Africa: come la raccontano i mass media in Italia

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di Raffaello Zordan

Pescatore in preghiera, Ilha De Mocambico – ph Genito Molava

Noi cittadini italiani (ed europei) non siamo il centro del mondo. Dovrebbe essere una consapevolezza logica e diffusa. Ma non è così perché ci illudiamo che tutto ruoti intorno a noi e non ci accorgiamo, invece, che sappiamo poco di quello che accade nel mondo, specie nel Sud del mondo. Una delle ragioni di questo deficit di percezione sta nella qualità dell’informazione alla quale attinge il grosso della popolazione.

La maggior parte dei nostri concittadini acquisisce informazioni attraverso una moltitudine di media, ma il mezzo ancora preponderante attraverso cui passa l’informazione – la narrazione del mondo – è sicuramente la televisione. Qualche mese fa l’Osservatorio di Pavia, la Federazione nazionale della stampa italiana, l’Usigrai (sindacato giornalisti Rai) e l’ong Cospe hanno fatto una ricerca che si intitola Illuminare le periferie, anche se il titolo completo dovrebbe essere: Bisognerebbe illuminare le periferie. Si tratta di un’indagine, durata cinque anni a mezzo (dal 2012 al 2016 con un aggiornamento al primo semestre 2017), che ha analizzato le notizie delle sezioni esteri di sette telegiornali: i tre telegiornali Rai, i tre Mediaset e la Sette. Le edizioni di telegiornali analizzate sono 14.000 edizioni e viene fuori in maniera chiara che ai cittadini si propongono notizie, cioè immagini e testi, senza che venga spiegato il contesto in cui sono inserite e maturate queste notizie.
Significa – ed è questo l’aspetto sottolineato dalla ricerca – che gran parte dell’opinione pubblica viene a sapere di fatti e di temi che riguardano altri paesi in maniera molto sbrigativa. Esempio: si affronta il tema dei migranti in Libia e della rotta mediterranea delle migrazioni senza spiegare la complicata situazioni politica libica, senza porre domande sull’affidabilità degli accordi che l’Italia ha fatto con il debole governo di Tripoli… e così il telespettatore non ha elementi per capire che cosa sta accadendo.
Ma entriamo nel merito della modalità della ricerca, che comunque tocca aspetti diacronici, mostra le linee di tendenza sviluppate su cinque anni e mezzo, parla degli aspetti quantitativi – cioè di quali Paesi sono stati toccati più degli altri – e tocca anche questioni qualitative; ad esempio, se un telegiornale approfondisca di più i fatti di cronaca piuttosto che la politica o l’economia.
Oltre all’assenza di un contesto in cui collocare le informazioni, l’altro aspetto che emerge è che il protagonista della sezione esteri dei nostri telegiornali è il mondo occidentale. Qualche dato: il 63% delle notizie riguarda Europa e Nord America (rispettivamente 43% e 20%); il 12% l’Asia; l’11% il Medio Oriente, il 9% l’Africa (con un aumento negli ultimi anni poiché si tratta di zone legate ai temi del terrorismo e delle migrazioni); infine, il 5% è rivolto al Centro America e al Sud America.
La ricerca Illuminare le periferie riporta anche i dati di un’indagine, svolta nel 2016, che ha messo a confronto i principali telegiornali pubblici europei: France 2, Ard1 (Germania), Rtve (Spagna), Bbc (Gran Bretagna) e Tg1 in Italia. Anche qui emerge un forte eurocentrismo: il 45% delle notizie va a trattare dei Paesi europei, il 20% l’Asia, il 18% l’America del Nord, il 5% l’Africa, e il 4% l’America meridionale.

Si tratta, a questo punto, di capire se è davvero soltanto questo quel che passa il convento (dell’informazione), oppure no. La risposta secca è: no. C’è molto altro. Molto spesso si sentono le organizzazioni non governative denunciare che in Italia non si parla abbastanza di Africa, che significa “abbastanza”? Chi segue quotidianamente le vicende dei 54 paesi africani sa bene che molti quotidiani – da Avvenire al Sole 24ore, dal Manifesto a Repubblica e al Corriere, per non dire dei settimanali e delle riviste specializzate – forniscono analisi e racconti approfonditi di ciò che avviene in questa o quell’area del continente, consentono cioè di entrare nel merito dei problemi.
Pensiamo solo al caso della Libia: dalla caduta di Gheddafi nel 2011 all’implosione dello stato, al peso dell’Eni in quella regione, dal ruolo dei due governi a quello delle milizia, dagli accordi del 2017 del governo italiano (ministro degli interni Marco Minniti) con il governo di Tripoli per bloccare il flusso dei migranti africani nel Mediterraneo alle rotte delle migrazioni dall’Africa occidentale attraverso Mali e Niger. Sono state scritte centinaia di pagine, forniti dati, dispiegate letture geopolitiche. Il tutto per dire che la Libia (lo stesso vale per il Mali e per in Niger) non è un Paese politicamente affidabile, che i migranti sono trattati come merci, che non ha senso affidare le frontiere esterne dell’Europa a un paese del genere.
Il grosso dell’opinione pubblica se n’è accorto? Non sembra proprio. A molti nostri concittadini è sufficiente che qualcuno dica loro che il flusso dei migranti sta diminuendo, e il resto (chi li ferma? Come li ferma? Ma perché partono?) non interessa minimamente. Come se l’Africa non esistesse… Perciò non è sufficiente fornire articoli che entrano nel merito dei problemi, è necessario ci siano lettori che hanno intenzione di entrare nel merito dei problemi e quindi di dedicare del tempo alla cura della propria informazione.

Raffaello Zordan

Raffaello Zordan, giornalista, dal 1990 lavora nella redazione di Nigrizia (rivista mensile dei missionari comboniani fondata nel 1883). Del continente africano segue soprattutto le dinamiche politiche e sociali, con particolare riferimento alle aree francofone. Per affinare le proprie competenze ha avuto modo di recarsi nella Repubblica democratica del Congo, Ciad, Madagascar, Uganda, Kenya e Sudafrica. Tra i temi di cui sta occupando da diversi anni, c’è anche quello delle migrazioni africane verso l’Europa, che tanto ingiustificato e strumentale scompiglio suscitano qui in Italia.