Mio Dio
di Carola Susani

Mi è stato chiesto di scrivere di Dio oggi, mi domando perché ho accettato. Questi sono i miei appunti, pagine di diario.
Dio sonno
L’altra notte mi sono svegliata con un forte dolore alla gamba, la sera prima ero caduta e ora la gamba doleva e pulsava, poi ho cominciato a tremare di freddo, tremavo e non riuscivo a fermarmi, il tremore aumentava di intensità, mi sono ritrovata a pregare che la gamba non fosse rotta, che smettesse il tremore. Pregavo e mi dicevo, ci sono cose più importanti per cui pregare, ma non riuscivo a fare a meno di pregare per me. Dopo un paio d’ore il tremore è passato e sono riuscita a prendere sonno. Al risveglio la gamba mi faceva meno male, con le ore mi sono resa conto che non si era rotta, ricordavo vagamente di aver pregato, dopo un po’ non lo ricordavo più. Penso che per molte persone che nell’infanzia ne hanno sentito parlare Dio ricompaia così, nelle crisi anche piccole, nei dolori, nel dormiveglia e resti lì, un abitante temporaneo di un momento di coscienza allentata.
Dio cristiano
Dio, anche questa parola, parola copertura che indica la funzione e non un nome proprio, è difficile da pronunciare, è una parola al maschile, allude al personaggio principale di alcuni libri considerati sacri, libri bellissimi, a volte terribili, in cui si racconta la storia umana come si svolge di fronte e in relazione a costui, e in alcuni libri, Profeti, Vangelo, si evoca la speranza di una vita diversa, bella, pacifica, si racconta un capovolgimento incredibile, i deboli che vincono contro i forti senza diventare forti. Sono libri molto antichi, ma ci sono persone che li leggono ancora traendone le lezioni più diverse. Gli ebrei e i cristiani lo chiamano Dio, ma anche in altri modi. Raramente gli islamici lo chiamano così, anche se il loro Dio non è tanto diverso e il loro libro può essere contato insieme agli altri. Io però mi accorgo che se penso a Dio penso soprattutto al Dio cristiano, il personaggio cui si allude nei Vangeli e negli Atti, quello stesso dell’Antico Testamento ma illuminato da un altro punto. A volte penso anche a un dio che dà inizio al movimento e poi si ritira. Se dico Dio mi viene in mente un uomo/montagna gigantesco e barbuto dal corpo forte, ma morbido e accogliente come quello di una madre. Un padre che ha delle qualità materne. È un’immagine che ho maturato dalle figure dell’arte, anche se gli ho attribuito una morbidezza che spesso si trova nei testi, nelle immagini dell’arte meno.
Le minoranze di Dio
L’Europa degli ultimi trent’anni ha visto Dio, il personaggio dei bellissimi libri, ritirarsi. Molte persone nella vita quotidiana e nei grandi riti della vita non ne sentono più il bisogno, né di lui né delle comunità attorno a lui, delle chiese. Non aderiscono più intimamente alle comunità, e non ne usano più le forme come spazi sociali. Fa strano, fino a pochi anni fa anche persone molto lontane dal pensiero di Dio entravano in chiesa e sentivano parlare di lui molte volte nella vita e sicuramente alla nascita, al matrimonio, ai funerali. La comunità raccolta attorno a Dio era perfino fonte di regole sociali. Ora sempre meno, resiste la chiesa come luogo comunitario del funerale, ma anche per quello si sente il bisogno di alternative e cominciano a nascere spazi dove morendo non si evoca Dio. Le comunità raccolte attorno a Dio in Europa sono, si può dire, minoranze. E si comportano come minoranze. Al loro interno, c’è chi sogna un ritorno ai vecchi fasti, la sovrapponibilità quasi totale fra la società e i fedeli, la possibilità di dettare regole nel nome di Dio; c’è chi si mette sulla difensiva, pensa al suo preciso modo comunitario di avere a che fare con Dio come a un’identità da preservare contro la disgregazione; c’è chi invece si immagina come una minoranza permeabile, aperta al mondo a costo di confondersi con esso. Eppure in questi anni si pensa molto a Dio, se ne scrive dai punti di vista più diversi, se ne fa la radice dall’autorità o al contrario si radica in lui e nei libri che parlano di lui una prospettiva femminista, si accende una teologia queer. Nei libri bellissimi si trovano occasioni numerose per nuove prospettive, perché il loro protagonista è sempre sorprendente; numerose sebbene non infinite. Molte persone però in Europa vivono come se Dio non ci fosse. Non è una novità da poco.
Dio controverso
Benché sia nato in quella parte dell’Oriente che dà sul Mediterraneo, Dio è stato adottato in molti posti, e in Europa, traghettato dall’impero romano d’Occidente, si è radicato così tanto che gli Europei hanno pensato fosse loro, e re ed esploratori se lo sono trascinato sulle insegne per andare alla conquista di luoghi prossimi o oltremare, e hanno perseguitato comunità nel suo nome. Chiamato al maschile, considerato europeo, non stupisce che a solo nominarlo susciti in molti sospetto o ira. Molte persone lo considerano un monumento, come un Cristoforo Colombo più potente, un simbolo, una copertura del più orrendo potere, da tirare giù e dimenticare. A me invece il suo nome comune di dio, usato come nome proprio, sembra una porta, proprio perché è controverso ogni volta che lo si nomina bisogna raccontare una storia, anzi la storia o almeno qualche brandello di essa. Mi piacciono molto le parole così, senza pace.
Dio re, Dio seme
In lunghi anni di storia il personaggio di quei bei libri è stato chiamato a essere colui che legittimava l’autorità della chiesa-potere e dei re, dell’impero, il pilastro che vegliava, garantiva che chi è in alto rimanesse in alto e chi è in basso rimanesse lì e se ne facesse una ragione. Portato sulle insegne nelle guerre, è stato davvero il Dio del potere. Dio dei conquistatori e dei persecutori. Ma c’era qualcosa nei libri bellissimi e ritenuti sacri che parlavano di lui, c’era soprattutto nei Profeti e nei Vangeli qualcosa che agitava, che rendeva continuamente senza pace, una promessa di giustizia, di bellezza, di uguaglianza, di un’altra pace. Questa promessa si muoveva dentro e fuori dalla Chiesa, e si muoveva perché una Chiesa c’era, fra eretici e francescani e così via, come se in Dio ci fosse sempre due, uno esibito e uno che scava, il Dio del così è, il Dio che sta sulle insegne della forza, e quell’altro che invece sta fra gli assetati e la sua voce dice: c’è una forza più forte della forza. Il Dio degli albigesi di Carcassonne e del loro persecutore Arnaud Amaury. Il Dio degli evangelici tedeschi degli anni Trenta sostenitori di Hitler, il Dio degli antinazisti della Rosa bianca, di Karl Barth. Tutte le volte che si è pensato a un bene nuovo, a una uguaglianza, a un rispetto, hanno risuonato quelle vecchie pagine. Un Dio asservito e un Dio seme, un Dio visibile e un Dio carsico. Ma se nel tempo, dopo aver curato il Dio seme nel buio, qualcuno usciva alla luce della storia da vincente, sventolandone le insegne lo asserviva come ogni altro potente e ancora massacrava nel suo nome. Dà l’impressione di essere un Dio corruttibile oppure un Dio che non si sa difendere, almeno non da solo.
Dio è con noi
Anche oggi che si ritrova in molti posti, migrante o autoctono, Dio è sempre due. C’è chi mette il suo nome sulle insegne e grida Dio è con noi. E se lo porta dietro, strattonando un involucro vuoto, come garante della forza, del dominio, costringendolo a sventolare come uno stendardo sulla violenza e sul massacro.
Dio sporco
Ma c’è anche l’altro. Se per secoli lo abbiamo ascoltato parlare in una lingua europea, e abbiamo immaginato che quella fosse la sua lingua, dovremmo avere ormai capito che non ha una sola lingua, ne ha sempre avute molte e oggi anche di più, rinasce nella lingua e nella cultura di chi lo raccoglie. Le pagine non sono volate via pacifiche da un punto all’altro della terra, non le ha trasportate il vento e neanche gli uccelli, se le sono tirate dietro i conquistatori efferati, ma posate sull’involucro vuoto del Dio dei forti sono arrivate anche loro in molti luoghi. Quelle pagine che capovolgono le aspettative, che dicono che c’è una forza più grande della forza ed è nelle mani dei deboli sono state ascoltate. Si è incontrato con mondi culturali che in qualche modo già lo sapevano. Si vede che ha fatto il suo, si è mescolato, la piantina è stata innestata, e l’albero sta crescendo e canta, come dice uno dei libri bellissimi, un canto nuovo. Penso ad esempio a quello che succede in America Latina, dove dalla mescolanza, dal reciproco sporcarsi fra mondi culturali, nasce una speranza, un vento amazzonico che anche dentro la Chiesa parla della terra, dell’ecologia, di un pensiero coerente e necessario proprio adatto per il nostro tempo e dove la parola viene presa da donne, le donne che nei secoli addietro avevano parlato senza trovare molto ascolto.
Dio funzione: vitelli d’oro
Ho alzato il tono, mi sono lasciata prendere dall’enfasi della speranza, ma la speranza anche se c’è, è una parte. Non è arrivata ovunque, ha appena cominciato a muoversi, pochi ne hanno notizia. Qui si continua a ricordare il Dio autorità, in molti desiderano stare al riparo da lui. Stare al riparo del Dio regolatore del mondo si può, è più difficile stare al riparo dalla sete di un riparo, di un conforto, di un ascolto. Non tutti sono autosufficienti, anzi lo siamo in pochi. Come me che dormivo e svegliata dal dolore e dai brividi mi sono messa a pregare, molte persone che si sentono spaventate o sole o sopraffatte dal dolore chiedono qualcuno a cui affidarsi. A volte lo chiedono al Dio della loro infanzia. Altre volte lo chiedono a chi capita, a uno scopo, ai denari, o peggio a un amore, da un po’ persino alla AI. E si figurano un dio sollecito e servo, sempre. Un dio individuale, che sia tutto per loro. Circolano tante di queste piccole disperate divinità deludenti che spesso si inciampa per strada.
Carola Susani
Carola Susani, scrittrice ha esordito nel 1995 con il romanzo Il libro di Teresa (premio Bagutta opera prima, riedito da Marietti nel 2024) e da allora ha pubblicato racconti, romanzi, poesie, libri per ragazzi. Da anni promuove la lettura con l’associazione di scrittori “Piccoli maestri” e conduce laboratori di scrittura. È alla direzione del Fondo Moravia e nel comitato editoriale della rivista Nuovi argomenti. Con Minum Fax ha pubblicato Pecore vive (2006), Eravamo bambini abbastanza (2012, vincitore del Premio Lo Straniero), La prima vita di Italo Orlando (2018) e Terrapiena (2020).
