re-creatures: un ritorno degli animali al Mattatoio di Roma

di Ilaria Mancia

Revital Cohen & Tuur Van Balen, The Odds-Part 1 - ph Andrea Pizzalis
Revital Cohen & Tuur Van Balen, “The Odds (Part 1)”, 2019 | “re–creatures”, Mattatoio, Roma. Foto di Andrea Pizzalis

«Quella che il bruco chiama fine del mondo,
il resto del mondo chiama farfalla».
(Lao Tzu)

Lavorando in un luogo come il Mattatoio di Roma mi sono interrogata più volte sul termine ‘creatura’, che spesso ritornava, mentre attraversavo gli spazi. Le creature lì sostano, in una dimensione intangibile ma che “si fa sentire”; non sono più ma stanno, vengono ricordate dalla struttura dove sono entrate, indomite sono state recintate e poi macellate. Lavorando in questi spazi con le artiste e gli artisti e seguendo le loro sperimentazioni e creazioni prendere corpo e forma, i riverberi del presente, che tende verso un futuro creativo, e il passato, che resta attuale aleggiando nel luogo, sono entrati in rapporto, a volte in collisione, e hanno fatto emergere il termine re-creatures.
L’estate scorsa ha avuto inizio una programmazione – di video installazioni, installazioni ambientali, incontri e performance dal vivo – con questo titolo, re-creatures, accompagnata da una domanda che racchiude creature, creazioni, ricreare e, finanche, ricreazione: è possibile pensare a un ritorno degli animali al Mattatoio? Si può ri-pensare a un percorso in cui le creature animali, le specie non umane, in diverse forme, sono protagoniste?
La programmazione ha portato in scena mondi che dialogano con la realtà in modi inaspettati, attraverso il linguaggio, il corpo, la materia e le relazioni che si innescano con l’ambiente circostante, un’occupazione crepuscolare e fantastica di umano e non umano.
Ero consapevole della difficoltà di immaginare un ritorno degli animali nel Mattatoio, e per questo l’ho voluto concepire come un immaginario riscatto, segnato però da un’ambivalenza che combina dramma e ironia. Questo è stato possibile grazie alle opere degli artisti e delle artiste che hanno occupato gli spazi affrontando in maniera diversificata il tema dell’animalità e aprendosi a diversi livelli di lettura e di percezione. La presenza animale, fra confinamento domestico e svelamento del selvatico, diventa, grazie ai lavori artistici, perturbante, proprio perché svela, allo stesso tempo, il suo lato rassicurante e insieme pericoloso.
Le creature, che hanno abitato e sottilmente invaso gli spazi del Mattatoio che, nonostante la sua fascinosa bellezza, non può nascondere la storia cruenta che gli appartiene, sono creature chimeriche, fragili ma irriducibili. Presenze che ci richiamano alla fondamentale ambiguità del nostro rapporto con l’ambiente, fatto di meravigliosi scambi vitali quanto di devastante, irreparabile violenza. Forse gli animali possono aiutarci a re-immaginare quel rapporto o magari soltanto a farci sentire quanto esso sia temporaneamente sospeso in una tensione verso un futuro (im)possibile. Le creazioni artistiche in mostra ci hanno aiutato a percepire la possibilità di un incontro con specie diverse dalla nostra, ci hanno permesso di osservarle tentando di cambiare prospettiva, in una sorta di gioco di specchi che ribalta e mette in discussione il punto di vista umano. Sia le installazioni che gli eventi dal vivo sono stati presentati come apparizioni che si pongono in opposizione ad ogni apparenza ma lo fanno con la consapevolezza che è proprio l’intreccio fra apparenza e apparizione a determinare la deriva onirica in cui la logica del pensiero umano si apre a nuove prospettive.
Se guardiamo al Mattatoio dal punto di vista storico, inevitabilmente riposizioniamo al centro l’antropos e il suo dominio sull’animale: la ricerca artistica va alla ricerca di spostamenti rispetto a quel punto di vista, nonché rispetto ad ogni riferimento troppo letterale ai fatti accaduti in questi luoghi. Qui il passato fa emergere dalle pareti spettri e anime tormentate da cui è difficile distaccarsi per formulare un pensiero critico che liberi e rilanci l’immaginario.
Ma se fossero proprio gli animali a guardarci con i loro occhi da un futuro che noi ancora non stiamo percependo? Se il loro sguardo su di noi fosse quello di un futuro che ci osserva, mentre andiamo verso l’estinzione? Forse cogliere il senso di quello sguardo potrebbe essere un salvifico salto cognitivo per la nostra specie.
E forse, come dice Matteo Meschiari: «Bisogna cominciare a riflettere sulle forme di ribellione animale nell’inesorabile limitazione/repressione della loro agency. Bisogna imparare a osservarli nelle loro forme di resistenza, dal rifiuto del guinzaglio alla fuga di bestiame. Si potrà ricavare uno sguardo nuovo su potere, repressione, dominazione, reclusione».

Così re-creatures è rimasto presente, un contenitore di senso che abbiamo portato con noi fino a questa primavera, interrogando nuove sperimentazioni e ricerche artistiche, una traccia che si ritrova nel pensiero che ha accompagnato il lavoro di formazione e produzione, in questo tempo sospeso e complicato da una pandemia che ha affermato la presenza di altre creature, i virus, con cui ogni giorno stabiliamo una complessa convivenza.
re-creatures, come programmazione, è ripresa a marzo 2022 spostando e ampliando il suo senso rispetto all’attualità, diventando invito alla condivisione pubblica di un reticolo multiforme di proposte legate ai diversi linguaggi delle arti performative, nella convinzione che la ricerca artistica e le pratiche discorsive e critiche siano gli strumenti più efficaci per superare le chiusure identitarie, attivare un dialogo (anche fra le diverse specie), evitare escalation conflittuali, elaborare la follia della distruttività umana.
re-creatures ha accolto viaggi verso un altrove, tra “trip” psichedelici, fra immaginario e sogno e traiettorie che i suoni tracciano attraversando le zone di scambio e le aree di crisi e conflitti.
Per i prossimi mesi i lavori artistici presentati tentano di creare un ambiente in cui i corpi, attraverso il loro stare, fanno della loro presenza un “divenire-intenso”, una molteplicità in cui prende voce la differenza, il canto, il lamento, il rito. Questo luogo così problematico, facendosi spazio di sperimentazione dove diversi linguaggi artistici confluiscono in un incontro, manifesta un tentativo di decifrazione dell’invisibile, del rimosso, del nascosto, attraverso forme di esperienza del corpo “animale”, umano, vocale. Le artiste e gli artisti presenti nel programma di quest’anno portano alla luce la necessità di ritualizzazione dello stare insieme, facendo emergere risonanze spaziali, immersive e sensoriali nella necessità di sintonizzarsi all’ascolto in una dimensione collettiva e pubblica.
re-creatures evolve così, naturalmente: un concetto-contenitore rivelato dalla creazione artistica per sopravvivere nell’attualità, per dare spazio a forme creative di prefigurazione e di possibile.

«A Sparta i ragazzi erano lupi; in Atene, le bambine erano orse. Ripetono i manuali che l’iniziazione giovanile serviva ad introdurre all’ordine della città. Al contrario, era un volgere lo sguardo verso un punto del passato, verso uno stato di commistione con l’animale da cui gli uomini si erano distaccati diventando lupi e orsi – e poi coloro che uccidono lupi e orsi. L’iniziazione era un invito al ricordo. Un giorno, a una certa età, si sarebbe studiata la storia. Ora si scopriva ciò che era avvenuto prima di ogni storia: si diventava per qualche tempo lupi e orse».
(Roberto Calasso)


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Le artiste e gli artisti che hanno abitato re-creatures nel 2021 e 2022, tra gli altri: Valentina Furian, Pierre Huyghe, Revital Cohen & Tuur Van Balen, Tim Etchells, Parer Studio, Kate McIntosh, Jacopo Benassi & Lady Maru, Jenna Sutela, Antonia Baehr, Stefan Kaegi-Rimini Protokoll, Marco Torrice, Simone Aughterlony con Hahn Rowe e Jen Rosenblit, Nada, Raia/Fiorito, Giulia Crispiani & Golrokh Nafisi, Agrupación Señor Serrano, Alexia Sarantopoulou, Lorenzo Senni, Roberto Fassone, Invernomuto, MP5 con Alessandro Sciarroni, Dewey Dell, Motus, Industria Indipendente, Muna Mussie, Riccardo Benassi, Stine Janvin & Ula Sickle insieme a Lisa Gilardino, Sara De Simone, Matteo Meschiari, Nathalie Kuttel, Ilenia Caleo, Emanuele Coccia, Giovanni Attili.

 

 

Ilaria Mancia

Ilaria Mancia è curatrice, organizzatrice e dramaturg di arti performative. Attualmente curatrice, responsabile dei progetti di formazione, delle residenze produttive e degli eventi performativi presso il Mattatoio di Roma – Azienda Speciale Palaexpo. In questo contesto dal 2020 ha ideato e curato Prender-si cura, un progetto di residenze di ricerca e produzione artistica, ha curato il Master in Arti Performative e Spazi Comunitari PACS 2020-21 e il Master in Arti Performative MAP_PA 2022. Ha curato durante l’estate del 2020 Gaia-Thirst e del 2021 re-creatures, progetti di video installazioni, installazioni ambientali, performance, concerti, laboratori, incontri, negli spazi interni ed esterni del Mattatoio. Ha lavorato con diversi artisti e compagnie di teatro e danza nazionali e internazionali e in diversi festival internazionali di arti performative e teatri.
Laureata in Filosofia, indirizzo Estetico, presso l’Università di Bologna, ha conseguito il Master universitario in Scienze e Tecniche dello Spettacolo dell’Università di Parma.