L’apocalisse è meglio del Prozac

di Lucia Marinelli

Marco Smacchia, “Dopovento”, tempera acrilica e matita su carta, 2019

«Mentre il mondo finiva io stavo provando a suicidarmi. Devo essere nata con una radicale inclinazione alla sofferenza altrimenti non si spiegherebbe perché niente è mai andato secondo i miei piani.
Prima del collasso lavoravo come vetrinista in una gioielleria nella via più costosa di Roma City. Capitai lì per pura necessità. I gioielli non mi sono mai piaciuti e da quando ero bambina volevo fare l’organista. La mia era una vocazione contraria al corretto funzionamento della realtà in cui ero immersa. Negli Stati Uniti Euratlantici alle soglie del 2050 non c’era spazio per gli organisti.
Dopo il diploma al conservatorio, comunicai le mie chimere sinfoniche alla povera mamma.
“Tesoro, con le spese che ci sono il tuo è un suicidio…”
“In effetti potrei diventare una kamikaze”
“Beh, lo stipendio militare sarebbe comunque migliore!”
Il dubbio si protrasse alcune settimane poi il compromesso arrivò e aveva sempre la voce di mia madre.
“Biscottino, perché non vai a insegnare musica ai bambini?”
La proposta sembrava ragionevole. Appianai l’idea rivoluzionaria di girare il mondo suonando antichi organi per incanalarmi in qualcosa di più remunerativo.
Il risultato fu disastroso. Lo stipendio da insegnante di musica era di 590 eudollari al mese, occupava tre quarti delle mie giornate e non mi permetteva neanche l’affitto di una stanza divisa con altre sei persone.
Una mattina, trascinandomi in metro verso la scuola elementare, lessi da un grosso pannello digitale l’annuncio “cercasi vetrinista per nota gioielleria al centro” e mi candidai.
Una parte di me sperava di non essere assunta e di continuare a vivere sognando organi mentre parlavo di Mozart a classi impazzite di pargoli euroatlantici. Invece, per il primo di una serie di miracoli perversi, fui assunta.
A sentire il capo fui scelta per via di uno spiccato senso artistico che definì “l’alleato segreto delle vetrine migliori!”
Lo stipendio era nove volte quello da insegnante, avevo addirittura il fine settimana libero e un minimo di copertura medica. Firmai il contratto ad occhi chiusi.
Col primo stipendio mi comprai il Telemann 9000, un organo elettronico ultimo modello che incorporava novemila sonorità differenti, tra cui il suono dell’organo della basilica di Valère, nella Nuova Svizzera, il più antico del mondo. Un feticismo per pochi.
Nel giro di sei mesi riuscii addirittura a trasferirmi in un monolocale. Le dimensioni erano di una trappola per topi ma almeno c’ero solo io. Lo scelsi perché aveva più finestre che pareti, una vista ottima e una vasca da bagno nella camera-soggiorno, dettaglio presente in tutte le riviste di interior design dell’epoca.
Ero all’ultimo piano del Condominio Pepsi in zona Piazza di Spagna. La scritta al neon precisamente sopra di me si riverberava perenne dentro casa. Il risparmio in corrente elettrica bilanciava il disagio cromatico.
Successivamente al mio arrivo aprirono un enorme negozio di materassi al pianoterra. Regalarono a me e ai 956 inquilini del condominio un materasso ciascuno per risarcirci dell’inaspettato aumento di rumori, traffico e affitto.
Vivevamo l’epoca d’oro degli Stati Euratlantici, il caos era una sinfonia e tutto il mondo sembrava una semiperiferia di New York.
Un pomeriggio tra i watt esasperati dalla finestra, quasi intravidi la silhouette sinuosa della Statua della Libertà. Ho poi capito che si trattava solo di un nuovo ripetitore, ma la suggestione mi restò a lungo.
Presto guadagnai anche una nuova amica. Tutto grazie al servizio di CashEmpathy, piattaforma studiata dal Ministero del Lavoro per ottimizzare la socialità. Registrandoti al portale, a tariffe vantaggiose, scambiavi le tue conoscenze sociali per guadagnare possibili nuovi legami e occupazioni.
In cambio di 1000 eudollari presentai Chiara al mio capo, lei ottenne il lavoro e io qualcuno con cui sparlare della clientela.
Ma uno dei problemi della vita è che non sai mai quando cambierà tutto. Basta un bicchiere d’acqua a smorzarti in gola l’euforia elettrica. E nel tempo di un sorso non sei più capace nemmeno di bere perché improvvisamente qualsiasi cosa metti in bocca ha il gusto del cianuro.
Non mangiai nulla e bevvi il minimo possibile per due settimane alla fine delle quali mi ritrovai dal medico: consulenza emergenziale, a pagamento ovviamente.
Mi venne diagnosticata una strana forma di sinusite. Seguii la cura ma non ebbi alcun miglioramento.
Una persona alla fine si abitua a tutto, anche a ingurgitare roba che ti sembra abbia tutta lo stesso sapore di mandorla amara.
La mia linea ci aveva guadagnato, ora avevo gambe così sottili da poterle fotografare col servizio Advertize Me. Si trattava di vendere ad agenzie pubblicitarie foto del tuo corpo che avrebbero distribuito ai loro clienti. I miei polpacci finirono in una serie di spot di gambaletti per un modesto marchio lungo tutto l’inverno 2049. Con quella piccola entrata in più (600 eudollari mensili) mi comprai un depuratore d’aria da mettere al collo per creare un’area personale di 2 metri quadrati a basso contenuto di radiazioni e batteri.
Il resto fu impiegato in altre spese mediche. Probabilmente complice la perenne illuminazione del mio monolocale, persi la capacità di dormire e tornai dal medico.
“Livia cos’ha questa volta?”
“Dottore, ormai sono due mesi che non ho sonno, cioè mi si chiudono gli occhi ma il resto non si spegne, mi rivolto nel letto fino all’alba… sono la sveglia della mia sveglia”
“C’è qualche pensiero che la infastidisce?”
“Non è mai un pensiero specifico. Ce n’è sempre qualcuno diverso. Stanotte per esempio non ho chiuso occhio perché non sapevo dove avrei sistemato il nuovo faretto per la vetrina se all’angolo destro o sinistro o destro o sinistro o de…”
“Ho capito, si prenda due gocce di queste e si addormenterà come una bambina e non si preoccupi! La realtà è una dimensione tranquilla e regolare! Fino ad ora ha perfettamente svolto i suoi compiti e non c’è un motivo al mondo per cui questo dovrebbe cambiare”
“In che senso?”
“Le faccio un esempio: queste gocce, come tutto d’altronde, si basano sull’assunto generale che il futuro funzionerà esattamente come il passato… il sole è sempre sorto dopo essere tramontato quindi perché preoccuparsi che non lo faccia più?”
Le parole del medico mi rimbalzarono a lungo nelle orecchie ma furono inutili come le medicine prescritte.
Il mio capo mi regalò un aumento, l’insonnia mi aveva resa infinitamente più produttiva.
“È un talento mia cara, un grande talento! C’è chi si droga per avere una mente sempre attiva!”
Iniziai a indossare enormi occhiali da sole per nascondere le occhiaie e non solo. Presto cominciai ad avere un altro problema: il pianto continuo.
Piangere ogni tanto è normale, liberatorio. Piangere ogni sera è catartico, ti svuoti come un palloncino. Piangere sempre e comunque, addirittura contro la tua stessa volontà, inizia ad essere problematico.
Lacrimavo copiosamente anche senza accorgermene, come esce il sangue dal naso. Quindi tra le lacrime e le occhiaie non tolsi più gli occhiali. Erano scuri ed enormi come gli occhi di un insetto, abbastanza vistosi da nascondere le guance umide e violacee.
Chiara mi aveva detto che così sembravo un’attrice francese di quasi un secolo prima. Tenevo i miei fanali di vetro anche a casa, dopotutto la Pepsi aveva messo un’insegna ancora più luminosa e il mondo ombreggiato era più interessante.
Anche di questo cambiamento non mi feci molto carico. I clienti erano più a loro agio nell’interagire con qualcuno di cui non coglievano lo sguardo, in più ognuno aveva le sue fissazioni. Chiara, per esempio, si metteva lo smalto al peperoncino per non mordersi compulsivamente le unghie. A lei lo smalto piccante. A me gli occhiali.
Pianto, perdita di sapori e sguardo da mosca avevano il loro fascino, anche sugli uomini.
“Tengo un diario per provare a me stesso che esisto” mi aveva detto un tizio col quale ero uscita una sera di marzo. Eravamo in un locale elegante di quelli con le abat-jour sui tavoli e aveva offerto lui la bolla di aria purificata (56 eudollari l’ora). “Tu?” mi aveva domandato cercando di vedere oltre le mie lenti.
“No, non ho questo dubbio. Insomma mi pare che spendiamo troppo in internet, acqua e aria decontaminata per non esistere!”
Il giorno dopo feci la mia prima assenza dal negozio. Quella mattina mi ero accorta che dal cemento del mio balcone era spuntata un’anonima erbaccia verde. Nessuno l’aveva piantata, nessuno la innaffiava e tanto esisteva sbattendomi in faccia le sue tenere fogliette.
Respirava aria – ripulita a mie spese – senza dare conto a niente e nessuno, esclusi gli insetti che le ronzavano intorno ogni tanto. La scoperta aveva reso i miei occhi due fontanelle impazzite. Attraverso gli occhiali la fissai tutto il giorno ondeggiare al venticello primaverile. Mi fumai due pacchetti interi di sigarette prima di decidere di estirparla a mani nude. Le perdite lacrimali tornarono al loro flusso consueto permettendomi il rientro al lavoro.
Quattro mesi dopo arrivò l’illuminazione.
Quel giorno finivamo il turno prima perché la sera ci sarebbe stata la finale di Super Bowl Transatlantico, Lazio versus Dallas Cowboys, l’aria scoppiettava di entusiasmo – probabilmente calcolato nell’aumento dello 0,5% della tariffa di purificazione.
Per l’occasione avevo cambiato montatura agli occhiali da sole optando per un saettante blu elettrico. Chiara era addirittura uscita prima, nel negozio eravamo solamente io e il mio capo, più felice del solito perché il giorno dopo sarebbe partito per un agognato soggiorno a Honolulu.
Stavo levando il cadavere di una falena fritta per sbaglio dal cartello EXIT sopra l’uscita di sicurezza quando suonò il campanello.
Sulla porta a vetri era apparsa una coppia di giovani stupendi. Lei avvolta in un lungo spolverino azzurro, stava dietro una sedia mobile dove sedeva lui altrettanto meraviglioso. Avevano entrambi capelli ricci e dello stesso colore del miele. Dall’abbigliamento e dal modello di carrozzella a propulsione, sembravano decisamente ricchi. Aprii la porta blindata, il capo li accolse entusiasta, gli occhi baluginavano eudollari.
“Vorremo cercare un regalo per il nostro amato papà…” esordì lei.
“Ottimo ottimo! Un compleanno? Abbiamo splendidi gemelli! Orologi! Spille! Livia fagli vedere gli ultimi arrivi” era una trottola impazzita tra i pannelli di legno e le vetrine che quasi rovesciava per l’entusiasmo.
“In realtà sarebbe una premiazione, vorremmo coniargli una targa d’oro sa, è l’onorevole …”
“Non dica altro, Livia portali nella zona lingotti”
Aprii l’uscita di sicurezza e li condussi nel corridoio prima del caveau. Stavo sbloccando l’impianto di sicurezza quando un rumore brusco dietro di me mi costrinse a voltarmi.
Due pistole erano puntate contro di me. Il respiro mi si incastrò tra i polmoni mentre tutte le vene del corpo si torcevano tra loro. Per il panico feci cadere gli occhiali.
“Ma che ha questa in faccia?” commentò lui, ora agilmente in piedi.
La ragazza tirò fuori dalla tasca della sedia a propulsione un enorme borsone.
“Senti occhi pesti, adesso ci riempi questa di tutto l’oro che sta lì dentro dopodiché ci lascerai uscire senza dire niente al tuo capo”
“E non urlerai altrimenti prima uccidiamo te e poi lui, intesi?”
I punti della testa a cui miravano le pistole mi formicolavano intensamente, il resto degli arti non si muoveva molto. Un pensiero mi lampeggiò in testa facendosi spazio tra la poltiglia di lacrime: l’idea di farmi impallinare mi piaceva. Era una variazione al tema.
Lanciai un urlo fortissimo a cui seguirono come due lampi i colpi di pistola. Caddi in terra, sperando di aver accolto i proiettili come un enorme magnete. Purtroppo avevano solo colpito il soffitto.
Il resto fu questione di pochi secondi: dall’altra stanza il mio capo fece scattare il sistema di allarme, restai blindata dentro coi due rapinatori mentre fuori arrivavano immediate le sirene della Guardia di Stato.
Il ragazzo mi afferrò puntandomi la pistola direttamente al cervello.
“Katia prendiamola come ostaggio in cambio della rapina”
“No aspetta… possiamo trattare… ehi tu, che sistema di antifurto avete?”
“Uno Reclutatore…” riuscii a dire.
“Appunto Rob, possiamo trattare!”
“Perc—” Non seppi mai quale fu l’osservazione del compagno perché fu interrotto precisamente dalla voce dell’antifurto.
“Rilasciate l’ostaggio, arrendetevi e non vi faremo nulla, la vostra è un’azione sconsiderata!”
“No! Dateci l’oro e lasciateci fuggire altrimenti la ammazziamo!” Intimò Katia con lo sguardo diretto alla videocamera piazzata in un angolo del corridoio.
“In realtà volete diventare ricchi, non volete ammazzare una povera disgraziata! La vostra tentata rapina è in realtà una sublime poesia alla ricchezza, siete gli ultimi veri romantici!”
“Non siamo artisti, siamo affamati. Non possiamo manco pagarci le zone d’aria respirabile!”
“Vogliamo mangiare e vivere in pace!”
“Ma certo! Chi non lo vorrebbe? E infatti l’oro che rubereste dovrebbe comunque essere convertito in eudollari e con le tasse che ci sono il guadagno sarebbe inferiore ad un qualsiasi impiego regolare nella pubblica amministrazione. L’oro non è un investimento. Il vantaggio di uno stipendio fisso è maggiore dell’87%. Potete essere assunti ora, sappiamo che siete giovani e anche di bella presenza. La reclusione vi leverebbe la possibilità di farvi impiegare ora che siete nel fiore dell’operosità”.
Katia lanciò un’occhiata sorniona al fratello che ormai mi aveva quasi lasciato perdere.
“Se rinunciate a questo atto criminale possiamo proporre un contratto nel pubblico impiego. Per i primi 55 mesi il 29,7% dello stipendio verrà pignorato a coprire un multa per il reato e i danni intentati a questo esercizio commerciale, ma vedrete che ne uscirete comunque con un profitto assicurato”.
“Il contratto comprende anche un’assicurazione medica?” Lo sguardo di Katia sempre rivolto alla telecamera.
“Affermativo. La copertura medica prevista è del 70% e se accettate entro i prossimi 15 secondi avete anche 3 settimane di ferie”.
“Affare fatto”.
“Gettate le pistole e verrete subito recuperati da un agente speciale di collocamento”.
Rob mi fece cadere, strisciai immobile dall’altra parte del corridoio mentre loro inserivano le pistole in una tasca che si era aperta nel muro. Di lì a poco la porta del corridoio si sbloccò e i due vennero scortati fuori. Un agente con cartelletta e documenti gli andò incontro dandogli il benvenuto nel mondo del lavoro.
Il capo mi rimandò a casa perché ero visibilmente scossa. Eppure non ero turbata, ero delusa. Avevo veramente sperato che uno dei due mi sparasse in faccia. L’opportunità migliore degli ultimi mesi mi era scivolata via dalle dita.
L’appartamento mi aspettava vuoto e allagato come al solito di luce rossa, ai miei piedi la città impegnata a guardare la finale di Super Bowl. Col tasso di occupazione mondiale in costante aumento, la possibilità di imbattermi in una seconda rapina era piuttosto bassa; decisi di farla finita a modo mio.
Riempii la vasca di acqua e sapone in un mare di bolle rosa, poi mi diressi verso il tostapane in cucina. Fui colta dal primo buco di stomaco in cinque anni e prima di staccarlo dalla posizione abituale mi tostai una bella fetta di pane ai semi guarnita da un solido strato di crema al cioccolato. Dopodiché attaccai l’elettrodomestico alla presa del ripiano in modo che sfiorasse la vasca.
Mi tolsi gli occhiali da sole, indossai il mio costume da bagno preferito e, addentando il toast, entrai in vasca.
Guardavo il tramonto, il cioccolato mi si squagliava in bocca sempre più dolce nell’avvicinarsi al momento in cui avrei allungato la punta del piede per spingere il tostapane nell’acqua. Mi sarei fritta in una cascata di bolle alla lavanda.
Mentre inghiottivo l’ultimo boccone decisi che non me ne sarei andata prima di conoscere quale squadra avesse vinto la finale. Accesi il telefono per cercare la notizia quando una notifica oscurò lo schermo.
“GOVERNO FEDERALE DEGLI STATI EUROATLANTICI NUOVA NOTIFICA DI SICUREZZA GENERALE: Il governo è spiacente di comunicare che purtroppo a causa di un’improvvisa implosione di un buco nero prossimo al sistema solare, Giove sfiorerà la Terra. Lo scontro avverrà in meno di centottanta minuti, provocando il collasso dell’attuale sistema solare. La probabilità di sopravvivenza è del 1,5%. Ci scusiamo per il poco margine di preavviso ma non essendoci speranze di salvezza, abbiamo preferito regalare a voi cittadini un ultimo giorno di normalità”.
Sospesi i miei piani suicidi giusto il tempo di capire se fosse uno scherzo.
Accesi la tv e fu come trovarsi sul set di un film apocalittico. Tutti i canali alternavano astronomi, politici e autorità militari intenti a spiegare l’impatto imminente. Animazioni di Giove in movimento, ovunque.
La voce allucinata del mio capo dal telefono fu l’ultimo scambio umano che sentii prima della fine.
“STAI VEDENDO LIVIA? STAI VEDENDO? PREPARAVO LE VALIGIE E GUARDA TU! ERA UNA VITA CHE VOLEVO ANDARE A HONOLULU! PROPRIO ADESSO L’UNIVERSO DOVEVA FULMINARCI!?”
“Beh se ci pensi sta per iniziare la vacanza più grossa della tua vita”.
Ero di ottimo umore.
La natura mi stava regalando un’uscita di scena più speciale dello stereotipato bagno elettrico. Il telegiornale segnalava file chilometriche ai bancomat, sperai fortemente che qualsiasi cosa si profilasse dopo non prendesse contanti.
Come in un lampo mi ricordai del Telemann 9000, usato forse solo due volte dal suo acquisto. Decisi di accogliere il gioviale collasso suonando. Non sono stata musicista da viva, magari da morta avrei avuto più speranze.
Suonai a più non posso, divenni un treno a vapore impazzito. Le note musicali riempivano tutto lo spazio come fumo denso mentre con mani e piedi stantuffavo tastiere e pedali. Bach, Mendelssohn, Lizst eseguii febbricitante tutto il mio repertorio. Col mostro arancione che gravava sulle spalle del mondo, mi liberai in una cadenza prima della fine.
Le nubi di Giove erano ricurve e aggrovigliate che sembravano i corpi visti da Michelangelo nel Giorno del giudizio.
Tutto saltò per aria in un accordo di organo.
Ho suonato fino a uscire fuori da me e fuori da tutto. La realtà frizzava, si contorceva in una spirale di polvere e boati. Ci fu una lunga caduta nel vuoto, un coro di sirene e fischi e lamiere spezzate e poi il silenzio cosmico.
Con la polvere dello spazio dentro e fuori, senza più muri vetri e pareti, nel vortice verso il basso ero finalmente leggera. Non vedevo l’ora di dormire, senza più niente da fare. Eravamo stati tutti liquidati dall’universo senza più debiti, colpe e scadenze.
Finalmente chiusi gli occhi ma. Si, c’era un ma.
Destinata all’eterna insoddisfazione, ero evidentemente abbonata a miracoli non richiesti. Persino stavolta nulla andò come volevo.
Nel collasso dello spaziotempo, fra lune, pianeti, palazzi e Pepsi, fui salvata dal maledetto negozio di materassi sotto di me.
Uno strano utero di gommapiuma, schiuma in lattice e piume mi si chiuse intorno. Paralizzata nel buio, dormii profondamente sperando che fosse un modo per avvicinare la morte. Ogni tanto riaprivo gli occhi e constatavo con una certa delusione di essere ancora viva, pulsante e anche abbastanza indolenzita.
Sconvolta dalla mia stessa resistenza decisi di aspettare che l’ossigeno se ne andasse.
L’aria però sembrava non mancare anzi iniziava ad essere tantissima. Il vento profondo di fuori sembrava cantare.
Folate soffiavano tra i cumuli di detriti ed entravano in un arpeggio nella fibra di ogni mio pensiero. Presto non ne potrei più di aspettare il soffocamento. Di certo non volevo morire di noia.
Grattando con le unghie fino a farle sanguinare, spingendomi con la testa e con le gambe tra coriandoli di materassi, cemento e vetri, sbucai in mezzo a dune di macerie.
Era ancora o di nuovo il tramonto. Il cielo fiammeggiante mi bruciò gli occhi e per un attimo rimpiansi i miei occhiali da sole. All’orizzonte, tra i rimasugli dei grattacieli, svettava il cupolone di San Pietro spaccato a metà. Ne feci la mia stella polare sbeccata.

Ora che non c’era più proprietà, né moneta, qualsiasi cosa pensassi l’avrei potuta fare. Così mi prese una voglia sublime di andare a suonare l’organo a San Pietro.
Un gatto sbucò da una crepa in un muro e stiracchiandosi agli ultimi raggi di sole mi guardò a lungo: ora eravamo uguali.
Camminai finché non divenne notte. Le tre lune di Giove risplendevano sopra la mia testa, una strana pace mi colmava il petto in quell’oceano sconfinato di relitti. La terra dormiva in un fulgore azzurro, ero io l’unica sveglia?
Senza più strade, numeri civici, fermate della metro, il sopra era il sotto e forse pure questo si chiamava morire.
Cominciai a sentire freddo, trovai un maglione negli allestimenti abbandonati di un grande magazzino e lo indossai, niente in cambio, solo la sua essenza. Passai sopra un fiore di pioppo nato nel cemento.
Non contai quanti giorni secondi o millenni trascorsi semplicemente passeggiando per i resti della città. Non sentivo più il tic-tac alle mie spalle che mi aveva sempre deriso e ricordato che la vita stava passando.
Se avevo fame, e ora me avevo parecchia, bastava che cercassi tra le merci rimaste di qualche supermercato. Gli scatolami mi avevano sempre inquietato con la loro data così certa e infallibile, sembrava che sarebbero sopravvissuti all’umanità e avevo quasi ragione.
Persa nel mio vagare quasi non notai un’ombra muoversi dalla vetrina infranta di un bar. Mi ci infilai dentro e ci trovai un uomo. Era in perfetta salute e canticchiando una vecchia canzone, sorseggiava una bottiglia di vino. Si accorse subito di me.
“Ehi ehi carina! Unisciti alla bevuta non credo che avrai molte altre cose da fare!”
I capelli lunghi gli coprivano quasi del tutto un tatuaggio sotto l’occhio. Era giovane ma aveva la pelle stranamente consumata, come quella di un marinaio.
Sembrava tranquillo come se fosse almeno la terza fine del mondo a cui assisteva.
“Non sai quante volte il proprietario di questo posto mi ha cacciato perché diceva che un barbone gli spaventava i clienti! Ahahah! E guarda ora… morti tutti di paura!”
Sorrisi e mi sedetti accanto a lui.
“Livia”
“Piacere Nanni”
Gli dissi dove volevo andare e decise di accompagnarmi. Teneva con sé un borsone che custodiva la sua roba di sempre: un sacco a pelo, un coltellino svizzero e qualche accendino.
Camminammo per il deserto calmo, solo il respiro e il battito del cuore scandivano il divenire. Senza alcuna fretta.
Poi accadde una cosa insolita nell’insolito.
“Aspetta lì, devo fare un prelievo!” esclamò Nanni ridendo davanti ai pressi di una banca franata.
Lo guardai perplessa mentre sgattaiolava dentro. Con un po’ di fatica riuscì a svuotare le casse residue riempendosi le tasche e alcune buste di tutte le banconote che poteva.
“Capisco forse il desiderio di ricchezza rimasto sempre insoddisfatto ma…”
“E chi lo ha mai avuto! Io ho sempre solo e voluto esistere… questi servono ad altro”.
“Allora doppiamente non capisco, che li hai presi a fare?”
“Presto ti mostrerò la vera utilità dei soldi, ma non è questo il momento!”
Col cupolone semicollassato fisso negli occhi proseguimmo fino a una specie di baracca allestita sui resti di una pasticceria. All’ingresso qualcuno aveva posizionato due lumini di quelli di plastica rossa con l’immagine kitsch di qualche santo incollata sopra.
Nanni roteò gli occhi al cielo “Per la legge dei grandi numeri era ovvio che dopo il collasso a Roma la maggior parte dei sopravvissuti sarebbero stati preti e suore”.
“Più che la legge dei grandi numeri ci hanno salvato le cripte sotterranee…” rispose una voce dall’altra parte,
“A me ha salvato un sottopassaggio della stazione dove fumavo crack”.
“Il crack non ce l’ho ma se volete ho del vin santo!”
Fu così che conoscemmo don Gregorio. Insieme brindammo all’inaspettata compagnia facendo tintinnare i calici sacri che era riuscito a portare via dalla sua chiesa.
Mentre sistemavamo le cose per dormire si accorse che Nanni straboccava banconote.
“Che fai le tieni per ricordo?”
Il ragazzo si alzò in piedi e rovesciò i pezzi di carta verdognoli e azzurrini in una lamiera poco distante. “Ora vedrete a che servono!”
Ne fece un bel mucchio e gli diede fuoco con un fiammifero. La fiamma arancione ci scaldò tutta la notte.
Il mattino seguente anche Gregorio decise di unirsi, aggiungendo che il vin santo di San Pietro è il più dolce che ci sia. Il resto è il presente: suono questo mezzo organo ad un pubblico di fantasmi, statue rotte e spiriti santi».

I commensali intorno a me sono statue di cera, nessuno mangia più. Il cibo, posato sui resti dell’altare centrale, ormai un tutt’uno col baldacchino nero, è irrimediabilmente freddo.
La nuova arrivata, una suora francese con un occhio bendato, trovata da Nanni fra i resti qui vicino, rimane in silenzio. Non credo si aspettasse questa risposta quando mi ha chiesto cosa facessi mentre il mondo esplodeva.
Il suo occhio superstite verde lattuga è spalancato in mia direzione.
«Beh, di tutte le cose che ho studiato in convento nessuno mi aveva detto che l’apocalisse fosse meglio del Pvozac»
Le lattine di ceci, alcune ostie nei piattini e le caraffe di acqua e vino sbrilluccicano al chiarore spaziale.
Eccoci, quattro disgraziati che mangiano una perenne ultima cena sul punto di fuga della basilica più nota del mondo. Una fama ormai senza senso ma soprattutto senza tetto, mura e mondo.
Siamo finalmente l’erba spuntata a caso dal cemento del mio vecchio balcone.

 

Lucia Marinelli

Lucia Marinelli, 23 anni, autrice. Studia filosofia presso l’Università Roma Tre. Recentemente ha presentato due racconti, Rosso e Sotterranei per il #Gruppo2020, progetto de La Casa d’Argilla in collaborazione col Teatro di Roma Online. Il suo testo “Iniziazione” è stato esposto alla mostra MOTHS | getting nightburnt installazione di Ortensia Sayre Macioci a Cura del collettivo Officinenove. Ha lavorato come giornalista con l’inchiesta Gli spettri della Dora, pubblicata per T. P. I. (The Post Internazionale) e come editor per The Catcher, webzine della Scuola Holden.

 

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