Biennale di Dakar: per un rinascimento africano

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di Andrea de Georgio

Ouidah, Benin, 2016 _ph Lucia Perrotta

È intitolata L’Ora Rossa, una nuova umanità, la 13°edizione della Biennale d’arte africana contemporanea di scena in Senegal dal 3 maggio al 2 giugno.
Nella pièce teatrale del 1958 Et les chiens se taisaient il poeta antillano Aimé Césaire, ideologo della Negritudine, scriveva: «Sono l’ora rossa, l’ora rossa risolutiva. Sono l’ora delle nostalgie, l’ora dei miracoli». Un concetto rivisitato in chiave odierna, come momento di rinascita e metamorfosi politica, sociale e perfino ambientale per l’affermazione della “nuova umanità” auspicata da Frantz Fanon, autore del celebre I dannati della Terra (1961). Quello che il fotografo Henri Cartier-Bresson chiamava «l’istante decisivo» è arrivato. Per l’Africa come per il resto del mondo.

Simon Njami, dal 2016 direttore artistico di Dak’Art, spiega così la scelta del tema di quest’anno: «È giunto il tempo di passare dall’esperienza possibile all’esperienza reale vivendo questa dualità inerente all’opera d’arte intesa non come un handicap insormontabile, ma un atout. È arrivata l’ora d’imprimere al mondo questo “ritmo proprio” che è appannaggio degli uomini liberi. Gli artisti lo sanno meglio di chiunque altro. Tutte le velleità creative partecipano della sperimentazione e della maturazione. Solo la sperimentazione permette di costruire delle teorie sul reale».
Il suo testo introduttivo ha accolto migliaia di visitatori giunti al vecchio Palazzo di Giustizia di Dakar, situato a Cap Manuel, punta sud della città. Questo enorme edificio fatiscente e decrepito, da anni in stato d’abbandono, è stato in parte riabilitato per contenere la IN, selezione di opere in concorso della Biennale. Quale miglior location per una kermesse internazionale che quest’anno si prefigge l’ambizioso compito di armonizzare passato e presente, storia e sperimentazione, tradizione e modernità per portare a compimento il rinascimento africano?

«Le mie fotografie esprimono il senso di soffocamento e la voglia di riscatto che caratterizza le società africane contemporanee, in particolare la nostra generazione». Laeila Adjovi, giovane vincitrice del Gran Premio Senghor 2018, palma d’oro della Biennale di Dakar, ha scattato la serie Malaika Dotou Sankofa interamente nei sotterranei dell’ex Palazzo di Giustizia: stanzoni che rigurgitano dossier giudiziari, faldoni ingialliti e impolverati che contengono storie, informazioni, date e nomi di persone abbandonate fra le macerie della pubblica amministrazione. In questo set si muove, a fatica, il personaggio femminile dagli abiti stretti e dai tratti androgeni rappresentato dalla fotografa franco-beninese-senegalese. Sulle spalle di Malaika delle ali di sgargianti panni africani dalle dimensioni spropositate: «Suo impedimento ma, al tempo stesso, chiave d’evasione dalla realtà che la opprime» spiega Laeila.

Anche in questa edizione Dak’Art schiude un’urgenza espressiva che travalica ogni confine, sfuggendo a canoni e dogmi stilistici: più di trecento esposizioni in ogni quartiere della città e in altri centri sparsi ai quattro angoli del paese in un mix di supporti e linguaggi che spaziano dalla pittura alla video-arte, dalla fotografia concettuale alla performance interattiva. Incontri pubblici, concerti e spettacoli di danza e teatro fanno da corollario a questa importante manifestazione.

I giovani artisti africani si sentono a proprio agio con le nuove tecnologie – spesso usate come supporti innovativi per indagare il retaggio del passato in maniera sperimentale – e fremono dalla voglia di comunicare una nuova visione dell’Africa e del mondo che squarci il velo dei cliché e dell’esotismo, lascito culturale duro a morire del Colonialismo. “Black è cool!”. Anche se può sembrare semplicistica, oggi questa rivendicazione da estetica diventa politica, un accorato tentativo di riabilitare la popolazione mondiale di pelle scura da secoli schiacciata dalla dominazione occidentale. Una tendenza che si riscontra anche nel cinema, nella letteratura, nel teatro e nella musica.

Nel mondo globalizzato di oggi diventa però difficile definire ciò che è propriamente “africano”, ancor più quando si tratta di arte, materia meticcia per definizione sfuggente ai confini. Una tematica ripresa da un video del maliano Manthia Diawara, in mostra alla piccola galleria Waru Studio di Mermoz, a Dakar. Attraverso immagini d’archivio l’artista mette in scena un dialogo immaginario sul tema della Negritudine fra Léopold Sédar Senghor, primo presidente del Senegal indipendente, e Wole Soyinka, scrittore nigeriano Premio Nobel per la letteratura nel 1986. I due grandi intellettuali africani sono in disaccordo sulla necessità di riaffermare il carattere politico e culturale esclusivo dell’Africa per affrancarsi dalla tentacolare dominazione coloniale. Agli albori del Postocolonialismo, Senghor, ispirato dagli amici Aimé Césaire e Léon-Gontran Damas, definiva la negritudine come «l’insieme dei valori civilizzatori del mondo nero».
«Una tigre non proclama la propria tigritudine. Balza sulla preda!» risponde nel video Soyinka, insistendo sull’importanza di agire piuttosto che «sprecare le nostre energie in vane questioni retoriche quando il nostro continente si sta battendo contro problematiche politiche ed economiche insormontabili». A supporto della propria tesi lo scrittore nigeriano mette in luce le sfumature di due modelli diversi di dominazione coloniale: quello francese, fondata sul concetto di assimilazione e sudditanza psicologica, e quello inglese, più distante e meno invasivo, almeno dal punto di vista culturale, sviluppato sulla base della rivendicata supremazia razziale dei bianchi sui neri.

Colonialismo e Schiavitù sono fardelli di un passato difficile da superare, impossibile da dimenticare. A monito della più grande deportazione forzata nella storia dell’Umanità – fenomeno alla base delle disuguaglianze di sviluppo nel mondo che perdurano fino ad oggi – appaiono le lunghe catene di ossa e anelli di metallo dello scultore senegalese Ndary Lo. Un artista morto povero, tragicamente scomparso l’anno scorso per un tumore troppo costoso da curare, cui questa edizione della Biennale ha dedicato un omaggio nella sezione IN. Fra le sue opere presentate a Dakar, in maggioranza grandi sculture in ferro, spicca una piroga con figure umane che si allungano fiduciose verso l’ignoto. In una piccola camera annessa alla stanza principale, un video con una delle sue ultime interviste, in cui la frase «se non decolliamo ora non so quando decolleremo!» suona come una profezia autoavverante colma di speranza.

Dak’Art si riconferma la più importante vetrina per un’avanguardia generazionale che mette la società africana contemporanea davanti allo specchio, riproponendo antichi quesiti ancora irrisolti sotto forme nuove. Una società giovanissima, vista anche la tenera età delle Indipendenze, che hanno da poco compiuto cinquant’anni. Una società vivace che trova nella creatività dei propri artisti nuova linfa per affrancarsi dai complessi d’inferiorità di ieri e per «osare inventare il futuro», come diceva Thomas Sankara presidente rivoluzionario del Burkina Faso degli Anni Ottanta. A lui e ad altre star del Panafricanismo, Dak’Art 2018 dedica diverse esposizioni multimediali.

Sullo sfondo la lotta per la reintegrazione delle lingue locali contro l’imposizione del francese, idioma ufficiale della scuola, dell’amministrazione, della politica, dell’economia e della vita quotidiana di milioni di persone che vivono nella maggior parte dei paesi dell’Africa occidentale. Una cruciale questione identitaria che definisce oggi le linee di frattura con un passato pesante da scrollarsi di dosso.

In questa tensione il linguaggio universale dell’arte apre nuovi orizzonti interpretativi diventando strumento di lotta e decostruzione della realtà odierna attraverso la condivisone e il dialogo. Da questo deriva la decisione, nelle ultime edizioni, di aprire la Biennale anche ad artisti occidentali che hanno rapporti con l’Africa. Insieme ai colleghi autoctoni e agli africani della diaspora – élite privilegiata di pionieri da sempre all’avanguardia del sincretismo artistico del continente – questi interpreti stanno ridefinendo gli spazi e il vocabolario non verbale dell’espressione creativa contemporanea. L’Africa sta finalmente provando a tratteggiare la propria storia. E noi, vicini che abitano dall’altra parte dello stesso mare, dovremmo prestare maggiore attenzione a ciò che succede al di fuori del nostro ombelico se vogliamo evitare di venirne, presto, travolti.



Andrea de Georgio

Andrea de Georgio, giornalista freelance (Premio Cutuli 2011 – Premio Leviti 2017), dal 2012 vive in Mali, dove lavora per media nazionali e internazionali tra cui CNN, Al Jazeera, RaiNews24, Radio3Mondo, Limes, Internazionale, L’Espresso, Nigrizia. È ISPI associate research fellow. Per OIM, agenzia delle Nazioni Unite per le migrazioni, nel 2016 ha realizzato con Luca Pistone il documentario Odysseus 2.0. Nel 2017 ha partecipato a Diverted Aid, progetto internazionale di giornalismo investigativo sull’utilizzo dei fondi fiduciari europei per lo sviluppo dell’Africa, finanziato dall’European Journalism Center.