmente destinato al disorientamento.

Si è detto che l’agire comunicativo è risposta al dovere di comunicare. Ora, questo stesso dovere, proprio per la sua forma, testimonia di essere a sua volta una risposta, una reazione. A che cosa reagisce aggressivamente e dispoticamente l’imperativo? Mario Perniola, la cui scomparsa voglio così ricordare, ha scritto che il dispotismo della comunicazione è una reazione della old economy alla valorizzazione del sapere, alla “rivoluzione dei rapporti tra sapere e potere” inaugurata dalla new economy: “Nei confronti di questa svolta epocale, la comunicazione rappresenta la reazione del vecchio mondo, della old economy, che cerca di confondere tutto con tutto per stroncare sul nascere la portata strutturale ed effettuale del nuovo sapere”. La società della comunicazione sarebbe una risposta distruttiva, da parte dei vecchi poteri ed economici, alle “nuove straordinarie possibilità di intervento e di affermazione nel mondo” offerte al sapere dalla new economy. Una tesi che richiederebbe una discussione lunga e articolata. Ma il suo merito è indubbio: interpretare il dovere di comunicare come una risposta, destituirlo di ogni naturalità, originarietà, ineluttabile preminenza.
Prendendo sul serio il dovere di comunicare come coazione a produrre “eventi” – non è l’evento a imporsi alla comunicazione, ma la comunicazione a disporre dell’evento –, si può riconoscere nella comunicazione un dispositivo di protezione dall’incontro traumatico con l’imprevedibile. Una protezione che tenta di anticipare l’evento attraverso la sua incessante produzione. Ma l’evento, in quanto imprevedibile e incalcolabile, non rientra nel novero dei possibili, sfugge alle misure conosciute e al sapere. Impossibile da produrre, l’evento sospende, interrompe, il potere-sapere. Da questo punto di vista, la tesi di Perniola, secondo la quale la comunicazione sarebbe una risposta alle nuove possibilità del sapere aperte dalla new economy, appare altamente problematica. A meno che non si intenda la comunicazione come una risposta al fatto che non si sa che ne sarà della forma tramandata del sapere. Ma ciò significa che è il non sapere ad inquietare la comunicazione, al punto tale che l’agire comunicativo si impegna – è un impegno ormai osservabile quotidianamente – a distruggere il sapere, anche quello più tradizionale e, per così dire, legittimo, pur di tentare di padroneggiare l’imprevista, traumatica trasformazione della relazione tra sapere e potere.

Come contrastare il dispotismo della comunicazione, sapendo che i suoi dispositivi sono in grado di utilizzare anche la lotta contro il dovere di comunicare? Quali pratiche, esercizi, forme di vita mettere in campo? Esistono esperienze, esperimenti, da riprendere, sviluppare, sostenere? Da questo punto di vista, un’inchiesta sui modi di operare, organizzarsi, istituirsi di tali sperimentazioni avrebbe un notevole valore politico. Si tratterebbe, per dirlo icasticamente, di mostrare quelle pratiche che nei loro atti comunicativi trasmettono la decisione di non comunicare ciò che si dovrebbe.
Sul piano più strettamente teorico, non sarebbe il caso, solo per fare qualche esempio, di discutere, riprendere e portare alle estreme conseguenze una serie di suggerimenti che ci vengono dalle teorie all’apparenza più diverse: la valorizzazione da parte di Artaud della “contrazione assoluta” come condizione dell’irradiamento di gesti singolari? il programma di una “clandestinità a cielo aperto” proposto da Blanchot? l’elogio della “sobrietà”, del “divenire catatonici”, “divenire impercettibili”, nelle scritture di Deleuze e Guattari? Conviene ricordare che anche Derrida ha invitato alla sobrietà per essere fedeli alla “crudeltà” richiesta dal teatro di Artaud. Perniola ha fatto appello alla “discrezione” e al “disinteresse interessato” per tener testa alle “prove di forza” del dispotismo della comunicazione. E Alain Badiou ha scritto che il pensiero inizia necessariamente nel “ritegno”, come accade, a suo dire, nella danza. In accordo con Badiou, Žižek ha invitato recentemente all’auto-censura per sottrarsi all’imperativo a esprimere se stessi…

 

Bibliografia minima

Mario Perniola, Contro la comunicazione, Einaudi, Torino 2004.
Cristoph Türke, La società eccitata. Filosofia della sensazione, Bollati Boringhieri,
Torino 2012.

 

 

Maurizio Zanardi

Maurizio Zanardi è tra i fondatori della casa editrice Cronopio, per la quale ha curato i volumi: Le lingue di Napoli (1994); Aporie napoletane. Sei posizioni filosofiche (2006); La democrazia in Italia (2011); Comunità e politica (2011); Sulla danza (2017). Tra i suoi ultimi scritti: Un teatro popolare e difficile, in Antologia teatrale, a cura di A. Lezza, A. Acanfora, C. Lucia, Liguori, Napoli 2015; Sottrazioni, eterotopie, laboratori, in Lo stato della città. Napoli e la sua area metropolitana, a cura di L. Rossomando, Monitor, Napoli 2016.