Se muoio, voglio andare in un cielo di Gipi

di Giovanni Guerrieri

Gipi, LMVDM – La mia vita disegnata male, Bologna Coconino Press, 2008

Gipi è dio con le orecchie a sventola. Cioè dio, con un difetto. E questo è bene, perché il difetto fa bene a dio. Non voglio criticare dio per il suo aspetto, ci mancherebbe. Se dio volesse sono sicuro che se le toglierebbe quelle orecchie a sventola, se le farebbe attaccare alla testa dal migliore dei chirurghi. Ci ha disponibilità, dio. Se non lo fa, significa che gli va bene così e che si piace difettoso. Fisicamente difettoso. 

I love il difetto di dio: sgonfia la mia invidia e accresce il mio amore per lui. Se qualche volta sono invidioso per quello che dio fa, per quello che dio crea dal niente, penso alle di lui orecchie. Dico: certo, povero dio, con quelle orecchie, chissà come soffre… meno male che si distrae e non ci pensa, meno male che può inventare storie e pittarle e disegnarle e filmarle e… pure recitarle, che cazzo! Vabbè… Non voglio criticare dio, per un suo difetto fisico, ci mancherebbe: sono solo contento che nel creato ci sia una qualche forma di compensazione.

Qui scriverò di Gipi, scriverò di dio.
Conosco buona parte di quel che Lui fece e ebbi anche modo (qualche volta) di veder come lo fece.

In principio fu l’Eros.
Sì. Lui, dio, Gipi, all’inizio si tentò con l’eros: fece storie brevi per Blue, rivista erotica a fumetti, che spesso noi studenti s’accattava.
Era bella Blue: c’erano storie super, storie sboccate e perverse, storie che pagina dopo pagina gonfiavano la libido lettrice.
Ricordi meravigliosi.
Ma capitava che di tanto in tanto – tra quelle sconce, sconcissime pagine – s’annidassero come tagliole le sue di Lui e allora buonanotte al secchio! Femmine belle erano le sue, certo, e disegnate all’acqua (con una tecnica che si maturò più in là) ma null’affatto arrapanti: disperate, semmai…
Insomma… se le sirene degli altri autori ci stordivano coi loro colori velenosi, le sue – di Lui, di Gipi – ombrose silhouette c’intimavano di rimbracar l’affare, e senza por tempo in mezzo. E noi ubbidienti, ci si ricomponeva, arrossendo davanti a quel mazzetto di paginette altere, così restie a farsi ammazzettare dai nostri collanti giovanili, dal nostro entusiasmo adolescente.

Sic. La ragazza di plastica, Appuntamento a Venezia (1)…

Quindi l’Eros del principio fu un equivoco, ben altra era la vocazione, ben altro l’uopo. Mi si permetta a Lui, in questa, un picciolo rimprovero: «oh, altissimo e orecchiuto bon signore, non fu bello imboscare il tuo talento in una pornorivista, sappilo! Non si intrufola un rottweiller in un laghetto di peluche! Par brutto. Non pensi all’utenza? Colui che legge, se di lui ti cale, come può restar?…»

Bon.
Non se ne parli più.
A dio si perdona anche un malo esordio, un lunedì venuto male. Anzi: quando ci si ripensa, gli si vuole anco più bene, a Lui, a Gipi, a dio, per le tante seghe mancate.

Venne poi il tempo delle Grandi Storie. Pur brevi, ma grandi, le storie di Esterno Notte (2). Qui l’olio nel pinger vien sovrapposto a fogli lucidi, su cui poi ridisegnar figure e paesaggi, per esercitare il miracolo della de-contestualizzazione, che forse è il primo vero miracolo di dio, di Lui, di Gipi.
Si riguardi il brillare dell’aria al principio de La storia di Faccia: i graffi nel cielo, pur così verosimile e curato, son presagi della durezza a venire del narrato, la durezza delle facce a più espressioni insieme, da buon Francis Bacon di provincia. Ci ricordano di vignetta in vignetta quei perso-paesaggi, che siamo (noi umani) piovuti a caso in questa dura bellezza e questo già c’avanza, questo è già la storia.
Ci ricordano che siamo, noi tutti, fuori-posto che respirano, quando ci va bene.
Poi c’è il ricordo personale: Lui semprepresente e la Lillasorella e l’Uomonero di Via degli oleandri. Tutti rigorosamente assenti, fuori scena. Scintilla di questa storia fu un fattaccio, fortunatamente senza conseguenze: un tipo entrò di notte nella casa al mare della famiglia di dio, non animato da belle intenzioni nei confronti della di Lui dolce sorella diciottenne, Lilla appunto. Il bimbo che fu Lui, fu Gipi (e che tanto tornò nei suoi bei tomi) incamerò spavento, lo spavento si fece turba, la turba volle diventare storia e storia fu. Al mostro maniaco – così protagonista – si concesse però solo una breve comparsata, tra l’altro mal disegnata, nella quint’ultima vignetta e nulla più.
A Lillasorella neppur quello.
Eppure tutti e due così importanti.
Di che si narra, allora in questa storia? Beh, di Tirrenia, della sera prima, degli amici e delle siepi profumate, d’una sradicata zanzariera e di un’aria che è più blu del mare e fa paura.
Di questo.
E quel che incanta è l’equilibrio, perché dir di più sarebbe stato troppo. O, peggio, cronaca.

Quindi: rimuovendo il malriuscito Eros, ritroviamo paesaggio con figure fuori posto e Elementi perch’ogni mio ricordo sia anche tuo. E siamo in piena Fase 2. Approfondisca chi può, chi può s’immerga in quei brevi cunti: posto ce n’è d’avanzo. Perché sebbene Lui Gipi dica «io» più fiate di quanto dir si dovrebbe, quell’«io» detto e ridetto non ingombra, lascia spazio al lettore, lo accomoda. È un «io» gassoso che s’aggruma al nostro, e ci presta buon vissuto: così ci si ricorda che siam tutti fatti di corse e calci al pallone e di dolci, velenosi traumi…

Poi, Appunti per una storia di guerra (3).
’Sti cazzi. La sorba qui è matura: le vidi farsi quelle pagine, e non vi dico! Anzi, ve lo dico: forse fu lì, per la prima volta, ch’ebbi la sensazione di sbirciare nell’atelier di dio. Non so se mi spiego. Capitava, me lo ricordo bene, di non riuscir a sostener la vista di quelle grigie tavole quand’Egli me le dispiegava e che lo sguardo mi disertasse per rifugiarsi altrove, e quell’altrove era lì, nella più calda tana, dietro il di Lui orecchio, nel punto in cui l’orecchio germoglia dalla testa. L’orecchio di Lui. E così, mentre Lui Gipi mi favoleggiava di dove a parar sarebbe andato da buon fattore col proseguir dell’opra, io biascicavo mantrico infra me, che se c’avessi avuto quelle orecchie lì, sparato mi sarei seduta stante.
Era la mia, una cura omeopatica all’invidia.
Il libro è molto noto e la storia lunga e distopica: ci son questi tre bulli giovinetti, immersi in una guerra che li sforma, che sa di malavita e di provincia. C’è più aria, più grigio, meno blu. C’è struttura ed omogeneità. Si respirano i Balcani e il funerale dell’adolescenza. È un libro-film bell’e pronto, che s’apre con la nostra San Giuliano, vista dall’alto della Casa del Polacco. E Giuliano è anche Lui, il protagonista, quello dei tre che si rivolge a noi…
Toh! Mentre vo’ scrivendo, ritrovo nella mia copia di Appunti due paginette da Lui Gipi dattiloscritte, con vergato il titolo “Piede di Ferro”.
Rileggo e rido: le avevo dimenticate. La bizzarra storia d’un joystick…
Reliquia da mettere su ebay…

S. (4)
S sta per Sergio, il babbo di Gianni. Nuova tecnica color pastello e la consapevolezza di esser fatti di ricordi. Detta così sembra banale, ma non lo è: è equilibrio semmai più che maturo, tra il fanciulletto e il fine intellettuale, tra il bimbo e l’omo, tra il semplice e il complesso. Memore di Vonnegut, Gipi ci ricorda cosa sia in fondo davvero il “raccontare”: sol può narrar chi sa che il tempo andato è ancora qui con noi, tra noi s’annida. Che il tempo andato è ciò di cui siam fatti. Sol colui può.
Grazie al cazzo, si dirà… E non è sempre così?! Ah, no davvero! Questo “mostrar quel che già fu” è roba da sciamani, i greci lo sapevano, Vonnegut lo sapeva, Gipi lo sa. Molti no, non sanno. Qualcuno, tipo Proust, l’aveva intuito e pur non avendolo innato, ci s’è impegnato…
Chi legge, per lo più, lo scorda.
Ma se, per accidente, s’infrange la barriera temporale e “quel che è” s’infiora “a quel che fu”, allora e solo allora è il miracolo della commozione.
E a volte basta un biscottino…
S. è presa di coscienza di ciò da parte di lui.

Come andò, in du’ parole?

Quando Sergio smise di essere, Lui Gianni Gipi ne soffrì assai e lì per lì gli parve di non vederlo più, di non poterlo veder più.
Che Sergio più non fosse, cioè.
“Pria era e or non è più? Com’è possibile!?”, si chiese Lui.
E infatti non lo fu. E infatti di lì a poco lo rivide e s’accorse che era sempre stato lì, in “quel che fu”, che è davanti a tutti. Solo che momentaneamente si era interrotta la trasmissione, orbata la visione. Per rivederlo se lo disegnò, il novello Orfeo: semplice come bere un bicchier d’acqua, complicato come resuscitare un morto. Lo disegnò tutto appastellato – or giovane, or vecchio – per risentirlo ragionar di vecchie fole. E l’esperimento riuscì. E Lui pianse, pittor, su queste tavole e scoprì che il pianto, mescolato alla pulva colorata, è assai più valido dell’acqua nella tecnica chiamata l’acquarello. (Che si potrebbe ribattezzar, nel di Lui caso, “Piangiarello”).
Insomma: Pinocchio si rifece il babbo, momentaneamente assente e poi ce lo imprestò. Ci prestò il babbo e il modo di piangerlo, casomai qualcun altro si fosse per caso ritrovato col babbo assentato. Perché accade che, quando serve, il pianto non si trovi: in questi casi c’è uno come Lui, c’è dio, c’è Gipi, che te ne presta un po’. Si piange e così ci si solleva: così funziona. Lo presi anch’io quel pianto e mi servì col mio di babbo, e m’insegnò a vederlo e m’allietò. Or son tant’anni ed è sempre qui con me…
Ma questo dono, che Lui Gipi capì scrivendo S., andava esercitato ulteriormente. Lui l’aveva, e voleva esercitarlo, anche perché la cosa gli pareva buona e giusta. Se il disegno fa tornar presente, cosa può far il teatro? Boia, deh!…
E scoprimmo un’altra tinozzata d’acqua calda!
E facemmo Essedice, noi, Sacchi di Sabbia e Lui: uno spettacolo teatrale tratto dal libro.

Ve lo racconto.

Allora: si principiava con un omaggio a Vonnegut e al pianeta Tralfamador, con Enzo e Gabriele, alieni entrambi, che venivan sulla Terra a dirci quanto fosse stupido intristirsi per la fine d’alcunché, ché tutto era sempre e che bastava applicarsi per capirlo. Poi c’era Gipi, vero Lui, e Giulia che faceva Gipi bimbo. Io invece facea Sergio, il babbo di Lui, che racconta storie e che alla fine si ritrova a chiacchierar col figlio di tutto quel che dir si sarebbe dovuto e non si disse.
E lui Gipi si commuoveva perché gli parea davvero di ragionar col babbo.
E il pubblico rideva.
E gli alieni erano contenti, perché convinti che quel riso genuino fosse dovuto alla comprensione del messaggio. Giammai a lor venuto in mente sarebbe d’esser solo buffi o con la patta della tuta spaziale aperta! Ma anche se gli fosse venuto a mente, anche se l’avessero saputo, che differenza ci sarebbe stata?…

Era bello secondo me quello spettacolo. Peccato che non lo facemmo più. Cioè, non è vero: continuiamo a farlo, lì da qualche parte – è appena accaduto, ne siete testimoni – con noi tutti più giovani e Gipi che parlava a bassa voce, men spavaldo di quanto ora lo sia…

L’excursus sul creato di dio, mi sta venendo meno.
S. sarebbe dovuto venire alla fine: il climax a metà, fa lo sgambetto… Oh, allora! Scelsi la via cronologica, ignorando la lezione tralfamadoriana. Forse sbaglia, ma tant’è…

Ma qualche altro momento topico me lo sono appuntano.
Non vi dirò delle innumerevoli – e dico innumerevoli e ridico innumerevoli – cose che ci dette per certe e non si fecero mai: parrebbe brutto e non son qui per parlar male, ripeto. Di dio, poi ci mancherebbe: con quelle orecchie…

Né farò aneddotica pettegola: come di quando io, Lui e l’Appino fummo invitati a Pistoia a far “i pisani all’uscio” (5) delle nostre tre belle discipline. Quivi in nottata, in una specie di centro sociale, Lui (quasi) si cagò addosso. Ah, ah, ah! Si un bell’attacco di diarrea, in un centro sociale, ah, ah, ah… Cagion di cacarella fu una minestrina, somministrata da un circolo anarchico locale, in cui lui e l’Appino sciolsero a testa un panetto di burro…

È invece il momento di parlare di LMVDM (6): conferma definitiva del talento ed esplosione del fenomeno. Le ombre son dissolte e Lui compreso ha senz’alcun dubbio come sostanza stessa delle storie sue, altro non sia che la passata vita. Vita di lui. Vita di Gipi, che qui ci rese – dice Lui – mal disegnata. ’Sto cazzo. Vabbè. La storia è più che nota e Lui la fece – ci dice – all’improvviso, senza cioè l’ausilio di sceneggiatura alcuna. In questa la prima cosa che salta agli occhi è che come si sia smutandato, l’Orecchiuto protagonista, e come nel farlo ci abbia provato gran gusto.
Sì: l’intimità di S. si è dissolta, causa erezione. Non di membro virile, chiarisco – che presupposto della storia è proprio, ehm, il venir di questa – ma erezione di Lui, di Gipi, che da curvo s’evolse in erectus. Non è questo mio, un giudizio sul libro che è bellissimo, ma umana constatazione, per averlo frequentato assai in quel periodo lì: al Sant’Andrea di Pisa, chiesetta teatrino, s’ospitò persino uno dei primi recital strutturati di LMVDM. Successone.

Gipi, LMVDM – La mia vita disegnata male, Bologna Coconino Press, 2008


Quel che volevo dire è Gipi non era più Lui. Era più eretto. Più alto. Più bello, pure. Con le orecchie meno a sventola. Ch’era accaduto? Niente, solo un semplice caso di comune trasumanazione: quel che era stato Gipi era sotterra e dalle ceneri di Lui nata era la Voce Narrante o l’Io narrante o come cazzo lo si vuol chiamare.
Quindi?
Niente, assolutamente niente. Solo semplice, banale, elementare acquisizione di consapevolezza delle proprie capacità. Trionfo del talento. Fioritura di un Narratore coi contro cazzi. E il talento è come un’anima di ferro: t’addrizza le spalle e ti sostiene. Ti fa sentire bene. Ma può anche sopraffarti, può diventar più forte dell’Autore.
Confesso che ci ho sperato! Ah, ah, ah! (scusa, dio Gipi, scusa). Sì, confesso che allora avrei scommesso che le sue storie si sarebbero, di lì innanzi, somigliate tutte! Che si sarebbe ripetuto e ripetuto poi, perché mai si era sentito così bello, perché mai si era sentito così forte. Raccontarsi, smutandarsi, perché no? Chi non è in fondo un esibizionista? Sarebbe stato il più bravo, proprio perché il più audace degli spogliarellisti. «Dirò di me, tutto quel mal che in bocca mi venia», si sarà detto, «Mo mi appunto tutti i difettacci, che so’ misogino, che so’ egocentrico, che so’ anche un po’ perverso… guarda: faccio pace anco col maniaco di Tirrenia…!».

Gipi, LMVDM – La mia vita disegnata male, Bologna Coconino Press, 2008


E me lo immaginavo a scarabocchiare il suo autodafé, a edificare l’altarino al suo narciso «io», per poi incensarlo con tutti i suoi difetti. Perché, intendiamoci, cos’è questa sbandierata “sincerità”, se non la mossa del cavallo per incastrare il lettore di buon cuore? Se non una cartabollata richiesta d’affetto e d’indulgenza per essersi palesati ’sì indifesi?
Cos’è mai questa “sincerità”, se non un voler piacere a tutti costi?
E invece che ti inventa, quest’arnese?
Fiuta il pericolo e s’occupa d’altro. Fa il film (7) (di cui noi tutti, nota bene, avremmo dovuto esser protagonisti – io persino collaboratore alla sceneggiatura – e invece ci fu solo Enzo) e così doma il “Narrator” ruggente, lo fa sfogare altrove, lontano dai veri campi da gioco…
Poscia stancatolo (il Narrator, di cui sopra), l’arguto Lui ritorna alle sudate carte e scrive Unastoria (8). Un libro, per sua stessa ammissione, non gli si sarebbe dovuto voler bene.
Bene: si confronti i due libri e mi si dica se nel saltar dall’uno all’altro, dio non schivò una trappola mortale. Non aggiungo altro: le tavole mi pare parlino da sé e voi che leggete siete fin troppo intelligenti.

Vado a chiudere, dicendo dell’ultima fatica, di Momenti straordinari con applausi finti (9). A una prima lettura nessuna novità: c’è un cuore pulsante (è la mamma questa volta, prossima alla fine, che sarebbe venuta di lì a poco), ci sono un po’ d’intrecci vagabondi (una troupe che gira un film di guerra, una missione spaziale di cosmonauti, un uomo delle caverne) e un alter ego che spurga in un autodafé la bulimia di comico-ghiottone di successo.
La terra dei figli, fatica precedente, ci aveva spiazzato in pura distopia classicheggiante: storia lineare, strutturata, tecnica uniforme, nella persona terza. In Momenti si ricomincia coi salti paloinfrascati, coi giochi temporali. Il dipanarsi del plot sembra congegnato, sia nell’intreccio, sia nel cromatismo (acquarello/bianco e nero): ma in quale logica? Qual è qui il lavorio della narrazione?
Me lo son chiesto, fin da subito, perché di fronte al Creato, pare brutto non porsi le questioni.
Mi son risposto così, non so se è giusto: quei fili narrativi non fuor da Lui creati per dipanarsi, come vorrebbe la logica comune, ma per divenir gomitoli! Son le sue ossessioni, le riconosco bene: la guerra (c’era sempre la guerra nei racconti di su’ pa’), i cosmonauti, l’homo primitivo (su questo si potrebbe aprire lunghissima parentesi, che ci riguarda in prima persona e che vi scrivo in nota (10) ).
Sì: gomitoli d’ossessioni! Sono monconi di storie, che s’accapigliano da sempre nella testa dell’autore e che forse troveranno asilo nei libri o nei film a venire: ma qui non hanno l’ambizione di acquistar senso, né la perfidia di farlo smarrire. S’azzuffano e creano una tensione, una specie di suspance. Creano quel quid insomma, che a noi lettor fa dire, «ma questo, dove vuole andare a parare?».
E qui accade l’ennesimo miracolo (mi accorgo ora d’aver smesso di contarli, me ne scuso): all’ultime pagine il gomitolo, oramai appallottolato, si dipana, vien tolto ai gatti (che saremo noi) perché si veda la perla dell’intimo ricordo ch’esso nascondeva. E questa perla è una giornata al mare, una giornata al mare come tante, di quelle gialle – perché giallo è il sole nel ricordo bimbo – di tant’anni fa. E in quel giorno giallo c’è il cielo, l’onde e Lui bimbo dorato che si tuffa e noi bimbi con Lui. E poi c’è mamma ch’è giovane miracolo e sa di crema sabbia mista al ruvido salato asciugamano…
Se gran parte del libro è per mostrarci il lavorio sofferto d’ogni cunto autobiografico – quel doloroso triangolo costituito da un Autore, dalla Vita di Lui e dal Lettore – le ultime cinque tavole d’oro sono quel che davvero è necessario raccontare, quel piccolo frammento di passato personale che deve, deve ritornar presente. Non foss’altro perché si debba piangerne.
E chi un ci piange, il budello di su’ mà!


Altissimo, orecchiuto bon signore
Molte sono le tue creature
(Non tutte, però, ricordatelo! Che cazzo!)
Tuo è il nostro affetto e la riconoscenza.
Ridacci qualche volta, quell’altro Te più debole e ingobbito
Fatti vedere di più
Fatti sentire di più
Disegna disegna disegna.

Facci nuovi piedi
Nuove dita
Facci giovani, mi raccomando…
Ci comporteremo al meglio, te lo prometto.
Se muoio (speriamo di no), voglio andare in un cielo di Gipi.

 

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1. Gipi, Diario di fiume ed altre storie, Coconino Press, 2009
2. Gipi, Esterno notte, Coconino Press, 2003
3. Gipi, Appunti per una storia di guerra, Coconino Press, 2004
4. Gipi, S., Coconino Press, 2006
5. L’evento pistoiese si chiamava “Meglio un morto in casa, che un pisano all’uscio” e fu organizzato da Nevrosi, nel maggio 2009: gli ospiti erano Gipi, Appino degli Zen Circus e me dei Sacchi di Sabbia, tutti pisani. Un incontro tra esperienze artistiche lontane (disegno, musica e teatro), ma vicine per influenze culturali e territoriali. Al termine ci fu una jam session, come tributo a Darby Crash il punk morto suicida il giorno dell’assassinio di John Lennon di cui parla Gipi nella LMVDM. A questo concerto, presso lo Spazio Liberato Ex Breda Est di Pistoia suonarono Appino, gli Jealousy Party e Tommy Novi dei Gatti Mézzi
6. Gipi, LMVDM – La mia vita disegnata male, Coconino Press, 2008
7. L’ultimo Terrestre, regia di Gipi, Produzione Fandango 2011
8. Gipi, Unastoria, Coconino Press, 2013
9. Gipi, Momenti straordinari con applausi finti, Coconino Press, 2019
10. Il film in questione è Il ragazzo più felice del mondo, prodotto da Fandango nel 2018, in cui ci volle, come Sacchi di Sabbia, a fare gli uomini primitivi che inventarono il disegno

 

 

Giovanni Guerrieri

Attore, regista, drammaturgo toscano. Fonda nel 1995, con Giulia Gallo e Enzo Illiano, la compagnia _I Sacchi di Sabbia_, che negli anni si distingue per la ricerca improntata alla reinvenzione di un linguaggio popolare, fino a ricevere nel 2008 il Premio Speciale UBU per la
Ricerca, nel 2011 il Premio Nazionale della Critica, nel 2016 il Premio Lo Straniero, nel 2017 il Premio Eolo per la ricerca sul Teatro di figura.  Numerose le sue collaborazioni con artisti provenienti dalle esperienze più disparate: Anna Meacci, Silvio Castiglioni, Paolo Rossi, Gipi, Massimiliano Civica, Roberto Latini, Federico Tiezzi e Sandro Lombardi.

 

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