Il trucco. Pinkwashing e ideologia nella fine della politica

di Elisa Cuter

Foto di Jeanne Taris. Ragazze di 13 e 14 anni. Dal reportage sui Gitani di Perpignan (FR)
Foto di Jeanne Taris. Ragazze di 13 e 14 anni. Dal reportage sui Gitani di Perpignan (FR)

C’è un aforisma attribuito al filosofo e attivista brasiliano Chico Mendes che recita: «L’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio». Una delle varie versioni dell’aforisma applicata alle questioni di genere vuole che il femminismo senza lotta di classe sia “maquillage”. Intendere il termine nel senso letterale di “cosmetico”, di “make up”, fa sorridere, ma non ci porta molto lontano. Fa sorridere un po’ malignamente, perché ci ricorda che, a dispetto delle contemporanee celebrazioni trionfali della cura di sé come prassi femminista, il trucco è stato a lungo un obbligo sociale, un simbolo del ruolo che l’avvenenza ricopriva per la sopravvivenza di persone che dovevano contare principalmente sul proprio corpo e sul proprio capitale erotico. Insistere su questo aspetto e demonizzare il trucco, però, rischia di riportare il dibattito a questioni di condotta morale, a diatribe da seconda ondata, come quella famosa sulla pornografia, che spaccò il fronte femminista tra chi la vedeva come simbolo di schiavitù e chi come una forma di liberazione e autodeterminazione. Domandarsi allora se sia possibile essere libere pur truccandosi è una domanda mal posta. Come per l’aborto, anche per quanto riguarda il trucco potremmo sensatamente dichiararci pro-choice. La faccia è mia e me la gestisco io: un principio sensato, perché nessuno dovrebbe avere voglia né tempo di andare paternalisticamente a liberare altre persone da gioghi veri o presunti, men che meno quello del contouring. Il trucco è, o almeno può essere, tante cose, anche positive: per quanto deprimente sia doverlo scrivere, è un fatto positivo, per la parità di genere, il fatto che Fedez abbia lanciato la sua linea di smalti.

È un fatto meno positivo per altri motivi. Quelli che riguardano il secondo significato che si può attribuire al termine “maquillage”: quello di inganno, artificio, tranello. Tutti termini molto adatti a parlare di “pinkwashing”. Cos’è infatti il pinkwashing se non appunto un “trucco”, un modo per le aziende di “farsi belle” agli occhi dei consumatori attraverso il sostegno di buone cause? Per “attrarli” attraverso un’ostentata sensibilità rispetto a istanze progressiste? Si tratta di una mossa scaltra e anche inedita: se storicamente il capitalismo ha mobilitato le differenze di genere per giustificare lo sfruttamento su cui inevitabilmente si basa, la sua necessità di espandersi e il mutato mondo (globalizzato) del lavoro fanno sì che oggi faccia leva molto di più sull’equivalenza tra lavoratori sfruttabili (maschile sovraesteso), indipendentemente dal loro genere. Le retoriche e le politiche di quei movimenti che negli scorsi decenni si sono poste a difesa delle minoranze appellandosi a questioni identitarie (gender e race in primis) non possono che uscirne completamente destabilizzate. Le aziende si mostrano più illuminate di loro e il capitalismo occidentale, lui solo, si rivela capace di garantire pari opportunità di successo a tutte e tutti, anche in ruoli apicali. Nel gioco al massacro che è la competizione del libero mercato solo uno su mille ce la fa, naturalmente, ma il fatto di potercela fare svela la contingenza delle differenze e la pretestuosità delle discriminazioni che su di esse si basano. Il capitale si dimostra così letteralmente più “inclusivo” del fronte che in teoria vi si oppone, supera in progressismo quei movimenti ancora legati alle identity politics. Fino al momento in cui non si inverte di segno, e utilizza questo universalismo per giustificare il proprio imperialismo, corroborando l’idea che le guerre economiche e militari che ingaggia siano motivate da principi etici e valori libertari, facendo credere di essere il sistema migliore per garantire la democrazia e il superamento delle discriminazioni che aveva esso stesso creato (o intensificato, o mobilitato).

Contrariamente a quanto la metafora del maquillage lascerebbe pensare, però, non si tratta necessariamente di una mossa cinica e consapevole. Pensiamo alle aziende: il pinkwashing è sfruttabile solo in quei contesti che hanno già raggiunto un certo livello di rispetto per le minoranze, quindi non sempre è direttamente vantaggioso in termini di mero profitto. Non tutte le aziende che si impegnano in benefiche azioni di sensibilizzazione stanno cercando di sviare l’attenzione dalle proprie inique politiche aziendali, non necessariamente hanno terribili scheletri nell’armadio da nascondere. Insomma, smascherare il trucco, indignarsi e farne una questione morale non basta, non va a fondo del problema. Per comprenderne l’entità bisogna piuttosto chiedersi se non sia proprio la domanda sulle buone o cattive intenzioni di un’azienda a rivelarsi sintomatica di quanto siamo ormai portati a considerarle attori politici, dotate di “missions” e “visions” e non solo di calcoli e business plan. Questa convinzione ormai innata, che tendiamo a fare in automatico, è il sintomo più lampante dell’ideologia in cui siamo immersi, l’ideologia di un sistema in cui le piattaforme moderano l’hate speech e in cui siamo invitati a dimostrare il nostro civismo attraverso i nostri consumi attenti e consapevoli. Il trucco, l’inganno, non sono quelli di un capitale che si finge benevolo (l’immagine di un lupo travestito da agnello è paradossalmente ormai troppo innocente): è più profondo, sta nell’illuderci che esista uno spazio per l’etica in un mondo, quello capitalista, diretto verso il baratro con il pilota automatico.

È questo il panorama desolante una volta morta la politica, o, per restare nello slogan di Mendes, è questo il mondo «senza lotta di classe»: un mondo in cui non ci sono più interessi in conflitto tra le classi sociali, ma solo polarizzazione su temi morali e falsamente universali. È la scomparsa della lotta di classe a consentire a chi si fa portavoce di istanze apertamente intolleranti e fasciste di rappresentarsi come difensore di valori, magari contro il turbocapitalismo e la mercificazione dei corpi umani. Di ergersi a difensore delle minoranze, contro un pericolo che viene sempre da fuori. È il caso del femonazionalismo, che riduce il tema dei diritti di genere a uno scontro di civiltà, e che potremmo definire il pinkwashing delle destre. La strategia femonazionalista, scrive Sara Farris nel suo libro dedicato al fenomeno, nasconde le disuguaglianze strutturali dietro a conflitti culturali. «L’uso contemporaneo del femminismo e dell’uguaglianza di genere come strumenti al servizio dei discorsi nazionalisti e razzisti dev’essere compreso non semplicemente come una “copertura ideologica” in senso negativo e limitato, come una distorsione o una bugia. L’ascesa del femonazionalismo deve essere decifrata anche in diretto collegamento con la posizione specifica delle donne occidentali e non occidentali nella catena economica, politica e materiale in senso lato della produzione e della riproduzione».
Il pinkwashing, anche in questo caso, non è una maschera indossata cinicamente, quanto piuttosto una tendenza sistemica a credere a ciò che ci si racconta. È l’ideologia delle classi dominanti, non solo quelle esplicitamente di destra. Anche i sinceri democratici che confidano nella sensibilizzazione e nell’educazione per risolvere le disuguaglianze strutturali, di genere e non, e che hanno rinunciato al conflitto di classe, adottano di fatto le stesse strategie del pinkwashing e credono nella stessa ideologia.

Opporsi realmente al pinkwashing vuol dire provare a non farne una questione morale, indignandosi e additando l’ipocrisia di chi lo fa, siano esse grandi corporation o piccoli influencer su instagram, quanto cercare di tornare a pensare politicamente. Ragionare in termini di categorie e concetti politici vuol dire sottrarsi al gioco di moralizzazione della politica che ha avvantaggiato le destre. Vuol dire mettere radicalmente in discussione il concetto stesso di “inclusione” e chiedersi se le posizioni discorsive che i movimenti, il pensiero critico e le istituzioni hanno adottato negli ultimi decenni siano state politicamente significative e antagoniste o se, piuttosto, non siano andate nella direzione di quella morte della politica che ci ha portato dove siamo ora. Quella morte della politica che ha reso impossibile l’uguaglianza sostanziale che è l’unica via d’accesso per la libertà – o anche solo per liberarsi da discorsi moralisti, paternalisti e censori come quelli cui accennavo in apertura. È a fronte di un’uguaglianza sostanziale che il truccarsi o meno diventa una libera scelta personale, così come lo diventano il lavoro sessuale, quello di cura, l’abortire o il procreare. Come scriveva Oscar Wilde ne L’anima dell’uomo sotto il socialismo: «con le nuove condizioni l’individualismo sarebbe molto più libero, molto più bello e molto più intenso di quanto sia oggi […]. L’individualismo è quanto otterremo per tramite del socialismo».

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Il titolo di questo articolo è un omaggio a Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi di Ida Dominijanni (2014)

 

Elisa Cuter

Elisa Cuter è dottoranda alla Filmuniversität Konrad Wolf di Babelsberg e editor della rivista il Tascabile. Negli anni si è occupata di cinema e questioni di genere su varie testate e collaborato con il Lovers Film Festival di Torino e la Berlin Feminist Film Week. Ha pubblicato nel 2020 il saggio “Ripartire dal desiderio” per minimum fax.