Le Afriche in movimento: presente e futuro del continente giovane

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di Jean-Léonard Touadi

Lumbo, Mozambico – ph Kyra Castello

Diceva il filosofo Guy Debord, nel suo La société du spectacle, che siamo immersi in una «realtà istantanea». La realtà fuggevole dei tweet, dei post, delle dirette facebook: dell’istante sospeso che aspetta l’altro istante, che lo caccia e resta in attesa dell’altro istante ancora, in una catena infinita; una realtà che non lascia il tempo di mettere insieme il prima e il dopo. La mente umana ha bisogno di momenti di riflessione per guardare al proprio vissuto e rimetterlo insieme, interrompendo il flusso calzante degli istanti, per dare alla mente la possibilità, lo spazio e la distanza per riflettere non soltanto sul vissuto individuale, ma su quello collettivo e, di conseguenza, sul dibattito pubblico.

Dal dibattito pubblico degli ultimi anni, mesi, ore, l’Africa è assente. Eppure ci sarebbe stato e ci sarebbe soprattutto oggi bisogno di affinare i nostri strumenti di conoscenza, di costruire un alfabeto per guardare a questo continente, che pur essendo così vicino a noi è rimasto per secoli, se non millenni, la “terra incognita” per eccellenza. Nell’antica Roma l’Africa era una sorta di nebulosa epistemologica, qualcosa che non soltanto non poteva essere conosciuta “oggi”, ma che sarebbe rimasta sconosciuta per sempre. «Hic sunt leones», qui ci sono i leoni: non sappiamo niente di questa terra, ma lì ci sono degli animali strani, i leoni. L’Africa terra inconoscibile: Hegel, nel 1834, ne sanciva la a-storicità nelle sue Lezioni sulla filosofia della storia. L’Africa terra senza storia: persino Marx, che nel materialismo storico capovolge la dialettica hegeliana, parlando del ruolo che ciascun continente ha avuto nell’evoluzione del mondo con le sue forze produttive, a proposito dell’Africa dichiara di non avere niente da aggiungere a quanto aveva detto Hegel. Per Hegel, tutto ciò che è razionale è reale, e tutto ciò che è reale è razionale. Dunque, nel momento in cui rinuncia ad individuare nella storia del continente africano delle motivazioni, delle concatenazioni logiche, la sta qualificando come non razionale. Per il filosofo tedesco, colui che non è razionale vive al di sotto della soglia dell’umanità; non disumanità, inumanità, ma qualcosa che sta al di sotto dell’umano. E la cultura occidentale, che è intrisa di filosofia hegeliana, è intrisa anche di questa netta cesura, quella che separa la propria “culla”, il luogo della razionalità, dall’Africa, incognita, terra “irrazionale” per eccellenza. Forse, però, è proprio la radicale estraneità dell’Africa a rendere fondamentale per noi il confronto con questo continente: è lì, in quella separazione, che si palesano e possono essere affrontati i limiti della nostra conoscenza – sarebbe d’accordo l’Ulisse di Dante.

Con un accuratissimo lavoro durato 35 anni l’Unesco si è avvalso del contributo di diversi storici, anche e soprattutto africani – uno su tutti Joseph Ki-Zerbo – e, accogliendo la sfida hegeliana, ha ricostruito la storia africana in Storia generale dell’Africa, il cui ultimo volume è apparso (nella versione francese) nel 1998. Ci si rende conto, allora, che l’Africa non è mai stata fuori dall’umanità, e che anzi è la sede – da sempre – di una sorta di primordialità, di arcaicità, che racchiude tutto il senso del principio, dell’inizio della civiltà. In Storia generale dell’Africa viene ricostruito quel filo che passa per Hegel e che lega tutta la storiografia occidentale, fino al suo principio: la nascita della civiltà egiziana, da molti oggi da riconosciuta come di derivazione nettamente africana. Grandemente discussa – e negata – dagli storici, la derivazione africana della civiltà egiziana è una questione complessa: riconoscerla vuol dire ammettere un debito storico contratto da Roma e da Atene – che hanno attinto alla civiltà egiziana – con l’Africa, la terra “senza storia”. E ad essere protagonista di questo debito non sarebbe soltanto l’Egitto, ma tutti i Regni che si sviluppano lungo il Nilo, come Kush e Meroe.

La linguistica dimostra come alcune lingue dell’Africa occidentale abbiano avuto influenze e parentele con l’egiziano, e recenti studi archeologici mostrano come alcune maschere rituali nigeriane abbiano una somiglianza molto forte con le maschere egiziane. Dunque l’Africa ha una sua storia, una storia importante anche per gli europei. C’è stata vita prima dell’arrivo dei portoghesi sulle coste dell’Oceano Atlantico, e tutti quei Regni che si sono sviluppati lungo (e oltre) il fiume Niger stanno lì a provarlo. Si tratta di una zona che ha sempre avuto contatti diretti con l’area mediterranea, attraverso le rotte transahariane, il Marocco, l’Algeria, ma anche e soprattutto con la penisola arabica, attraverso continui scambi e commerci. Il caso della città di Timbuctu è senz’altro uno degli esempi più luminosi di questa relazione continua del continente africano con il resto del mondo, o meglio, con le altre due grandi civiltà, quella mediterranea e quella che si è sviluppata nella penisola arabica. Il Regno del Congo aveva, ad esempio, rapporti diplomatici con il Portogallo; e la luminosa civiltà Swahili fu il frutto del grande incontro fra il mondo arabo, il mondo Bantu e il mondo che veniva dall’Oriente lontano; quello che sarebbe più tardi nel corso del tempo diventato quasi un insulto, il “mandingo”, fu invece qualcosa di importante per il continente africano in quei secoli. E ancora si potrebbe parlare del Regno Zulu, o di quello di Monomotapa (l’attuale Zimbawe), dell’impero del Mali e dell’impero del Ghana… È lì che va rintracciata la storia di quest’area: all’epoca della tratta degli schiavi, le esperienze culturali, politiche e amministrative di queste zone – i regni africani – erano paragonabili a quelli raggiunti nel resto del mondo.

Ognuno di questi Paesi ha avuto e ha oggi una propria specificità. E oggi più che mai è necessario che alimentiamo la nostra curiosità per questo continente, che ha espresso e continua ancora ad esprimere un grandissimo fermento, fermento che costituisce un importante contributo artistico, storico e letterario. L’immigrazione non può allora essere vista soltanto come qualcosa che dà noia al popolo italiano. Da ogni immigrato si può prendere spunto per aprirsi alla foresta dei mondi che il suo singolo albero spalanca. E la situazione africana è più che mai complessa. Un esempio: una delle organizzazioni sub-regionali che ha attuato i primi passi per la libera circolazione delle persone in Africa (con poche eccezioni di sovranità), verso la creazione di uno spazio economico, è l’ECOWAS (CEDERO se si usa la dicitura francese). Questa organizzazione ha avuto recentemente un certo peso nella risoluzione di alcuni conflitti locali, in Gambia e in altre parti del continente, e sta sviluppando un’intensa relazione con il Nordafrica, in particolare con il Marocco; e il Marocco ha chiesto di entrare nell’ECOWAS, però è anche una regione, in questo momento, fra le più pericolose.

Esemplare è anche la storia del deserto del Sahara. In anni lontani si potevano fare bellissimi viaggi, da Bamako a Timbuctu: si poteva viaggiare di notte e di giorno, senza venire fermati né infastiditi. Il Sahara è un luogo molto importante per la storia dell’umanità: prima di essere un deserto fu una terra rigogliosa, piena di corsi d’acqua, una terra verde; poi, con la siccità, ecco le grandi migrazioni verso altri corsi d’acqua – il bacino del lago Ciad, la valle del Niger – fino ad occupare e ad abitare il resto del continente. Bene, questo deserto è oggi certamente uno dei luoghi più pericolosi d’Africa, il luogo dei peggiori crimini e di tutti i commerci illegali, a cominciare da quello di esseri umani. Accanto ai movimenti indipendentisti, come quello dei Tuareg – disseminati nel proprio Paese dalla colonizzazione e che rivendicavano soprattutto il riconoscimento della propria identità culturale – i terroristi cacciati dall’Algeria hanno trovato nel deserto dei santuari dove riorganizzarsi. Il deserto è anche il luogo del più grande traffico di droga proveniente dal Sudamerica. Ed è proprio la debolezza di alcune delle entità statali africane che ha permesso ai trafficanti sudamericani di capire che di notte era più facile far viaggiare la droga da una sponda all’altra dell’Atlantico, facendola approdare sulle coste dell’Africa Occidentale e poi, attraverso il deserto, farla arrivare in Europa, passando per i paesi del Nordafrica. Paesi fino ad adesso estremamente pacifici, come il Burkina Faso, il Mali, e lo stesso Niger, si trovano ora a sopportare un peso incredibile. Ed è l’Europa ad attribuire loro questo peso, affidando loro compiti che non gli spettano. Molti dei nostri Paesi hanno improvvisamente scoperto, a un certo punto, che si poteva cooperare con il Niger, assegnandogli il ruolo di guarda-frontiera dell’Europa. Tutti i soldi che stanno affluendo in questo momento nelle casse di questo Paese non sono destinati allo sviluppo di reti ospedaliere, scuole, strutture che aiutino le persone ad uscire da uno stato di necessità e miseria. No, si tratta di ingenti somme di denaro che hanno un unico scopo: tentare di contrastare l’immigrazione.

Quando si parla di terrorismo internazionale, allora, bisogna tenere conto di questi fattori. Il terrorismo internazionale ha avuto inizio a Nairobi, e in Sudan. E la nostra cecità rispetto a quanto sta avvenendo nel deserto, e rispetto alle conseguenze della sciagurata guerra contro la Libia del 2011 – con la quale, pensando di risolvere un problema, se ne sono creati altri – finirà per costarci cara. Non si può continuare a pensare alla Tunisia e il Marocco come ai confini dell’Europa. E se ci si vuole occupare dell’Africa non ci si può occupare soltanto dei paesi del Maghreb. Una politica intelligente è una politica lungimirante, e una politica lungimirante è una politica che abbraccia l’intero continente africano. «Non abbiamo avuto lo stesso passato, noi e voi, ma avremo lo stesso futuro» dice lo scrittore senegalese Cheikh Hamidou Kane nel suo libro L’ambigua avventura. Questa è la grande tentazione dell’Europa: voler vivere di questa illusoria, momentanea prosperità, stabilità, ricchezza. Ma nessuno può vivere della sola preservazione di sé. Dice sempre Kane che l’arrivo degli europei in Africa ha determinato la fine del mondo africano, ma ha segnato anche la fine di quello europeo. Quello con cui ci confrontiamo, si può dire allora, è necessariamente uno spazio euro-africano. E questo spazio euro-africano ha bisogno di demiurghi, cioè di gente che lavori affinché sia fatto di ponti, e non resti il gigantesco cimitero a cielo aperto nel quale, oggi, si è trasformato il Mediterraneo.

 

Jean-Léonard Touadi

Professore universitario, con laurea in Filosofia e in Scienze politiche, è stato docente a contratto di “Geografia dello Sviluppo in Africa” all’Università di Roma / Tor Vergata e in altri atenei. Nato in Congo e cittadino italiano, è giornalista e scrittore, ed è stato il primo deputato originario dell’Africa subsahariana, dopo essere stato Assessore alla Sicurezza, alle Politiche giovanili e all’Università del Comune di Roma; durante la precedente legislatura è stato Consigliere politico al Ministero degli Esteri e della Cooperazione internazionale.
Nella sua attività pubblicistica e professionale presta particolare attenzione alle tematiche africane e delle migrazioni. Tra le sue collaborazioni giornalistiche, da segnalare quelle con la Rai, come autore e conduttore di programmi radiofonici e televisivi; e con Nigrizia, Limes e Aspenia. Ultimi libri pubblicati: Il Continente Verde. L’Africa: Cooperazione, Ambiente, Sviluppo (con Ilaria Cresti), Bruno Mondadori, 2011; L’Africa in pista, SEI, 2006.
Cura per Radio Radicale la Rassegna stampa africana.