L’ombra del decoro

di Sarah Gainsforth

 Banksy, Marble Arch, London, foto di Niv Singer - 'Unsplash'
Banksy, Marble Arch, London, foto di Niv Singer – ‘Unsplash’

È davvero curiosa la pratica di recintare il vuoto. «Le aiuole potrebbero fuggire» scherza il mio amico mentre passiamo di fronte a una cancellata costruita intorno a un piccolo spazio tra due edifici nel quartiere dove abito. «È opera del Soprintendente» racconta, ben informato, il mio amico. Il Soprintendente, che abita nell’edificio confinante con questa porzione di vuoto, avrebbe fatto riqualificare lo spazio, liberato dalla sua precedente funzione – una carrozzeria – facendovi installare otto grandi panchine in marmo per poi imporre un monumentale cancello di cui lui stesso, sospetta il mio amico, avrebbe la chiave. Nel quartiere dove sono nata, altri – chi? – hanno chiuso una piazza pubblica. L’erba è cresciuta tra i sampietrini e l’acqua della fontanella continua a scorrere dietro la cancellata. Il motivo di queste chiusure sarebbe quello di preservare alcuni reperti archeologici più o meno monumentali. Intanto, dentro il monumento romano più prestigioso di tutti, il Colosseo, si progetta una struttura che lo renda il palcoscenico per eventi privati a pagamento. Altrove si provvede a collocare enormi fioriere per impedire che ci si possa sedere, come lungo la scalinata di Trinità dè Monti, mentre sedie e tavolini dei bar nella piazza sottostante conquistano sempre più spazio. «Ma le scalinate nascono anche per sedersi!» esclama il mio amico ben informato. «Il progetto architettonico originale lo prevedeva». Altrove lo scopo dell’arredo urbano è più esplicito: la scalinata dell’abside di Santa Maria Maggiore è transennata, così come lo è la scalinata del Colosseo Quadrato e di molti altri edifici. Ma forse la sorte peggiore fra i tanti monumenti romani lo ha avuto quello più moderno e inutile di tutti: la Nuvola di Fuksas, all’Eur. Lì l’opera – sospesa nel vuoto e vuota essa stessa – è chiusa dentro una teca di vetro. La teca è poi recintata da una fila di jersey e recinti da cantiere che sopravvivono alla fine dei lavori di costruzione della Nuvola. Ci sarebbe una questione irrisolta che riguarda i marciapiedi. Ma tanto, chi ci va a piedi, lì? Meglio non farlo. Cinque anni fa una donna è rimasta schiacciata dal cancello di ferro, cadutole addosso, che delimita lo spazio vuoto che confina con la Nuvola, dove sorgono due alte torri che sarebbero dovute essere demolite, ma i cui scheletri spogli hanno accolto per anni chi arrivava a Roma dal mare.

Recentemente sul sagrato della basilica di Santo Spirito a Firenze sono comparsi dei grossi blocchi di cemento. Servirebbero a reggere dei cordoli. Dal 3 maggio la zona è «vietata 24 ore su 24»: qui è proibito fermarsi, sedersi, bivaccare. Si era inizialmente parlato di installare una cancellata, poi si è optato per i cordoli, ma quando questi sono stati usati per il salto della corda – un atto di rappresaglia secondo alcuni quotidiani – al loro posto sono comparse delle grosse fioriere.

Il nuovo nemico, con la fine del coprifuoco, è la malamovida che minaccia le piazze dei centri urbani, mentre distese di tavolini invadono lo spazio pubblico. La movida, però, non è che un sintomo. È l’effetto collaterale di un progetto di città la cui unica funzione è creare valore economico. La movida è l’ombra di questo modello che la piazza, di notte, rende visibile. È il sintomo di una città che non offre nulla ai suoi abitanti più giovani e a quelli più poveri, completamente ignorati dalle politiche di valorizzazione economica di città che non hanno più nulla da dare, che alimentano la solitudine, e il malessere psicologico esploso con il lockdown, e che lo trattano come una questione di ordine pubblico. È il sintomo della scomparsa dello spazio pubblico come luogo di socialità, sacrificato all’imperativo del consumo. Santo Spirito è infatti l’ultimo luogo di socialità popolare nella città vetrina del turismo di massa. Perché Firenze, come Venezia, e come il centro storico di Roma, è destinata al vuoto.

Roma è una città groviera, piena di spazi vuoti. Dal terrazzo condominiale scruto i tetti, le case, gli edifici. Perché così tante finestre sono chiuse anche quando splende il sole? Quante sono le case disabitate? Gli interi edifici, gli uffici, gli hotel, i negozi, le rimesse e le caserme, vuoti? Secondo Immobiliare.it a Roma ci sono quasi 600 palazzi in vendita; secondo il Ministero delle Finanze sono oltre 6.000 gli immobili residenziali e commerciali pubblici inutilizzati; secondo l’Istat sono più di 100.000 le case vuote. Le vie principali del centro della città sono una sequenza di serrande abbassate. Senza turisti, non c’è ripartenza.

Le piazze piene, però, fanno paura. L’ossessione per il decoro urbano e per il controllo dello spazio è infatti molto selettiva. Il vuoto fa paura solo quando non è di nessuno, o meglio, quando è di tutti. Quando a essere vuoto è il suolo appropriato, la proprietà privata, il problema non si pone. La paura del vuoto “che non è di nessuno”, territorio fuori controllo, serve a giustificare il furto e lo spossessamento di uno spazio che è di tutti, con l’imposizione della proprietà. La curiosa pratica di recintare il vuoto è infatti all’origine della colonizzazione di spazi dichiarati vuoti, che vuoti non sono. Per renderli tali, si recintano, si mappano, di rendono inaccessibili. Il turismo adotta la stessa logica: la città diventa terra nullius da appropriare. L’oggetto del contendere, naturalmente, è la rendita urbana.

La proprietà privata è sempre sottrazione di spazio alla collettività, tanto che si parla di concessioni dall’amministrazione pubblica ai privati. È esclusione. Per questo i privati pagano un compenso, gli oneri concessori per costruire su suolo che di base è pubblico. Ma sulla proprietà si regge l’ordine sociale. Di qui, come evidenzia bene Pierpaolo Ascari, l’identificazione tra proprietà, decoro e sicurezza – e, di converso, tra vuoto, paura e insicurezza. Allo stesso modo, la categorizzazione degli individui serve a includerli o escluderli dall’uso dello spazio, della terra e delle sue risorse. Quando con la pandemia lo spazio pubblico urbano è rimasto davvero vuoto, abbiamo assistito alla proliferazione delle categorie di soggetti nemici dell’ordine e della sicurezza. Non solo i poveri, ma anche gli adolescenti, i bambini, coloro che non hanno nulla da fare, che stazionano, addirittura coloro che corrono, quelli che fanno jogging.

L’ossessione per il decoro, che ha l’unica funzione di escludere chi non ha abbastanza soldi per comprare e consumare la città, si traduce così in una moltiplicazione di norme che ambiscono a definire le categorie di persone indesiderate – come i soggetti “fragili” senza una casa – e a controllare ogni aspetto della vita nei minimi dettagli, descrivendo e prevedendo sanzioni per singoli e specifici comportamenti, gesti, atti quotidiani. Il che dà luogo a regolamenti assurdi e crudeli, e a una serie potenzialmente infinita di specificazioni e classificazioni. Una delle proposte di modifica del nuovo regolamento di Polizia Urbana di Roma recita: «dopo “liquido” specificare che è escluso la normale caduta di piccoli residui di innaffiamento delle piante fatto anche con appositi sistemi di irrigazione e che l’irrigazione deve essere fatta preferibilmente dopo le h 20,00». Ancora: il divieto di prendere i mezzi pubblici «in stato di palese alterazione psico-fisica» contraddice le norme che invitano a prendere i mezzi pubblici in stato di ubriachezza anziché guidare e mettere a rischio l’incolumità propria e di altri. E la mia preferita, dove l’ossessione per le descrizioni minuziose, i dettagli e gli elenchi tocca l’apoteosi: il divieto del «trasporto di beni e mercanzie di vario genere per mezzo di sacchi di plastica, borse, trolleys, carrelli o altri analoghi contenitori». La norma sarebbe illegittima perché sanziona comportamenti futuri: si basa su una «presunzione di successiva attività di vendita da parte di soggetti privi di autorizzazione», si legge nelle osservazioni. Naturalmente per tutti questi comportamenti descritti in dettaglio la pena è il DASPO, il provvedimento di allontanamento, il divieto di accesso a un determinato luogo per motivi di «ordine pubblico».

Non è solo il lungo elenco di comportamenti sanzionabili a essere curioso. È proprio lo sforzo di elencarli e tradurli in un linguaggio apparentemente giuridico, neutro e burocratico, distaccato e ufficiale, che produce l’effetto opposto e svela la totale assenza di neutralità. C’è invece l’immagine di una città punitiva che protegge la proprietà privata, spesso vuota, e desertifica tutto il resto rendendo inaccessibile lo spazio comune. Ma questo vuoto – spazio non privato – è ciò che rende la città porosa e attraversabile, che consente il contatto, la relazione, il cambiamento. È lo spazio dell’imprevisto: è ciò che rende la città viva.

Ma l’imprevisto minaccia l’ordine e la proprietà. Così si aumenta il grado di selettività di chi può legalmente abitare lo spazio pubblico, e perché. E anche tutto il fiorire di esperimenti di cosiddetto tactical urbanism, e di murales che compaiono, autorizzati, a volte ingannevolmente pubblicizzati come ecologici, negli spazi pubblici della città, più che a spiazzare, a me sembrano voler rassicurare e rispondere all’ossessione di esplicitare la funzione di luoghi altrimenti cosa: vuoti, indefiniti, indeterminati? L’uso quotidiano non basta a definire la loro funzione? I murales sembrano voler dire «è tutto sotto controllo! questa è una piazza, questo è un campo da basket, questo è un quartiere di case popolari diventato museo». Perché l’uso deve essere predefinito, e poi iper-esplicitato, nella forma e nell’apparenza? Chiunque abbia guardato un bambino giocare sa che non è questo il modo di sperimentare il mondo: i bambini inventano sempre nuovi usi, trovano i difetti, trasformano gli oggetti con cui entrano in contatto. La possibilità di trasformare il mondo è ciò che oggi ci viene negato. Del resto, l’idea che l’architettura e i principi estetici siano responsabili per l’uso degli spazi pubblici – e per il loro degrado – è una costante nelle teorie urbanistiche di stampo neoliberista che plasmano, anche arruolando l’arte che le rende speciali, città-museo esclusive ed escludenti. Mentre gli spazi commerciali, i grandi contenitori urbani del consumo, diventano flessibili, multifunzionali e ibridi per adattarsi agli shock subìti dalla filiera produttiva durante la pandemia, lo spazio pubblico è sempre più codificato.

Così scopriamo che, mentre le città emergono da un lungo periodo di emergenza sanitaria, la vita fa paura. La vita, imprevedibile, fa paura al prete che protesta per il progetto di pedonalizzazione di una parte della piazza Sempione – perché ci potrebbe essere la movida – fa paura ai commercianti che si scagliano contro le piste ciclabili, e che dire dei fascisti, terrorizzati dalla prospettiva che i bambini possano giocare di fronte alla propria scuola, la Di Donato, in un tratto di strada chiuso al traffico. Fa paura al sindaco di Firenze Dario Nardella che chiude un sagrato, luogo che dovrebbe essere di accoglienza.

Per fortuna non tutti sono ossessionati dai comportamenti di chi usa lo spazio pubblico e come lo usa. L’assessore alla cultura del terzo Municipio Christian Raimo ha compilato un lunghissimo elenco di cose più o meno belle, assurde e sensate al tempo stesso, che a Piazza Sempione, senza le automobili a impedirlo, si potrebbero fare! L’ho letto tutto e ho riso forte. Perché per quanto le norme sul decoro urbano inseguiranno i nostri comportamenti catalogandoli minuziosamente per decidere cosa si può e non si può fare, chi può essere incluso e chi escluso dalla città, l’elenco di usi possibili dello spazio comune sarà sempre più lungo e ben più più gioioso. Come ci insegnano i ragazzi che giocano al salto al cordolo in Santo Spirito.



Sarah Gainsforth

Ricercatrice indipendente e giornalista freelance. Scrive di trasformazioni urbane, abitare, diseguaglianze sociali, gentrificazione e turismo. Ha scritto per Internazionale, La Repubblica, L’Espresso, Il Manifesto, Valigia Blu, FanPage, Roma Today, Dinamo Press e Jacobin Italia.  È autrice di Airbnb città merce, Storie di resistenza alla gentrificazione digitale (Derive Approdi, 2019), finalista Premio Napoli 2020, e Oltre il turismo, Esiste un turismo sostenibile? (Eris Edizioni, 2020). Vive e lavora a Roma.