Donald Trump, Ahmed al-Sharaa e la torsione localista del jihad
di Giuliano Battiston

La parabola del presidente siriano al-Sharaa, ex combattente jihadista, coincide con l’affermazione storica della variante localista del jihad, a scapito di quella globalista che ha contrassegnato almeno due decenni di storia internazionale. Ma la svolta non piace ai duri e puri, per i quali la sovranità divina va perseguita senza alcun compromesso.
A lungo – quando ancora si faceva chiamare Abu Mohammad al-Julani – il neo presidente della Siria, Ahmed Hussein al-Sharaa, si è appellato ad Allah per giustificare il jihad contro i nemici. Tuttavia il 10 novembre 2025, incontrando alla Casa Bianca il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ad Allah non ha però affatto fatto alcun riferimento. Le foto che li ritraggono insieme sono storiche. Testimoniano infatti, oltre alla straordinaria parabola personale del combattente jihadista e ora uomo di Stato al-Sharaa, capace di indossare tante divise diverse in pochi anni, da quella del rivoluzionario islamista su cui pesava una taglia di milioni di dollari a quella del diplomatico in doppio petto in grado di far revocare sanzioni decennali sul suo Paese, una più ampia torsione del jihadismo contemporaneo: il passaggio dal jihadismo globalista a quello locale, pragmatico e perfino nazionalista.
Jihad, diplomazia, governance è infatti la triade che spiega il successo di Hayat Tahrir al-Sham (Hts), l’ultima variante del gruppo jihadista guidato da al-Julani, arrivato a conquistare il potere in Siria nell’inverno del 2024 seguendo almeno in parte un modello praticato dai Talebani, arrivati al potere in Afghanistan, nell’estate 2021, unendo alla guerriglia armata il pragmatismo, una radicata presenza territoriale (a volte tradotta in macchina para-statale), rivendicazioni nazionaliste. E poi diplomazia in chiave interna, regionale e internazionale. Non è un caso che nell’estate del 2021, mentre la propaganda dei gruppi jihadisti globalisti, come lo Stato islamico, bollava i Talebani come venduti agli americani, corrotti dalla politica, votati al decadimento, traditori della causa, in Siria al-Julani salutava con giubilo e guardava con ammirato interesse, già esplicito negli anni precedenti, la vittoria degli eredi di mullah Omar. Considerati un modello, appunto.
Il jihad, dunque, messo al servizio di obiettivi politici, piegato alle esigenze dettate dalle circostanze. Un mezzo, non un fine in sé. Il nemico vicino, la causa domestica, non il nemico lontano, gli Stati Uniti, non la corruzione e l’eresia ovunque nel mondo. E i confini nazionali come cornice di riferimento della lotta, perimetro contestato dai fautori del jihad globalista perché frutto del colonialismo e dell’imperialismo occidentale, prima ancora di Sykes-Picot. Tutte accuse che prima i Talebani, ora il presidente siriano, si trovano a dover incassare e che vengono da quei gruppi e individui all’interno dell’arcipelago jihadista per i quali la sovranità divina (Hakimiyya) va conseguita e conquistata senza alcun compromesso con gli apostati, tanto meno con gli americani, “la testa del serpente” secondo una celebre e ricorrente dicitura.
L’islamismo politico, il jihadismo e la sovranità divina
Quella al ripristino della sovranità divina è un’ambizione storica, riconducibile, volendo procedere con approssimazione, al periodo successivo al crollo dell’Impero ottomano, quando si chiude la secolare storia dell’istituto califfale e molti islamisti cominciano a immaginare come ridare vita a uno Stato islamico. L’ambizione si fa rivendicazione più esplicita con l’affermazione dell’Islam politico, le cui radici possono essere rintracciate nella nascita della Fratellanza musulmana, che avviene in Egitto nel 1928. Ed è proprio tra i Fratelli musulmani che emerge l’uomo che avrebbe fortemente contribuito a trasformare l’islamismo politico in un’ideologia radicale, Sayyid Qutb, maitre-à-penser del radicalismo degli anni Settanta, scrittore e pedagogista nato nel 1906 in un villaggio dell’Alto Egitto e tra i più importanti ideologi della Fratellanza musulmana. Qutb si scontra con il potere politico, finisce in carcere e lancia un anatema contro quei carcerieri che, uccidendo dei detenuti della Fratellanza che protestavano con uno sciopero della fame, avrebbero negato Dio. È la scomunica, l’anatema, il takfir. Lo stesso principio che, portato alle estreme conseguenze, molti anni dopo avrebbe alimentato le brutali gesta di Abu Bakr al-Baghdadi, l’auto-proclamato Califfo dello Stato islamico.
Sayyid Qutb esce infatti dal carcere invocando una versione rivoluzionaria, radicale, dell’attivismo sociale della Fratellanza, delineata nei suoi testi poi diventati classici (Pietre miliari; La giustizia sociale nell’Islam; All’ombra del Corano). Occorre liberarsi dal giogo coloniale, sostiene, instaurando un vero e proprio Stato islamico. Anche i governi arabi sono colpevoli, perché non riconoscono l’unica sovranità, quella divina, e così facendo legittimano lo stato di ignoranza pre-islamica. È una mossa audace, uno spartiacque. Prima di lui, gli ideologi islamisti avevano evitato di attaccare i regimi arabi per scongiurare la fitna, la discordia nelle società musulmane. Qutb invece contribuisce a delineare le tendenze takfirì, l’inclinazione alla scomunica, diffusa nei decenni successivi. Il suo messaggio finirà per influenzare profondamente tutto il radicalismo islamista, in particolare i “proto-jihadisti”, attivi dalla fine degli anni Sessanta. Sayyid Qutb non invoca apertamente le tattiche terroristiche, ma crede nel jihad, e nel jihad offensivo, con una giustificazione storica: gli Stati islamici – il Califfato degli Omayyadi e degli Abbasidi, così come quello ottomano – avevano regolarmente inviato delle spedizioni nei territori non musulmani. La conquista e l’espansione sarebbero intrinseci al progetto califfale.
La carovana del jihad e il jihad globalista
La vede diversamente, invece, Abdullah Azzam, uno degli ispiratori di al-Qaeda e l’uomo che ha avuto maggiore influenza nel coinvolgimento di Osama bin Laden nella causa afghana. Nato in Palestina, rifugiato in Giordania, un dottorato in Egitto, studi e prediche in Arabia Saudita, conferenziere globetrotter, capace di unire l’avanguardismo rivoluzionario della Fratellanza musulmana, la matrice egiziana del jihadismo, con il rigorismo dottrinale salafita, l’impronta saudita, ad Abdallah Azzam va attribuita buona parte della torsione globalista del jihad, quella torsione che, questa la nostra tesi, sarebbe ora contraddetta dalla conquista del potere dei Talebani in Afghanistan, e dell’ex jihadista al-Julani in Siria. Ad Abdallah Azzam, più di altri, si deve la nascita del nucleo originario della “carovana del jihad”, «il movimento di ribellione transnazionale più longevo della storia» secondo il ricercatore Thomas Hegghammer che gli ha dedicato una monumentale biografia: The Caravan. Abdallah Azzam and the Rise of Global Jihad. Abdallah Azzam muore in un misterioso attentato nel novembre 1989 a Peshawar, pochi mesi dopo che le truppe sovietiche si ritirano dall’Afghanistan e quando in Pakistan sono ancora attivi, divisi da discussioni dottrinali e strategiche, vecchi e nuovi gruppi jihadisti. Quelle divisioni nei decenni successivi si sarebbero radicalizzate, conducendo tra le altre cose prima al “parricidio” dello Stato islamico contro al-Qaeda in Siria e Iraq, poi alla lotta – ancora in corso – tra le due organizzazioni per l’egemonia nell’arcipelago jihad. E alla sempre più marcata distinzione tra il jihadismo globalista e quello locale e nazionalista incarnato dai Talebani. I quali, se nel febbraio 2020 hanno incassato l’accordo di Doha per il ritiro degli Usa dall’Afghanistan, è proprio perché hanno rassicurato Washington di non aver ambizioni espansionistiche, ma solo obiettivi di restaurazione della sovranità nazionale. Rassicurazioni che lo stesso presidente siriano ha dato ora agli Stati Uniti, entrando a far parte anche formalmente della coalizione contro lo Stato islamico. Ma fermiamoci su quel parricidio a cui abbiamo accennato, perché è una storia di cui è protagonista proprio al-Julani, l’uomo incontrato pochi giorni fa da Donald Trump alla Casa Bianca.
Il parricidio contro la vecchia guardia qaedista
Come in una tragedia greca, la storia dei rapporti tra al-Qaeda e lo Stato islamico è segnata da un parricidio. Si compie quando il giovane e ambizioso Abu Bakr al-Baghdadi alza il tiro e pugnala alle spalle i mentori di un tempo: la vecchia guardia qaedista. Siamo all’inizio dell’aprile del 2013, il parricidio è soltanto simbolico, passa per uno scarno comunicato, ma le parole che al-Baghdadi affida alla macchina della propaganda sono destinate a rivoluzionare l’intero panorama del jihadismo contemporaneo, provocando una reazione a catena le cui conseguenze sono evidenti ancora oggi. In quell’occasione al-Baghdadi – l’uomo che il 4 luglio 2014 dal pulpito della moschea Al-Nuri di Mosul si sarebbe proclamato Califfo – annuncia che il gruppo di guerriglieri di cui ha preso le redini nel 2010 cambia nome, pelle e obiettivi di medio-termine: lo Stato islamico di Iraq (Isi) non esiste più, nasce lo Stato islamico in Iraq e nel Levante (Isil, o Daesh secondo l’acronimo arabo). Il cambio non è solo nominale: riflette l’allargamento esplicito delle attività militari del gruppo in Siria, ma anche “un suo più alto sviluppo e una maggiore nobiltà” nelle stesse intenzioni della leadership. L’allargamento a est, la rivendicazione di una presenza militare nel conflitto siriano, coincide però con l’oltraggio al medico egiziano che, con la morte di Osama bin Laden nel maggio 2011, diviene il numero uno di al-Qaeda. Ayman al-Zawahiri, la cui lunghissima militanza – finita a Kabul nel luglio 2022 quando viene polverizzato da un drone americano – comincia alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso, e comincia proprio con le opere di Sayyid Qutb. Ma torniamo al 7 aprile del 2013, al giorno in cui, annunciando la nascita dello Stato islamico in Iraq e nel Levante, Abu Bakr al-Baghdadi rivendica l’autorità sul fronte al-Nusra, pretendendo un atto di sottomissione dal leader del gruppo, Abu Muhammed al-Julani (proprio lui). Secondo la ricostruzione del futuro Califfo, al-Julani è l’uomo che nell’estate del 2011 aveva inviato lui stesso in Siria per scontrarsi con il regime di Bashar al-Asad, stabilire una base operativa e aprire un nuovo fronte militare nel Paese. Il discorso di al-Baghdadi non piace ad al-Julani, che in Siria ha pazientemente creato un efficiente network di combattenti locali e stranieri, seguendo le indicazioni del vecchio al-Zawahiri, che suggeriva di nascondere il legame con al-Qaeda ed evitare i riferimenti ideologici alla casa-madre, tessendo con gli altri movimenti anti-Asad alleanze improntate al pragmatismo, presentandosi dunque come un movimento sociale, non soltanto come un gruppo militare. Il leader di al-Nusra nega dunque che il suo movimento sia confluito in quello di al-Baghdadi e, per la prima volta, riconosce pubblicamente il legame con al-Qaeda. Per dirimere la questione, Joulani chiede l’intervento dello stesso al-Zawahiri, la cui posizione appare subito chiara: dichiara nulla la nascita dell’Isil, il nuovo gruppo annunciato da al-Baghdadi, e ordina ai due fronti di rispettare le rispettive aree di pertinenza: il fronte al-Nusra in Siria, lo Stato islamico di Iraq nel paese liberato da Saddam Hussein e dagli americani. Ma il futuro Califfo non ci sta. E il 15 giugno 2013 arriva l’oltraggio. In una dichiarazione dal titolo programmatico, “Rimanere in Iraq e al-Sham”, al-Baghdadi sconfessa al-Zawahiri, dichiara irricevibili le sue direttive e conferma di non voler rinunciare all’espansione in Siria. Subito dopo, lo ribadisce anche il portavoce del movimento, Abu Muhammad al-Adnani, per il quale il vecchio leader di al-Qaeda sbaglia, perché dividendo il fronte tra Siria e Iraq non fa che riconoscere le divisioni del Medio Oriente basate sull’accordo coloniale di Sykes-Picot.
Dal jihad globalista al jihad locale e nazionalista
Lo scontro è strategico e generazionale. Il jihad del nuovo millennio, pensano i sostenitori di al-Baghdadi, è destinato ad archiviare le velleità inconcludenti della vecchia guardia. Si tratta di un’impostazione che nel febbraio del 2014 porta alla rottura ufficiale tra al-Qaeda e lo Stato islamico in Iraq e nel Levante. Oggi, rispetto ad allora, il quadro è più chiaro: il muscolarismo aggressivo e alieno ai compromessi dello Stato islamico (nelle sue varie varianti) si è dimostrato fallace. Mentre a essere premiata è stata la scelta qaedista dell’occultamento strategico e del pragmatismo. Ancora più lungimirante, l’opzione praticata da Abu Muhammad al-Julani, che nel 2016 prende le distanze da al-Qaeda, poi rompe formalmente con la casa madre dando vita a Jahbat Fatah al-Sham, una mossa che allora molti lessero come cosmetica e di marketing. Ma che anticipava invece la torsione localista e nazionalista messa in pratica a Idlib, nel nord-ovest della Siria, con la nascita di Hayat Tahrir al-Sham, l’istituzione nel 2017 di un apparato politico-amministrativo, i dipartimenti per i servizi sanitari, educativi, di ricostruzione, e una lunga serie di scelte che avrebbero portato lui e il suo gruppo al potere, nell’inverno del 2024, mettendo fine alla dittatura di Bashar al-Asad.
Quanti adottano solo la lente “esogena” per valutare la rivoluzione avvenuta in Siria sottovalutano dunque l’evoluzione del gruppo di al-Julani: per i sostenitori della lettura geopolitica, la rimozione dal potere di Asad è solo esito della grande riconfigurazione del Medio Oriente, precisamente voluta e precisamente orchestrata, di cui Hts sarebbe solo una comparsa. Una semplice pedina dei grandi progetti americani e israeliani, comprata e indirizzata attraverso la Turchia, membro orientale della Nato, per disintegrare uno dei pochi Stati arabi non allineati agli interessi di Washington e Tel Aviv. E Al-Julani? Un uomo dei servizi americani, come dimostrerebbe il suo passaggio nelle carceri americane in Iraq. Bella storia. Ma sbagliata. Perché parziale. La storia personale di al-Julani riflette al contrario i dibattiti, ideologici e strategici, di interessi, ambizioni personali e speculazioni dottrinarie, del jihadismo contemporaneo. Che ha una sua storia specifica, in dialogo costante, conflittuale e dinamico, con la storia delle grandi, medie e piccole potenze e dei loro interessi. La torsione localista e nazionalista del jihad fa seguito e contraddice la lunga ondata del jihadismo globalista (non ancora conclusa), che è nata come esito imprevisto della repressione domestica dei gruppi dell’islamismo politico da parte dei regimi arabo-musulmani, negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Quella repressione ha favorito il panislamismo, poi l’internazionalizzazione dell’islamismo radicale. E la nascita di organizzazioni con ambizioni transnazionali, prima al-Qaeda, poi lo Stato islamico. La vittoria prima dei Talebani in Afghanistan, oggi di Hayat Tahrir al-Sham in Siria, indicano un’altra via. Passibile di emulazione da parte di altri gruppi jihadisti, anche altrove nel mondo, dove la torsione localista – opportunista o più convinta – è già in atto. Come sono già in atto, su tutti i canali della propaganda jihadista, le bordate dei duri e puri contro il compromissorio presidente della Siria, quel vecchio combattente che si faceva chiamare Abu Mohammad al-Julani e che oggi, sorridente, stringe la mano a Donald Trump.
Giuliano Battiston
Giornalista e ricercatore freelance, direttore dell’associazione di giornalisti indipendenti Lettera22, collabora con quotidiani e riviste. Docente alla Scuola di giornalismo della Fondazione Basso di Roma, per dieci anni ha curato il Salone dell’editoria sociale, ora organizza il festival MIP, il Mondo in periferia, Festival del giornalismo di esteri e di comunità.
