La sublime arte dello (s)comunicare

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di Andrea Porcheddu

ph Nicola Tanzini, Berlino – memoriale alle vittime dell’olocausto (2017)

«La complessità rallenta la comunicazione. L’iper-comunicazione anestetica riduce la complessità, per raggiungere una maggiore velocità. Essa è sostanzialmente più veloce della comunicazione sensata. Il senso è lento, è di ostacolo ai circuiti accelerati della informazione e della comunicazione. Cosi la trasparenza coincide con un vuoto di senso. La massa di informazioni e di comunicazione si origina da un horror vacui».
Sono parole di Byung-Chul Han, scritte nel suo La società della trasparenza. Parole che fanno tremare i polsi, perché in quella (in questa!) società siamo immersi sino al collo. E siamo soggetti e oggetti di quella iper-comunicazione che ci anestetizza, che ci fa scintillare gli occhi nello scintillante schermo del nostro smartphone. Sempre connessi, sempre comunicanti.
«La società della trasparenza – continua Han – non è soltanto priva di verità, ma è anche priva di apparenza. Né la verità né l’apparenza sono evidenti. Solo il vuoto è del tutto trasparente. Per bandire questo vuoto, viene messa in circolo una massa di informazioni. La massa di informazioni e di immagini è un accumulo nel quale si rende ancora possibile il vuoto. Un semplice aumento di informazioni e di comunicazione non rischiara il mondo. Neppure l’evidenza agisce rischiarando. La massa di informazioni non produce alcuna verità. L’iper-informazione e l’iper-comunicazione non gettano alcuna luce nella tenebra».
Non pretendiamo, qui, di rischiarare quelle tenebre, ma forse non fa male interrogarsi su cosa possa voler dire “comunicare” al giorno d’oggi.
Ci proviamo, affidando gran parte del nostro giornale a delle voci autorevoli, coscienti, critiche. Gasparotti, Zanardi, Cuomo: non necessitano presentazioni. Sono pensieri aguzzi, dettagliati che magistralmente si intrecciano, si rilanciano, si completano, in uno sguardo ampio, complesso, proprio sul concetto (e i modi) del Comunicare declinato in tre diverse prospettive.
Strana parola, comunicazione: fino agli anni quaranta del Novecento era usata prevalentemente, se non esclusivamente, per le “vie”. Le famose vie di comunicazione: oggi sono autostrade telematiche, intasate sempre e sistematicamente controllate da quei Big Data che sorvegliano, registrano, catalogano, vendono.
Ancora Byung-Chul Han: «Google e i social network, che si presentano come spazi di libertà, assumono forme panottiche. La sorveglianza, oggi, non si realizza, come si ritiene normalmente, nella forma di un attacco alla libertà. Piuttosto, ciascuno si consegna volontariamente allo sguardo panottico. Si collabora intenzionalmente al panottico digitale, svelando e esponendo se stessi. Il detenuto del panottico digitale è, al tempo stesso, carnefice e vittima. In ciò consiste la dialettica della libertà. La libertà si rivela controllo».
Potrebbero sembrare toni eccessivamente apocalittici, quelli del filosofo coreano.
Eppure l’affair di Cambridge Analytica ha mostrato quel che tutti, bene o male, già sapevamo: ha tolto la foglia di fico di un sistema che ci ha allegramente incatenato a colpi di like.
E non sorprende che esista ancora un istituto “antiquato” come la censura. Atti di censura su Facebook o su altri social sono all’ordine del giorno: pure il termine “censura” che avremmo volentieri creduto sconfitto, come un bacillo di qualche secolo passato, rimbalza invece vivacemente qua e là.
Ce lo racconta il critico e studioso Oliviero Ponte di Pino, che ha iniziato una serrata “contabilità” di censure applicate. Sosteneva George Steiner che l’intellettuale (o il critico) deve sempre vigilare contro ogni forma di censura. Una di quelle più diffuse, oggi, sembra esser l’autocensura, la censura preventiva: per quieto vivere, per opportunismo, per timor reverenziale, si tende a dire meno, a fare meno. O a dire e fare, ad esempio, quel che chiedono i “bandi”, regolatori ormai di qualsivoglia attività artistica e creativa. Bandi pubblici, bandi privati. Ma è la “trasparenza”, baby! Con buona pace, per l’appunto, degli strali di Han.
Siamo immersi a tal punto, nella società della trasparenza, che il terrore, oggi, è di non esser connessi, di non comunicare, di non poter dire di sé al mondo. Quasi fosse una nuova scomunica, l’esser “bannati”. S/comunicare, dunque: ecco il dilemma.
La scomunica, stando alla definizione Treccani, era ed è, la «forma più grave della censura ecclesiastica, poiché comporta l’esclusione dalla comunione ecclesiale acquisita mediante il battesimo. Non può essere inflitta a un corpo morale, ma solo a persone fisiche, ecclesiastiche o laiche; una stessa persona può esserne ripetutamente colpita per lo stesso delitto ripetuto o per delitti diversi. Cessa soltanto con l’assoluzione ricevuta dall’autorità competente».
L’autorità competente, qua, è un algoritmo made in Usa, una community di sconosciuti, oppure altro? Se ne può uscire?
Basta spegnere il cellulare, come sommessamente suggerisce Han? O si tratta di attivare altre pratiche di sovversione?
Dario La Stella, nel suo articolato saggio, ne indica alcune, seguendo la suggestione delle pratiche di sovversione urbana. «L’uso dello spazio – scrive La Stella – rappresentato dal progetto (urbanistico) viene sovvertito dall’utilizzo reale delle persone che vivono quotidianamente quella porzione di città, quel quartiere. Il gioco è spesso una di queste pratiche, basti pensare agli skaters, al parkour o al “pallone” in aree non adibite. Anche la danza, al limite tra gioco ed esperienza estetica, è una pratica sovversiva».
Certo il corpo è là, nella sua evidenza. Ribelle e sovversivo.
È la comunicazione non verbale che fa da motore a questo sito, è il “Corpo-teatro” evocato da Jean-Luc Nancy in un bellissimo libro, piccolo quanto profondo: «Essere nel mondo non è uno spettacolo. Tutt’altro. È essere dentro, non di fronte».
Parla di “mischia col mondo”, il filosofo francese, di scontro, di attrazioni e repulsioni, traversate e spinte, prese e abbandoni, impossessamenti e spossessamenti. Sembra quasi che stia descrivendo una coreografia, che stia recensendo uno spettacolo di danza.
Essere al mondo, dunque, è danzare nel mondo? Non so: per quel che mi riguarda, pigro e goffo come sono, sarebbe difficile. Eppure a guardarli, quei corpi danzanti, raccontano, ancora e sempre, quella mischia.
Anche per questo abbiamo provato, con tre giovani studiose, nuove collaboratrici di questo sito, a interrogarci su che corpi vediamo quando vediamo la danza: cosa vediamo quando guardiamo la danza e cosa succede quando guardiamo la danza attraverso gli occhi di una telecamera? E quindi, cos’è la “videodanza”? Come appare il corpo se filtrato dal video? Tra essere e apparire, cosa inquadra l’occhio della telecamera? Che “tagli” trasmette? Opera delle censure?
Sembrano domande oziose eppure intercettano il tema iniziale, la questione dalla quale siamo partiti sul senso e le caratteristiche della comunicazione.
Ne è passato di tempo da quando la “musa” di Havelock ha imparato a scrivere. Nella stagione della ipercomunicazione, però, quella oralità sembra ritrovarsi, paradossalmente, nel vecchio teatro, in quegli edifici dove corpi (e parole) incontrano altri corpi (e altre parole).
«La teatralità – così Jean-Luc Nancy conclude meravigliosamente il suo saggio – non è né religiosa né artistica – anche se la religione e l’arte derivano da essa. È la condizione del corpo che è esso stesso la condizione del mondo: lo spazio della comparizione dei corpi, della loro attrazione e repulsione (…) non appena c’è un mondo, ci sono corpi che s’incontrano, si distanziano, si attirano, si respingono, si mostrano gli uni agli altri mostrando contemporaneamente dietro di loro, intorno a loro, la notte incorporea della loro provenienza».

 

Ps. Arriviamo ad occuparci, con piacere, di questo sito creato da ALDES, dopo il lavoro fatto la passata stagione dall’amica e collega Francesca De Sanctis. Ringrazio dunque Francesca, Roberto Castello, Alessandra Moretti e tutto ALDES per avermi coinvolto e per il percorso così ben avviato. Spero di portare con me una buona dose di curiosità, contando di coinvolgere in 93% un buon numero di “firme”, giovani e meno giovani, i cui contributi – certo più del mio – sono sicuro daranno ulteriore forza al nostro giornale.