Black is the colour (of?)

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di Andrea Porcheddu

Elmina, Ghana, 2016 – ph Lucia Perrotta

La questione, se affrontata seriamente, mostra sempre il nostro imbarazzo. Nostro, ossia di noi bianchi, benestanti, occidentali, democratici (non sempre), e mediamente acculturati (anche qui non sempre, viste le agghiaccianti statistiche sull’analfabetismo di ritorno e sull’abbandono scolastico).
La questione è, per dirla francamente, il razzismo. Il razzismo di un popolo che non ha esitato a sostenere partiti politici dichiaratamente e programmaticamente razzisti. Un tempo – ma l’Antica Grecia è ormai una leggenda – tra xenofilia e xenofobia non c’erano dubbi: l’ospite era sacro. Oggi il respingimento è pratica quotidiana. E sulle paure si giocano partite politiche (e culturali) aspre, si inneggia al nemico da fermare, arrestare, espellere. Il nemico, ovviamente, è sempre l’Altro, quello che viene da fuori, quello che fa paura. E spesso tale alterità ha le eterne caratteristiche dell’Uomo Nero.
Ma ci pensate? Siamo cresciuti con mamme e papà che per minacciarci dicevano «chiamo l’uomo nero!».
E allora ecco perché, nell’affranto scenario politico e istituzionale in cui ci muoviamo, per questo numero di Novantatrepercento abbiamo pensato di parlare di Black.
Ossia di nero. Black is the colour, nero è il colore.
Già il passaggio tra l’inglese e l’italiano crea una ambiguità semantica: black suona più accettabile, più cool, più aperto. E nero, invece, subito rimanda al nostro mai sopito fascismo: alle “faccette”, alle “camicie”, all’ostentata onda nera che attanaglia l’Italia e l’Europa. Eppure quel colore bellissimo, e il mondo che naturalmente evoca, è ancora un orizzonte possibile da vivere. Ma quante dicotomie porta con sé? L’Africa nera, misteriosa, pericolosa, pigra, a fronte dell’Europa bianca, efficiente, pulita, igienica, pura. E il Nero come viscerale, dionisiaco, il bianco come intellettuale e apollineo… Potremmo continuare per pagine e pagine. E dunque attorno al nero, in molte – certo non tutte – le sue declinazioni vogliamo ragionare e soprattutto agire. Ecco dunque Black is the colour.
Si tratterebbe, insomma, ora più che mai, di affrontare la questione di cui sopra e, come si diceva, provare a immaginare risposte alternative al razzismo, ossia modelli sociali diversi, di accoglienza e di integrazione, di apertura e di discussione, assolutamente in controtendenza rispetto a quanto esprime la cosiddetta “pancia del paese”.
Se l’arte e la cultura – e il teatro, la danza, la musica, il circo, la poesia, la letteratura, la critica… – hanno un compito possibile è proprio quello di scardinare le credenze consolidate, di smontare i luoghi comuni, di abbattere gli stereotipi non proponendone altri (non si combatte un cliché con un altro cliché) semmai semplicemente aprendo i “possibili”, creando ponti, favorendo la dialettica e l’ascolto.
Impresa utopica, come è evidente: ché Sisifo in Italia è di casa, cittadino onorario, patrono delle tante cause “perse” che puntellano il fragile equilibrio nazionale. Pare proprio di spalare, sempre di nuovo, l’acqua col forcone da queste parti. Eppure non si può far finta di nulla, star fermi o in silenzio.
Meritano le iniziative come quella voluta da ALDES per luglio: Duran Adam, lo “stare in piedi”, naturale evoluzione e specificazione dei Dance Club (http://spamweb.it/), che si apre a un confronto sistematico con le culture africane, ma non solo, proprio per sondare prospettive di integrazione. È una (bella) iniziativa, fortunatamente non l’unica, ma anzi una delle tante che comunque animano il nostro paese e la nostra scena. Tra difficoltà, economie sempre ridotte all’osso, a volte addirittura ostilità, c’è ancora chi si impegna per declinare l’arte e la scena verso quelle dinamiche di socialità e condivisione, che riteniamo assolutamente fondamentali e che danno senso ulteriore al nostro teatro e alla nostra danza. E forse vale la pena ricordare, ogni volta, che Peter Brook non appena insediato alle Bouffes du Nord, partì per un viaggio di tre anni in Africa con tutto il suo meraviglioso gruppo di attori: per cercare, diceva più o meno, i punti di contatto, quello che unisce “me” e “te”, attraverso il teatro.

Allora, proviamo anche noi, su queste pagine, a fornire spunti di riflessione. Abbiamo voluto dare voce a quanti si sono confrontati e si confrontano, con il “Black”.
A partire dalle immagini della fotografa Lucia Perrotta (http://www.luciaperrotta.com) che accompagnano questo numero: il nostro giornale, abituato benissimo grazie agli scatti di Nicola Tanzini, si apre in questa occasione dedicata principalmente all’Africa e al mondo Black, alle opere di Lucia Perrotta. Nata a Roma, Perrotta è fondatrice del collettivo di fotografi di reportage WSP e si concentra principalmente su progetti fotografici che esplorano la ritualità nelle sue forme popolari, pagane, religiose e nei suoi significati socio-antropologici. Il suo sguardo intenso coglie dettagli, particolari, uomini, donne bambini sospesi in istanti di vita quotidiana. Sono storie che travalicano l’immagine. Ogni fotografia, dice il filosofo Georges Didi-Huberman, racconta molto di più di quel che mostra: e a percorrere con lo sguardo le immagini di Perrotta possiamo avvertire il senso, il calore, la grana, la profondità di esistenze, di un mondo non così lontano.

Dunque, per parlare di Black non possiamo non partire da una costatazione: il cielo nero sopra di noi. Ci incantiamo con le stelle, certo, ma il fisico Marco Montuori ci racconta quanto l’universo stesso sia “nero”. Secondo le più recenti teorie, infatti, l’universo è decisamente “oscuro”, a quanto pare composto per il 96% (poco più del nostro novantatre) di qualcosa che non vediamo. Un ribaltamento di prospettiva come quello che suggerisce Marco Martinelli, regista e drammaturgo che per noi si mette sulle tracce di Atena Nera: la grande dea ha origini africane, ci spiega Marco, evocando gli studi dello storico Martin Bernal. Con Ermanna Montanari e il Teatro delle Albe, Martinelli è stato un antesignano del confronto con i flussi migratori. Già a metà degli anni Ottanta, invocava un teatro “politttttttico”, con sette t, che sapesse anche dialogare con l’Africa. Ricordo RUH-Romagna + Africa uguale, spettacolo in cui un Griot e un Fuler, il cantastorie senegalese e il cantastorie romagnolo, dividevano la scena. E da quegli anni, le Albe non hanno mai abbandonato il loro impegno africano, fino a contribuire all’apertura di un centro di ricerca teatrale a Dioll Kadd, in Senegal, grazie all’impegno di un attore del calibro di Mandaye N’Daye, indimenticabile Papà Ubu, prematuramente scomparso.
E in questa riflessione sul Nero come Altro, ci è sembrato imprescindibile appellarci a uno dei nostri maggiori antropologi della cultura, artefice di un’antropologia attiva, partecipante, come Massimo Canevacci. Raccontando di “Antropofagie e trasfigurazioni” presso la tribù amazzonica dei Bororo, già profondamente studiata da Claude Lévi-Strauss, Canevacci svela i cambiamenti di quel mondo, e del rapporto tra l’antropologo “esploratore bianco e tecnologico” e i presunti “primitivi”. Canevacci analizza «l’importanza fondamentale del linguaggio del corpo, in un contesto ben diverso da una città come Roma. Quando ho partecipato al primo Funeral Bororo, ho scoperto che non solo i corpi ma anche e soprattutto le ossa e il teschio del morto parlavano». E «sospesi tra skin e screen» capiamo quanto quei corpi Bororo raccontano, al pari di quelli africani o europei.

Così, non potevamo non agguantare l’opportunità per fare una veloce disamina sulla danza, in particolare sulla danza cosiddetta “afro”: grazie all’incontro tra Dario La Stella e la coreografa e studiosa Cristiana Natali giungono spunti di riflessione importanti, mentre Valeria Vannucci fa il punto sul lavoro della coreografa Simona Bertozzi con migranti e richiedenti asilo.
E siamo anche voluti andare direttamente alla fonte, ossia al cuore d’Africa, a Dakar, grazie al racconto di Andrea de Georgio, che ha visitato la Biennale d’arte: per capire assieme a lui quale sia la produzione, quali i temi affrontati dall’arte contemporanea africana e dai suoi maggiori artisti e con quali esiti.
Ma Black, si sa, fa rima con “Music”. Delle evoluzioni (o involuzioni?) della musica nera ai tempi di Trump parla il musicologo Enrico Bettinello, mettendo in fila Kendrik Lamar, Childish Gambino, Ornette Coleman, Art Ensamble of Chicago, Wynton Marsalis e l’hip hop. Con una certezza: «le musiche nere portano con sé, come una pasta madre, questo germe dello spostarsi, dell’essere altro. Forse per questo non smettono di esercitare una forza quasi magnetica nel cuore della cultura di oggi».
Last but not least, in questo ventaglio di ipotesi, di ragionamenti e di discorsi, non potevamo non soffermarci sul “look total black”. Questione di moda? Non solo: Margherita Dellantonio racconta quanto, dietro una semplice t-shirt nera, ci siano storie infinite.

Avremmo voluto, infine, affrontare il tema del teatro post-coloniale, ossia di quella produzione teatrale che nasce e si sviluppa in territori che hanno subito la piaga della colonizzazione europea. Seguire Awam Amkpa quando afferma: «In gran parte del mondo colonizzato, essere formalmente educato significa una simultanea subordinazione all’esistenza di due mondi paralleli – il primo è uno spazio globalizzato e un sistema di conoscenza che deriva direttamente dall’Europa, e l’altro è uno spazio locale frammentato da continui assestamenti interni provocati da forze e masse esterne. Una topografia culturale così caratterizza le colonie rappresentandole adesso moderne e tradizionali, indigene e straniere, eurocentriche e aliene». Un mondo in cui il teatro «luogo di frammentazione dell’identità», può diventare e per molti autori sta diventando, il «luogo dove questi frammenti possono essere finalmente re-inventati, liberi dall’influenza coloniale e dove evidenziare l’azione di un attivismo sociale e culturale delle società post-coloniali». Teatro che vari drammaturghi come Wole Soyinka, Femi Osofisann, Ngugi wa Thiong’o e Ama Ata Aidoo usano come mezzo per trasformare il teatro stesso in un’arena di traduzione e contestazione.
Ma qui ci saremmo spinti verso i territori di una pratica creativa eminentemente teatrale, che è fatta di comunicazione per lo più scritta (ossia verbale). Cosa che ci porterebbe troppo lontano dalle fondamenta “non verbali” su cui riflette novantatrepercento…