Tornare a scuola. In Senegal

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di Andrea de Georgio

Stallo Infantile, 2010, Ph Giacomo Verde

Laifatou è assorta nei suoi pensieri. Li osserva scorrere sfuocati oltre al finestrino di un autobus sgangherato che dalla capitale Dakar la porterà, in 12 ore di viaggio notturno, a Ziguinchor, capoluogo della Casamance, nel profondo sud del Senegal. Fuori dal dinosauro di latta, in strada, un gruppo di giovani intenti a scherzare alla luce di un lampione, attira la sua attenzione. Non può negarlo: i suoi ragazzi le mancano. «Giusto il tempo di passare qualche giorno con mia madre, poi li rivedrò tutti». Laifatou Sall è una donna distinta, sulla quarantina. Di mestiere insegna matematica in un liceo pubblico di Dakar e ama profondamente il proprio lavoro. Senza riflettere sfodera il cellulare, che pesca dalla borsa con un rapido gesto della mano. Scorrendo col pollice centinaia d’immagini, si sofferma su alcune foto di classe. Nel buio del pullman, il bagliore dello schermo le illumina il viso. Sorride. «Ho cercato di farli stare tutti in un unico scatto, ma era impossibile. E pensare che quel giorno c’erano pure diversi assenti!». La media delle quattro classi in cui insegna Laifatou supera i 50 alunni per aula. Nella fotografia i ragazzi si stringono l’uno all’altro, ridono radiosi nelle pose più assurde, tre o quattro per banco. «In queste condizioni è difficile far appassionare i ragazzi allo studio. Si distraggono e quando fa caldo, l’aria della classe diventa asfissiante».

Presto, i primi di ottobre, tutte le scuole del Senegal riapriranno i battenti. Per gli studenti, smaniosi di rivedere amichetti e fidanzatini dopo l’estate, è un misto di trepidante attesa e adolescenziale malinconia. Per i genitori, invece, il ritorno a scuola coincide con il ritorno della tranquillità casalinga. Per i professori, terzo polo del triangolo educativo, il rientro in classe significa fine delle ferie, ripresa del lavoro e, soprattutto, di una nuova, inesorabile stagione di scioperi. «Lo scorso anno scolastico sono stati 66 giorni, cioè circa tre mesi di lezioni perse»: non sembra andarne fiero Wane, segretario generale dell’Organizzazione democratica degli insegnati del Senegal (ODES) e membro della Confederazione dei sindacati autonomi (la CSA, che raggruppa più di 40 sigle sindacali). «Dopo tre riforme della scuola negli ultimi dieci anni, nel 2017 abbiamo elaborato 11 piani d’azione, ma se le cose non cambieranno saremo costretti a indire altri scioperi». Questo signore oltre i cinquanta siede in un bar-ristorante libanese a Point E, centrale quartiere affaristico di Dakar. Poco lontano si trovano alcuni uffici dei tre dicasteri che si spartiscono l’autorità sulla scuola pubblica senegalese: il Ministero dell’Educazione, quello della Funzione Pubblica e il Ministero della Finanza. «I problemi della scuola in Senegal sono molti, a cominciare dalle diseguaglianze salariali fra insegnanti»: Wane, che è stato maestro elementare, allude soprattutto alle disparità delle condizioni dei salari. Quando iniziò, 22 anni fa, in Senegal esisteva ancora la categoria degli “insegnanti volontari” (abolita cinque anni fa), la cui paga era di 50.000 franchi CFA, circa 75 Euro al mese. Prima della pensione, raggiunto il più alto gradino delle graduatorie, Wane percepiva un salario di 309.000 F CFA (circa 460 Euro). Oggi la fascia più precaria dei professori delle scuole elementari e medie arriva a malapena a 150 Euro mensili.

La questione dei compensi bassi non è che la punta di un iceberg che riflette una fragilità endemica propria anche di altri settori cruciali per un reale sviluppo delle società africane contemporanee – come la sanità: burocrazia elefantiaca (per il conseguimento dei punti), ritardi cronici (nel trattamento dei dossier per aggiornare le graduatorie e i salari), corruzione (Wane: «con una mazzetta o un toro alla persona giusta, sotto il regime di Abdoulaye Wade, fra il 2003 e il 2011, avevi un posto da insegnante assicurato!») e privatizzazione (istituti privati in forte aumento). «Così la scuola pubblica muore», sentenzia cupo il maestro-sindacalista.

I dati pubblicati quest’anno dall’Unesco indicano che in Africa subsahariana nel 2017 un quinto dei bambini dai 6 agli 11 anni, un terzo della fascia 12-14 anni e il 60% dei giovani dai 15 ai 17 anni, non ha frequentato la scuola. «C’è da dire, però, che il governo senegalese negli ultimi anni si è impegnato molto nella sensibilizzazione, portando in classe più del 90% dei giovani dai 6 ai 14 anni». In Senegal, però, le strutture e il personale docente risultano quantitativamente e qualitativamente impotenti davanti alla crescita di tale moltitudine di alunni. Nel paese ci sono ancora più di mille abris, “rifugi” in francese, le scuole provvisorie costruite sotto tende o in locali di fortuna, e gli insegnanti pubblici sono circa 90.000. «Lo Stato, che ha un budget solo per la Presidenza di 9 miliardi di F CFA (circa 13,5 milioni di Euro, ndr), finanzia l’intero insegnamento con 20 miliardi (circa 30 milioni di Euro, ndr), che rappresenta l’80% dei fondi alla scuola. Poi ci sono le famiglie degli alunni che contribuiscono, attraverso rette e donazioni, al 18% e infine i partner tecnici della cooperazione internazionale, che elargiscono sovvenzioni pari al 9% del budget totale consacrato all’educazione primaria», conclude il professor Wane.

In Senegal sempre l’Unesco parla però anche di 900.000 bambini che ancora non frequentano la scuola su un totale di quattro milioni. Il rifiuto dell’insegnamento pubblico è un fenomeno recente in continuo aumento. Se per le classi popolari significa recuperare braccia valide per il lavoro, sempre più famiglie della rampante borghesia senegalese reputano superfluo o poco redditizio mandare i propri figli a scuola, optando invece per l’insegnamento privato o religioso. Ad esempio a Dakar si racconta che Serigne Mboup, ricco uomo d’affari che rappresenta il gruppo Samsung in Senegal, abbia ritirato i figli da scuola per mandarli a una prestigiosa (e costosa) scuola coranica, per poi, a 12 anni, fargli studiare inglese e francese con professori privati. A Touba, seconda città del paese con circa 800.000 abitanti e considerata santa dai fedeli del Mouridismo, non ci sono scuole francesi.

Se la religione può agire da deterrente all’invio dei bambini a scuola, al contrario la lingua potrebbe fungere da leva per riavvicinare i giovani ai banchi migliorando anche il livello dello studio. È quanto sostenuto dalla tesi di laurea di Hibrahima Wane, dal titolo esplicito: “L’introduzione delle lingue nazionali come palliativo al fallimento scolare”. In Senegal, come nelle altre ex-colonie francesi in Africa occidentale, il piano formativo e i programmi scolastici sono mutuati da quelli della vecchia Madre Patria coloniale. Storia e geografia della Francia sostituiscono così le nozioni nazionali, le cui basi vengono impartite solo nei primissimi anni di scuola per poi essere abbandonate. Sebbene nel paese esistano 22 lingue codificate e correntemente parlate, l’idioma ufficiale dell’insegnamento resta il francese. La questione linguistica, cappello di altre ben più profonde problematiche socioculturali, politiche ed economiche, negli ultimi anni ha animato un acceso dibattito fra i professori senegalesi.

Saly Diemé, insegnante alle prime armi del Liceo tecnico “Amadou Bamba” di Diourbel, cittadina a 150 chilometri da Dakar, ha le idee chiare in merito. La sua materia è la lingua spagnola, obbligatoria agli istituti tecnici: «Amo le lingue straniere e penso che l’insegnamento debba restare in francese. È la lingua del mondo del lavoro che un domani i ragazzi dovranno affrontare». Invece i suoi studenti, sette classi di una quarantina di alunni ciascuna, spesso le chiedono di parlare in wolof, la lingua più diffusa in Senegal. «Non possiamo, è vietato dalla legge», taglia corto la professoressa. Prima di ottenere un posto più vicino a Dakar, Saly ha insegnato due anni alle superiori di un villaggio sperduto della Casamance. Qui le madri degli studenti – che arrivavano anche a 70 per aula – facevano pressione sul corpo professori affinché in classe si parlassero le lingue nazionali. «Il vero problema è che molti insegnanti non padroneggiano il francese e avrebbero bisogno di essere maggiormente formati». Questa giovane insegnante di spagnolo è convinta che la lingua sia semplicemente una scatola: «Ciò che conta è il contenuto. Se riusciremo ad essere buoni maestri e a trasmettere il bagaglio di conoscenze e le nostre radici culturali agli alunni, allora loro sapranno riempirla di bellezza e apertura verso il mondo». In Senegal sta per suonare la campanella… E dunque, tutti in classe!

 

Andrea de Georgio

Andrea de Georgio, giornalista freelance (Premio Cutuli 2011 – Premio Leviti 2017), dal 2012 vive in Mali, dove lavora per media nazionali e internazionali tra cui CNN, Al Jazeera, RaiNews24, Radio3Mondo, Limes, Internazionale, L’Espresso, Nigrizia. È ISPI associate research fellow. Per OIM, agenzia delle Nazioni Unite per le migrazioni, nel 2016 ha realizzato con Luca Pistone il documentario Odysseus 2.0. Nel 2017 ha partecipato a Diverted Aid, progetto internazionale di giornalismo investigativo sull’utilizzo dei fondi fiduciari europei per lo sviluppo dell’Africa, finanziato dall’European Journalism Center.