Scuola. I suggerimenti della robotica educativa

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di Doralice Pezzola

Zona Robotizzata, Peccioli (PI), 2010, Ph Giacomo Verde

A Matera, in un piccolo festival coraggioso che da tre anni il Centro Iac propone ai cittadini – e che porta il nome di Nessuno resti fuori – quest’estate si è svolta, al riparo da un sole cocente, una discussione che aveva come suo centro: cosa fare? Cosa fare, in questi tempi sempre più cupi? Mentre teniamo uomini in ostaggio su barche nei porti e qualcuno fa il saluto romano ad un funerale, cosa fare? C’è stato chi, a un certo punto, ha detto: noi, tutti noi che siamo qui, siamo degli sconfitti. Bisogna che facciamo i conti con la sconfitta. Ma c’è qualcosa che possiamo, anzi dobbiamo fare: cercare di lavorare coi più piccoli fra di noi, perché crescano con delle possibilità di prospettive sul proprio tempo diverse da quelle che abbiamo a disposizione noi ora. Ecco, lavorare coi più piccoli: come si fa?

Forse, anzi certamente, il desiderio di occuparsi della formazione delle “nuove generazioni” non è una prerogativa esclusiva del nostro tempo – la consunzione dell’espressione “nuove generazioni” dimostra in maniera immediata che si tratta di un argomento transitato di bocca in bocca dalla notte dei tempi. Ma il nostro è innegabilmente un tempo dai percorsi ultra-accelerati, dai cambiamenti epocali, di cui pure non ci rendiamo conto, sperimentandoli goccia a goccia, tutti i giorni. Internet, il computer, gli smartphone, che sono letteralmente pròtesi delle nostre funzioni cerebrali, non hanno cambiato soltanto la nostra fruizione del mondo: ne hanno destrutturata la percezione, costringendoci a provare a ridisegnare il sistema filosofico col quale interpretiamo la materia e gli avvenimenti, i meccanismi e le velocità con cui reagiamo a ciò che è altro da noi, e che ci attraversa.

Prendersi cura delle nuove generazioni: ecco allora che entra in gioco la scuola. La scuola è quel luogo per cui (nel migliore dei casi) tutti i più piccoli (compresi noi, quando eravamo i più piccoli) passano. Ci sono certamente molte domande che è opportuno porsi, in questo momento storico, riguardo la scuola e i sistemi di apprendimento. Ad esempio, che ruolo ha il luogo di formazione per eccellenza, oggi, nelle nostre società. In che modo, e con quali strumenti, forma gli individui che la attraversano. Quali e quante città future nascono sui banchi di scuola? Di cosa sono fatte? Su quali leggi si reggeranno? A voler giudicare dalla miseria emotiva che infetta il nostro tempo, dallo scarseggiare sempre più manifesto e sempre più inquietante di ogni forma di generosità e di curiosità verso l’altro, si direbbe che il progetto di scuola in cui sono cresciute la mia generazione, e almeno due che l’hanno preceduta, è un progetto fallimentare. Per rispettare un cliché linguistico: la scuola avrebbe dovuto prepararci alle proverbiali sfide del domani; ora che il domani è un oggi pressante e dalle “sfide” quantomai fondamentali, gravi ed urgenti, eccoci non soltanto inermi, impreparati, ma diffidenti verso le possibilità che come collettivo umano avremmo di agire incisivamente sulle grandi questioni con cui siamo chiamati a confrontarci.

Si può provare per un momento a riflettere: cos’è stata la scuola per ciascuno di noi? Più ci penso e più mi sembra che la scuola, luogo di crescita, di noia (ora, a tratti, anche di nostalgia), sicuramente luogo di “detenzione” e di protezione, sia stato per me prima di tutto qualcosa di preesistente, preformato, precostituito, pre: pre-me, che ci passavo soltanto dentro. La scuola era un luogo già dato, immutabile, che si poteva amare o detestare, a cui ci si poteva opporre magari, ma di certo non modificare. Un luogo da cui assorbire, suggere linfa spirituale e arricchire in maniera cospicua il proprio bagaglio intellettivo, al terribile prezzo di un’esposizione pressoché totale e perpetua ad un apparato giudicante tagliato su modelli schematici, impersonali, numerici. Col risultato per alcuni di un complesso di ansia da prestazione pronto a seguirli per sempre anche fuori dall’aula; per altri – ed è il caso peggiore – di un rifiuto del giudizio che si armava, non avendo altro per difendersi, del disprezzo per il processo di apprendimento stesso. Insomma, una scuola che funziona all’incontrario: nel tentativo nobile e appassionato di costruire i migliori cittadini possibili, disamora i suoi studenti della possibilità stessa della conoscenza.

Negli ultimi anni in molti hanno cominciato a chiedersi se sia possibile ripensare l’esperienza scolastica, e come. Si è cominciato a parlare, ad esempio, di ambienti di apprendimento. Gli ambienti di apprendimento descrivono una concezione di insegnamento basata sulla volontarietà dell’apprendimento, che non viene considerato un processo trasmissivo, bensì intenzionale, attivo, cosciente. In quest’ottica, l’attività di insegnamento prende i tratti di un’azione educativa che mette in gioco se stessa, con l’obiettivo di generare una spinta uguale e contraria e quindi, in risposta, un ritorno di forze all’interno di un sistema di reciprocità fra maestro e allievo. Parallelamente – e non è un caso – da più fronti ci si è domandati come la scuola potesse interagire, e magari lavorare assieme, alle modificazioni che la tecnica introduce nell’esistenza di intere generazioni di esseri umani. I due processi di cambiamento – quello del sistema d’apprendimento e quello dell’integrazione tecnologica nella vita delle masse – hanno un punto di contatto: entrambi, seppure per differenti motivi, sono pensati per essere incentrati sullo studente/utente.

Si tratta di una vera e propria volontà di rovesciamento della prospettiva della cosiddetta scolarizzazione “industriale”, cioè quella scuola che dalla fine dell’Ottocento e lungo il Novecento alfabetizzò le masse di italiani (ma non solo), le quali per la prima volta avevano accesso all’istruzione. Il pilastro di questa idea di scuola era, ed è rimasto fino ad oggi, la lezione “frontale”. È difficile, da qui, giudicare se questo rovesciamento, per il momento ancora quasi esclusivamente teorico – salvo alcune eccezioni, per lo più di realtà sperimentali – possa essere la chiave per una svolta del sistema scolastico. In fatto che l’allievo venga considerato il centro di questo sistema – invece che il pianeta che orbita intorno alla scuola-sole – potrebbe anche essere uno dei molteplici frutti della logica commerciale di cui il mondo moderno è pervaso: l’individuo è un cliente, per il quale è necessario personalizzare quanto più possibile l’offerta in maniera da massimizzare il suo desiderio di acquisto.
In ogni caso – con la speranza viva che non sia questo – si tratterebbe di una rivoluzione, un terremoto di cui adesso iniziamo a percepire qualche piccola scossa. Ancora trascurabile, eppure significativa: nuove necessità si fanno presenti; gli ingranaggi del mondo si incastrano secondo nuove combinazioni.

Succedeva così che, in Norvegia, già nel 2014, un professore di storia norvegese e studi religiosi presso la Nordahl Grieg Upper Secondary School scegliesse di parlare ai suoi alunni utilizzando un metodo quantomeno alternativo: farli giocare in classe a The walking dead, un videogioco pluripremiato uscito qualche anno prima. Il professore in questione era Tobias Staaby, e aveva deciso di utilizzare l’elevatissima attrattiva esercitata dallo zombie-game sui suoi allievi per introdurre loro le sue lezioni di etica e filosofia. Il videogioco in questione richiede infatti al giocatore di effettuare delle scelte che hanno, dalla prima all’ultima, ripercussioni sulla vicenda del personaggio, sul carattere che queste scelte delineano, e dunque sulla trama del gioco. Prima di una scelta, Staaby metteva in pausa il gioco e chiedeva ai suoi alunni di discutere sulle possibilità di scelta e, infine, di votare la scelta più coerente col profilo del personaggio collettivamente delineato dalla classe.

Per quanto peculiare, questo esperimento non è rimasto a lungo un unicum. Nel 2017, in Italia, un professore di filosofia ha pubblicato per Mondadori un libro che si intitola La filosofia spiegata con le serie tv, e che è il risultato della sua esperienza nell’insegnamento. Tommaso Auriemma – si chiama così – prova proprio a fare questo: a traghettare i suoi allievi verso la complessità della filosofia, facendoli sedere dentro a una barca familiare, della quale possano sentirsi padroni, perfino esperti, insomma, una zona di comunicazione che permetta loro di mettere in campo le proprie risorse, per poi imparare qualcosa di nuovo.

Passi molto significativi sono stati fatti in tempi molto recenti dalla robotica applicata ai sistemi di apprendimento, a cui ci si riferisce col termine di “robotica educativa”. Più di un progetto è stato sviluppato in questa direzione. Anzi, si può dire che alcune sperimentazioni hanno lasciato alla volta del mondo i laboratori in cui avevano visto la luce – ed è proprio il caso di dirlo, lo hanno fatto sulle proprie gambe – come ad esempio Nao Robot, un social robot umanoide programmabile sviluppato da Aldebaran Robotics. Nao è alto come un bambino e viene attualmente utilizzato da diversi istituti – soprattutto nelle scuole primarie – per introdurre gli alunni alla progettazione in robotica, o per attività che lo vedono direttamente nel ruolo di insegnante. Ad esempio, in Finlandia, in una scuola di Tampere, Nao – che ha memorizzate nel suo database ventitré lingue – è stato utilizzato per insegnare l’inglese ad un gruppo-classe.

La filosofia che sottostà alla robotica educativa è particolarmente interessante. Seymour Papert, considerato uno dei padri fondatori di questa branca, ha dichiarato: «I bambini adorano costruire oggetti. Così mi dissi: scegliamo un set di costruzioni e aggiungiamo tutto quello che serve per creare dei modelli cibernetici». La centralità dell’alunno all’interno di questa concezione dell’apprendimento è qui esplicita tanto quanto il livello di coinvolgimento a cui è chiamato. A cambiare radicalmente è la modalità di assorbimento delle informazioni.
Questa modalità ha degli aspetti molto chiari. Innanzitutto funziona con le dinamiche di un apprendimento per scoperta; l’incertezza di successo intrinseca a questa modalità determina la necessità di un approccio di pensiero elastico, reattivo, ma soprattutto un approccio che non considera l’errore come qualcosa di inaccettabile. Alla School of Education & Human Development, presso l’Università di Miami, campeggia sul muro una lunga scritta, firmata Thomas Edison: «I have not failed. I’ve just found 10.000 ways that won’t work».

Si scorge, oggi, per quanto piccina, per quanto ancora remota, la possibilità di una scuola che proponga ai propri accoliti un sistema di formazione diverso. Un sistema forse meno aggressivo e più funzionale, come quello suggerito dalla robotica educativa. Il suggerimento può certo rimanere inascoltato, e il rischio di un sistema scolastico che rimanga infossato nei propri dogmi, rifiutando qualsiasi tipo di trasformazione, è fortemente elevato. Del resto, l’altro lato della medaglia è altrettanto spaventoso: mettendo Aristotele insieme agli zombie, si rischia di ridurre tutto agli spiccioli, di strattonarlo perché resti comodamente a portata di mano, invece che far venire voglia di arrampicarsi con una scala verso il cielo per raggiungerlo. In entrambi i casi, ad ogni modo, la complessità del reale non deve né può (più) essere ignorata.

 

Doralice Pezzola

Doralice Pezzola nasce il 12 dicembre 1991. Si forma come sceneggiatrice per il cinema presso l’Accademia di Cinema e Televisione Griffith e successivamente presso la Scuola D’arte Cinematografica Gian Maria Volonté. Ha scritto per Spaziofilm, è un membro fondatore dell’associazione cinematografica Greve61, e ha collaborato come sceneggiatrice a Tanabata di Riccardo Bolo (2012), Let’s go di Antonietta De Lillo (2013), Uno, nessuno di Daniele Vicari (2015), Il flauto magico di piazza Vittorio di Mario Tronco e Gianfranco Cabiddu (in lavorazione). Laureata con lode in Letteratura, Musica, Spettacolo presso Sapienza Università di Roma con una tesi sul regista teatrale contemporaneo Dimitris Papaioannou, frequenta attualmente il corso di laurea magistrale in Teatro, Cinema, Danza e Arti Digitali.