L’abecedaire di Deleuze, ovvero dell’eterno ritorno

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di Margherita Masè

Video Installazione “Rivel’Azione”, Fond. Ragghianti Lucca, 2010, di Giacomo Verde

È una mattina di settembre del 1931 a Parigi. Un bambino ha da poco compiuto sei anni. Con gli occhi ancora abbottonati di sonno, tiene per mano son nounou e sottobraccio il suo abecedario, e percorre per la prima volta la strada di casa e poi altre strade, e altre ancora, verso il suo primo giorno di scuola.
Il bambino è il piccolo Gilles Deleuze, ancora inconsapevole degli anni a La Forcelle, alla Sorbonne, a Lione e poi di nuovo a Parigi, dell’incontro con Felix Guattari, e del fatto che solo un anno dopo il suo pensionamento, nel 1988, si sarebbe offerto alle domande di Claire Parnet e alla cinepresa di Pierre-André Boutang per scrivere, o per meglio dire, dire, il suo abecedario.
Vincolato alla pubblicazione post-mortem, l’Abécédaire è la storia di un ritorno, di un ritornare a sé del pensiero e della vita stessa, percorso lettera per lettera dalla voce del fantasma del filosofo del secolo arrivato alla fine del proprio personalissimo alfabeto. (1)
Una performance straordinaria, perfetta nell’inscenare la propria temporalità. Una sequenza di momenti distinguibili, che si configura però anche come processo di ripetizione, sedimentazione e riavvio costante, sia nella sua logica più interna, secondo la regola data del “Postume! Postume!” (2), che in quella esposta, cioè in un tempo detta e data all’assolutamente Altro che vive ancora.
Grazie alla macchina da presa, assistiamo alla messa in atto di una dinamica che può far rivivere e far fallire il pensiero espresso dal filosofo nella différence, elemento cruciale dei suoi ragionamenti – come in quelli di Derrida sul linguaggio degli stessi anni –, cioè nella differenza degli effetti prodotti dalla parola, intesa in quanto pratica, e nello sguardo ogni volta nuovo di chi osserva un Deleuze in poltrona, raccolto attorno al suo pensare funambolico.
Ci si sente obbligati a tornare indietro: 1964, luglio. Deleuze s’invita a riflettere nuovamente sull’idea di eterno ritorno, questa volta facendosi accompagnare dai frammenti lasciati sull’argomento da Nietzsche, suo maestro primo (e sulla cui scia, quattro anni più tardi, affronterà a viso aperto proprio il tema della differenza, nel suo rapporto con la ripetizione e con l’identità, in Differenza e ripetizione).
Dai ragionamenti che vanno susseguendosi e accumulandosi, emerge l’idea di un mondo di identità perdute perché ciascuna non può volere se stessa se non volendo anche ogni altra possibilità di sé stessa. Si delinea cioè un “mondo del molteplice” in cui non c’è universale – non c’è Io, non c’è Tutto –, ma singolarità che percependosi tra le proprie infinite possibilità di essere altre, possono cogliere se stesse solo come momenti fortuiti, cominciamenti fuori dalla storia.
In quest’ottica allora, l’eterno ritorno, unità che sottende le cose secondo la filosofia nietzschiana, non può essere colto semplicemente come ciclo che ripete se stesso all’infinito. Bensì esso si definisce come l’unica identità di un mondo che torna a sé attraverso la differenza generata dalla sua ripetizione: la drammatica estasi di una legge creatrice che ha come ragione prima del suo ritornare il divenire altro.
Ed ecco l’atto creativo: il sì di Zarathustra all’eterno ritorno, il sì che vive e danza e creando, si ricrea. Il sì fanciullo che s’affaccia con piacere e curiosità sempre nuova a cose sempre nuove, in un «settembre della pura esistenza».
Del resto, quando finalmente giunge all’ultima lettera dell’Abécédaire, Deleuze non resiste e ne richiama l’inizio. Riprende tutto il discorso daccapo. Poi ride.
«La Z è una lettera fantastica, e poi ci riporta alla A (di Animale), la mosca, lo zen della mosca, lo zigzag della mosca. (3) E il movimento della mosca… Cos’è? È forse il movimento elementare, quello che ha presieduto alla creazione del mondo […] Credo che all’origine delle cose non ci sia il big bang, ma ci sia la Z. Sì, il big bang bisognerebbe sostituirlo con lo zigzag che di fatto è lo zen, che è il movimento della mosca».
Di tutte le cose tornate attraverso la cinepresa di Boutang nell’aldiqua – di Deleuze, del suo pensiero e delle parole, dall’Animale allo Zigzag – dall’aldilà, traspare una lezione per cui non esiste fine che non sia inizio: la prima tra le altre e la più gioiosa – l’ABC che abbiamo imparato cantando – e che sembra dire «sì, sono l’eterno bambino che ride del mondo col mondo».
Questa è la lezione che ci tiene per mano a settembre, momento in cui riverbera fragorosamente la routine di un certo mondo occidentale, coi suoi propositi e strategie per il prossimo futuro, che traffica le strade come le frotte di bambini e adolescenti che ripopolano le scuole alle otto di mattina: un big bang dalla cadenza annuale che inaugura un tempo nuovo in cui potersi immaginare, ma potremmo dire creare e ricreare, – questa volta, potrebbe suggerire una voce di fantasma – dalla Z alla A, e ancora daccapo, riscoprendo via via ogni lettera, con la fame e il futuro del bambino.
Come in quella mattina di settembre del 1931, a Parigi, in cui un bambino che ha da poco compiuto sei anni, con gli occhi ancora abbottonati di sonno, tiene per mano son nounou e sottobraccio il suo abecedario, e percorre per la prima volta la strada di casa e poi altre strade, e altre ancora, verso il suo primo giorno di scuola, zigzagando come una mosca.
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1) L’Abécédaire è il video documentario in cui Deleuze, intervistato dalla sua cara allieva Claire Parnet, viene invitato al ragionamento su alcune parole significative associate a ciascuna lettera dell’alfabeto. Dalla A di animale alla Z di zigzag.

2) “Postuma! Postuma!”, in riferimento alla pubblicazione, dalle ultime parole dell’Abécédaire

3) A questo punto della ripresa Deleuze si interrompe; si perde, s’inceppa. Il pensiero sosta, cade; e il montaggio ci permette di vedere tutto: il suo rimanere in sospeso mentre dà tempo alle idee disfatte di rifarsi, di ricomporsi; due mani, quelle dello stesso Boutang probabilmente, che battono il “ciack”, Deleuze che si accomoda sulla poltrona e ritorna sulle medesime parole, che adesso sono diverse. Come fosse un programma di real tv, ci viene permesso di assistere al puro materializzarsi del pensiero on camera, al tutto del pensiero che ritorna su di sé senza alcuna vergogna del fallimento e benché meno del tradimento di ogni buona regola di grammatica cinematografica -sempre si possa dire ci sia stato errore, a questo punto! (E si può; si deve riconoscergli proprio di averlo tenuto)-. Alla fine del discorso, ridendo, felice di essere arrivato alla fine della fine, Deleuze si alza e: “Postume! Postume!“, non bada più alla cinepresa che tenta un ultimo inseguimento sghembo della sua immagine che va già sottraendosi. Quello che accade poi è una sorta di resa della telecamera che rovina e cade indecorosa a riprendere il pavimento. Un’uscita di scena gloriosamente disastrosa. Titoli di coda.

 

Margherita Masè

Margherita Masè nasce a Roma nel 1988. Consegue la laurea magistrale in Scienze Politiche presso l’università Roma Tre dove concentra la sua ricerca sulla filosofia politica e sugli studi di genere con una tesi su Judith Butler e Hannah Arendt. Dopo aver frequentato il master della School for Curatorial Studies in pratiche curatoriali di Venezia, il suo interesse si estende alle arti performative. Attualmente è curatrice d’arte contemporanea e teatrale. Collabora stabilmente con la compagnia teatrale Bartolini/Baronio e con l’artista visiva Elena Bellantoni, e al contempo cura progetti artistici e curatoriali indipendenti. Dal 2017 fa parte dell’associazione Wunderbar Cultural Projects.