«Ci avete visto?»: Choufthounna. Una retrospettiva partecipata del Festival d’Arte Femminista di Tunisi

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di Anna Serlenga

Ad occhi chiusi, 2017, Ph Giacomo Verde

Sono giorni intensi quelli della prima settimana di settembre nella capitale tunisina. Le strade del centro storico della città sono attraversate da due importanti festival che richiamano un folto pubblico, nazionale ed internazionale, e, poco lontano, davanti all’Ambasciata Italiana, manifestano attivisti e cittadini per la liberazione del noto pescatore di Zarzis Chamseddine Marzoug e del suo equipaggio, da anni impegnato nel salvataggio dei migranti in mare e in questi giorni accusato dalle autorità italiane per aver prestato soccorso ad una barca con a bordo quattordici persone, di cui quattro minori, trasportandole nelle vicinanze di Lampedusa. (1)

Mentre nella Medina di Tunisi un’equipe di giovani artisti invade angoli e cortili delle città vecchia con Interference (2), Festival Internazionale di Light Art, giunto alla sua terza edizione con quarantadue installazioni luminose e performance nello spazio pubblico, all’interno degli spazi dell’affascinante e decadente Theatre National Tunisien (3) di Halfaouine, diretto dal patriarca della scena tunisina Fadhel Jaibi, si è svolta la quarta edizione del Festival d’Arte Femminista Choufthounna, promosso dal giovane collettivo Chouf, che si definisce «a queer inclusive post colonial feminist collective».

Choufthounna, significa letteralmente «Ci avete visto?» in dialetto tunisino. Lo slogan che intitola il Festival ben riassume la postura etica e politica del collettivo, che dichiara fin da subito il suo intento di promuovere una pratica di art-ivismo, nelle parole delle organizzatrici, dove la promozione e valorizzazione delle artiste donne diventa il nucleo di un discorso che vuole aprire una breccia tanto nella società tunisina, a forte matrice patriarcale, quanto marcare una frattura con il femminismo storico locale, legato agli ambienti marxisti in seno al sindacato UGTT (4). Un festival dichiaratamente separatista, dove i soli uomini presenti sono i tecnici del teatro – capitanati da una donna – e i cuochi del catering dei pranzi del Festival, serviti in un’ospitale casa arbi del quartiere.

Attraverso la costituzione di un comitato di selezione pluridisciplinare e una open call trasmessa a livello internazionale, il Festival si compone di tutte le arti – arte visiva, cinema, teatro e performance, letture, concerti – di una sezione dedicata ai laboratori, per adulte e bambine, e di un’interessante sezione di conferenze. Uno spazio dedicato ai tatuaggi nel sottotetto del Teatro e uno dedicato alle produzioni artigianali nel cortile centrale, il cosiddetto Suqtounna. A chiudere il ritmo serrato delle lunghe giornate del Festival, un’ottima sezione musicale a opera di DJ e VJ donne nei locali notturni sulle spiagge di Gammarth, preceduta da una residenza artistica dedicata specificamente al VJing. Durante il Festival, due momenti pensati per creare rete, quali il Fishbowl, un incontro tra le artiste in programmazione, e la giornata dedicata al Networking, dove poter presentare il proprio lavoro ad un gruppo di operatori e bailleur de fond, tra i quali “Henrich Boll” Stiftung, Goethe Institut, Institut Francais, tra gli altri.

Un Festival ricchissimo e denso, che ha visto quest’anno una partecipazione davvero entusiasmante, e marcatamente internazionale: le performance e opere di artiste tunisine si sono confrontate con la scena francese, tedesca, americana, algerina; le conferenze hanno visto la presenza di artiste e intellettuali cinesi (il collettivo “China Vagina”, ndr), taiwanesi, italiane, marocchine ed egiziane; al Rebetiko si è alternata la scena musicale brasiliana, mentre dietro alla consolle DJ della scena parigina hanno dialogato con le immagini dell’artista Wafe, tunisina di stanza a Berlino.

Choufthounna è insomma riuscito nell’intento di richiamare intorno a sé una comunità internazionale, capace di dare forza e supporto all’intenso e difficile lavoro che i collettivi locali, quali SHAMS – Pour la dépenalisation de l’Homosexualité en Tunisie, Chouf, Mawjoudin cercano di portare sul territorio tunisino, spostando l’asse del discorso dal “reclamare i diritti al reclamare le identità” nelle parole della giovanissima docente e militante Shams Abdi, durante una partecipatissima conferenza sui Femminismi del Sud del mondo.

Se infatti il femminismo storico degli anni 70 e 80 del secolo scorso, incarnato nella borghese Association des Femmes Democrates Tunisiennes ha concentrato i propri sforzi politici nella battaglia per i diritti e l’uguaglianza – in un Paese dove il processo di Indipendenza dal Colonialismo ha visto al Governo un “Femminismo di Stato” incarnato dal presidente Burghiba che ha promulgato aborto e divorzio tra le prime leggi del proprio mandato nel 1952 – la generazione che si è formata politicamente durante le proteste della Rivoluzione del 2011 cerca di operare uno slittamento radicale.

Non è il solo spazio del Diritto a garantire l’uguaglianza o l’assenza di discriminazione, ma un lavoro politico e culturale che ha come asse centrale l’inserzione dirompente di identità negate nella tradizionale società tunisina. Identità che portano con sé, nella propria rivendicazione di esistere nello spazio del dibattito pubblico, l’inserzione dei diritti necessari alla propria stessa esistenza. Le battaglie per i «diritti alla felicità» – citando un bello slogan del Sicilia Queer Filmfest di qualche anno fa – sono oggi il nodo centrale che nel non lontano 2011 parevano non essere il cuore del dibattito pubblico. Sembra risuonare un vecchio slogan caro al femminismo europeo degli anni 70, quel «politico è personale» che non si ritrovava negli slogan del 2011, più classicamente politici: dignità pane e lavoro ora cedono il passo a sessualità corpo e desiderio, che prendono uno spazio politico più che mai necessario, in seguito all’applicazione massiccia di due dispositivi che in diversa misura ledono gravemente la libertà di scelta individuale. 5

Il festival è quindi un momento di ampia visibilità, che ha alternato proposte artistiche interessanti come lo spettacolo Pucie della compagnia francese Sapharide, dove tre danzatrici incarnavano stereotipi e fratture dell’identità femminile con un’estetica sporca che ricorda il primo Rodrigo Garcia, o il breve e potente solo soft fist insist della performer americana di stanza a Berlino Nicola Bullock, agli interessanti dibattiti suscitati dalle conferenze, che interrogavano temi quali il rapporto coloniale del femminismo europeo con i femminismi del sud o la relazione intricata con il femminismo di Stato, tra gli altri, in un tentativo olistico di agire una differenza etica, come l’assenza di plastica e la raccolta differenziata in tutto lo spazio del Festival.

Un’isola felice, insomma, che però ha poco dialogato con la vita del quartiere che lo ha ospitato, l’antico ponte tra Beb Sadoun e Beb Souika, il quartiere storico di Halfaouine. Un luogo emblematico di questo rapporto di reciproca diffidenza è il Caffè antistante la porta di ingresso del Festival: uno spazio tradizionalmente esclusivamente maschile, che durante i giorni del festival è stato frequentato, con qualche imbarazzo, anche dalle partecipanti e che è stato invaso solo nella giornata di chiusura da un chiassoso concerto di percussioni, unico momento festivaliero agito negli spazi del quartiere. Le partecipanti dal look marcatamente queer sembravano un po’ aliene discese su Marte davanti agli sguardi increduli dei venditori del frip, eclettico mercato dell’usato tipico in ogni angolo del Paese, o ai banchi di frutta e verdura dell’animato suq di Halfaouine, che ricorda le bancarelle del palermitano Ballarò con le sue lampadine.

Un’isola che deve poter preservare il proprio spazio di libertà e autonomia per poter esistere, ma che speriamo veder crescere per ampiezza e trasversalità, e che potrebbe provare a darsi l’ambizioso quanto necessario compito di raggiungere tutte quelle zone d’ombra del Paese in cui ancora è lungo il cammino verso l’uguaglianza tra uomo e donna, la libertà di scelta individuale, la possibilità di pensare se stessi e se stesse, i propri corpi e desideri al di fuori dai limiti e dalle costrizioni imposte della tradizione.
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1) Per un approfondimento sulla questione qui due autorevoli articoli dei giornalisti Lorenzo Tondo (The Guardian) e Marta Bellingreri (Middleasteye):
https://www.middleeasteye.net/fr/reportages/les-p-cheurs-de-zarzis-ces-h-ros-que-l-italie-pr-f-re-voir-en-prison-382578198
https://www.theguardian.com/world/2018/sep/05/tunisian-fishermen-await-trial-after-saving-hundreds-of-migrants
2) http://intunis.net/en/
3) http://theatrenational.tn/
4) L’Union générale tunisienne du travail ( الاتحاد العام التونسي للشغل) o UGTT è il principale sindacato tunisino. Fondato nel 1946 da Farat Hached, oggi conta 24 unioni regionali, 19 organizzazioni di settore et 21 sindacati di base. Il sindacato è stato criticato, negli anni, per la propria centralizzazione del potere e per la mancanza di rappresentazione femminile. www.ugtt.org.tn/‎
5) Si fa riferimento alla legge 230 del Codice Penale, che criminalizza l’omosessualità maschile e femminile, con pene che vanno da 1 a 7 anni di reclusione, e alla legge 52, che condanna l’uso di cannabinoidi. La legge 52 è stata spesso utilizzata durante il regime di Ben Ali come pretesto per incarcerare i dissidenti e l’opposizione.
6) Qui i link dei gruppi ed associazioni femminsti, queer, LBGTQ+ citati nell’articolo:
CHOUF: https://m.facebook.com/CHOUF-1513828662208035/
SHAMS – Pour la dèpenalisation de l’homosexualité en Tunisie: https://it-it.facebook.com/lgbtrightstunisia/
Mawjoudin: https://mawjoudin.org/‎

 

Anna Serlenga

Anna Serlenga. Laureata in Scienze dei Beni Culturali presso l’Università degli Studi di Milano, è specializzata in Scienze e Tecniche del Teatro presso l’Università IUAV di Venezia. Si forma come attrice presso la Scuola privata di recitazione Campo Teatrale (MI). Partecipa inoltre ai seminari condotti da Michele Abbondanza, Raul Iaiza, Danio Manfredini, Emma Dante, Cesare Ronconi, Michele di Stefano (MK), Michela Lucenti, Roger Assaf, Cèsar Brie, Rosa Casado, Claudia Dias, Atonia Baher. Fonda l’associazione culturale MARGINeMIGRANTE, di cui è presidente. E’ performer per lo spettacolo-evento Devotion, Moriggi8, Milano; ha ideato, allestito, interpretato Fame, performance per obeso, Venezia. E’ regista per gli spettacoli Sabbia, attraverso via Anelli (Festival Teatri delle Mura, Sherwood Festival, Padova) , misure di pubblica sicurezza, ( Teatro Aurora, Marghera – VE- ) prodotti dall’ ass.cult. MARGINeMIGRANTE.. E’ assistente alla regia di Gianluigi Gherzi per lo spettacolo BABA (giugno 2009, Festival Da vicino nessuno è normale, Milano) e di Pietro Floridia per lo spettacolo Report dalla città fragileprod. Olinda e ITC Teatro dell’Argine (maggio 2011, Teatro la Cucina, Milano). E’ finalista al premio Kantor 2011 come regista dello studio Belonging-trilogia dell’appartenenza #01.nazione (3-5 dicembre 2011, Teatro CRT, MI). Dal settembre 2012 lavora in Tunisia, come conduttrice e performer nel progetto di atelier sperimentale STRIP_TEASE condotto da Moez Mrabet (attore, regista e docente dell’ISAD) ed è selezionata alla seconda tappa del premio Scenario con il progetto teatrale transnazionale Dégage!Antigone non muore, di cui è ideatrice e regista.