L’improvvisazione? Una questione di musica

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di Claudio Morganti

ph Nicola Tanzini

Sono attratto dall’improvvisazione per via di qualcosa che a mio avviso, ha grande importanza. Si tratta di una freschezza, di una qualità particolare, che si può ottenere solo improvvisando; qualcosa che sfugge alla scrittura. Ha qualcosa a che fare con l’idea di ‘limite’. Stare sempre sul confine dell’ignoto pronti al salto. E quando si parte, dietro ci sono tutti gli anni di preparazione e si è ricchi della propria sensibilità ma è sempre un salto nell’ignoto. Se con quel salto si trova qualcosa, allora quello ha per me un valore più grande di qualsiasi cosa si possa preparare. Quello che si scrive serve ad arrivare con certezza a quel punto di modo che sia possibile poi trovare il resto. In realtà è proprio il resto ciò che mi interessa veramente. (Steve Lacy)

Che cos’è l’improvvisazione? Potremmo dire, per esempio, che improvvisazione è quando la composizione e l’esecuzione coincidono. Quando sono cioè, la stessa cosa. Quando non c’è più divario alcuno tra l’atto del comporre e l’atto dell’eseguire. Questa è una definizione semplice. Poco poetica forse, ma abbastanza chiara.
Quando dico “composizione ed esecuzione” è evidente il riferimento alla mondo della musica.
Sono i musicisti gli artisti che hanno o possono aver a che fare in maniera diretta e importante con il concetto e la pratica dell’improvvisazione.
Ve ne sono addirittura alcuni che fanno aderire l’idea stessa di musica con l’idea di improvvisazione e non solo singoli musicisti ma intere culture musicali. Dunque: la composizione e l’esecuzione coincidono. Potrei anche fermarmi qui con le definizioni, invece vorrei provare a complicare la questione con qualcosa di più tortuoso (virando nella zona del teatro si entra nel torbido).

La scena teatrale è fatta di relazioni (dico qui per inciso che relazione, per quel che riguarda il teatro è parola chiave), relazioni tra le persone (o attori se si preferisce) e tra persone e cose, cose fisse o mobili, silenziose o sonore.
Il ritmo, per esempio, può essere inteso come “relazione tra stati di moto e stati di quiete”. Possiamo allora dire che l’improvvisazione in teatro è la capacità di comporre all’impronta, utilizzando stati di movimento e stati di quiete e possiamo aggiungere che è contemporaneamente, la creazione e la distruzione di una scrittura che non è stata scritta in precedenza.

Ecco, potremmo andare avanti, continuando a complicare un’idea così semplice (semplice ma molto equivocabile!) quale è l’idea di improvvisazione. Io ne sarei anche tentato, ma va detto, per correttezza, che forse non è poi così legittimo definire l’improvvisazione.

Derek Bailey (chitarrista) afferma che …qualsiasi tentativo di descrivere l’improvvisazione ne fornirà un’immagine falsa, perché c’è qualcosa di sostanziale, nell’improvvisazione volontaria, che si oppone agli scopi della documentazione e ne contraddice l’idea stessa.

Ma subito dopo ne dà invece una definizione molto interessante: possiamo considerare l’improvvisazione come la celebrazione dell’attimo.

Io amo citare questa affermazione quando voglio parlare del teatro. Ma posso dirlo? Può essere vero in qualche modo? Posso dire il teatro è la celebrazione dell’attimo? Posso dire che la scena è il luogo dove si celebra l’attimo?

Quando (troppo spesso e volentieri) andiamo parlando di “qui ed ora”, non è proprio questo che vogliamo dire? Io invito sempre a riconsiderare il concetto di “qui e ora”. E’ una formula fortunata, una buona sintesi che pare rendere l’idea, ma che troppo spesso viene detta senza esser pensata.
Perché “qui e ora” di per se, non vuol dire niente. Ogni momento vissuto in un qualsiasi luogo è un qui e ora! Dovremmo piuttosto chiederci: ma che cos’è che dovrebbe accadere qui e ora? Non dovrebbe essere forse una nascita? Un improvviso attimo che prima non esisteva?

Davide Sparti in un suo saggio sul jazz (e dunque sull’improvvisazione) dice: “Lo scopo decisivo dell’improvvisazione non consiste nel produrre opere ma nel generare inizi”. Questo è molto importante, poiché richiama immediatamente una delle riflessioni più intense e pertinenti che siano state fatte sul teatro.
Julian Beck dice che il teatro è come “Il respiro di un bambino appena nato (che si contrappone al silenzio invadente della morte ecc.)”.
Ora io credo che non ci si riferisca alla qualità di quel respiro ma al il fatto che si tratta di un respiro che ha un inizio: è un respiro che prima non c’era e comincia ad esistere in un istante preciso e non sappiamo quale sarà la sua qualità e la sua durata. Nascere non è di per sé una nascita. La vita inizia quando inizia il respiro.


Torniamo alla musica. Improvvisazione, non è strimpellare a caso uno strumento. Per gli organisti, per esempio, è materia di studio. E la capacità improvvisativa di un organista ne determina in buona parte il valore.

Stephen Hicks (organista) afferma: Non si dovrebbe riascoltare un’improvvisazione.
(dunque non andrebbe registrata!).
Si tratta di qualcosa che, se fosse possibile, si dovrebbe ascoltare, apprezzare o non apprezzare e quindi dimenticare del tutto.

Perché non si pratica l’improvvisazione in teatro così come la si pratica in musica?
C’è una risposta lapalissiana: perché sono due arti diverse ed è dunque impossibile praticarla nello stesso modo. Ovvio.

In genere il motivo che noi teatranti adduciamo è che non abbiamo né una grammatica né una scrittura specifica (quale invece possiede la musica). E’ pur vero che anche noi scriviamo. Scriviamo testi (che generalmente confondiamo con la drammaturgia), ma abbiamo come scopo primario, soprattutto l’autonomia di questi testi. Cioè una sorta di letteratura per la scena che possa però anche essere letta indipendentemente dalla scena. Che sia, cioè, “pubblicabile”. Una specie di partitura che gli attori devono eseguire.

Evan Parker (sassofonista), sulla scrittura in musica: Ho sempre considerato la partitura, come qualcosa da guardare per poi rifletterci su. L’amatore di musica potrebbe semplicemente leggersi la partitura. Se si obbietta che questo è un atteggiamento troppo povero di emozioni, posso replicare che anche la partitura in se è troppo povera di emozioni. Sarebbe più appropriato considerare la produzione di partiture come una branca esoterica delle arti letterarie piuttosto che qualcosa che ha a che fare con la musica.

Ancora una domanda: è possibile scrivere per il teatro qualcosa che possa far arrivare l’attore con certezza fino al limite del conosciuto e che gli permetta poi di tentare il salto nell’ignoto?
(Per me la risposta è si, purché si scrivano copioni e non testi! Copioni intesi come dettagliati canovacci.)

L’improvvisazione in teatro viene usata (a porte chiuse) generalmente come strumento, come una specie di grimaldello. Un espediente che può permettere di trovare qualcosa di interessante e che, una volta trovato, viene poi inevitabilmente “fissato”.

Eddy Prevost (batterista): Non c’è niente di più morto dell’improvvisazione di ieri.

Penso che trovare prima, imbalsamare e mostrare dopo sia un’ attività necrotica, un lavoro da tassidermisti. Siccome so bene che la parola improvvisazione crea scompiglio (l’accademia inorridisce e si pensa subito all’happening!) preferisco, per quel che riguarda il teatro, parlare di sottile linea improvvisativa, ma da praticare in pubblico (come fanno i musicisti), a partire da una scrittura molto rigorosa.
Una scrittura tesa a favorire sortite in territorio sconosciuto e che permetta rapidi rientri in ciò che si conosce (che tenda dunque alla scena e non alla stampa!).

Diciamola in quest’altro modo: nella preparazione di uno spettacolo, ho individuato e costruito un percorso, di quest’ultimo so moltissime cose, perché lo sto frequentando da mesi, forse da anni; diciamo che nessuno sa più cose di me rispetto a quel percorso.
Bene. Ora qual è il mio compito? Mostrare agli spettatori tutto quello che so o tentare, grazie a tutto quello che so, di scoprire in loro presenza qualcosa che ancora non so? Che senso ha mostrare ciò che si sa e basta, mi chiedo?
(Mostrare ciò che si sa è una specie di ostensione di reliquia. Capisco che possa essere una reazione naturale alla volatilità e volubilità, al capriccio, al mistero e all’indeterminazione del teatro, ma non dovremmo averne paura!).

Il ritmo della scena è una relazione tra stati di movimento e stati di quiete.

Dunque noi attori dovremmo essere disposti e quanto più possibile abbandonati ad una sempre nuova costruzione del rapporto ritmico, determinando condizioni di incertezza, spaccature, che possono favorire sporadiche apparizioni di quelle parti di noi che poco conosciamo (e questo ha a che fare con ‘l’inciampo’, di cui parlava Eduardo, ma anche Carmelo Bene).

E’ l’inconscio che crea (E. Vachtangov)

E ancora Steve Lacy: C’è gente ossessionata non tanto dall’idea di conservare quanto dal chiodo fisso di perfezionare. C’è chi cerca di organizzare perfettamente i vecchi schemi e questo per loro è progresso.

Per conto mio sono abbastanza convinto che attraverso la pratica dell’improvvisazione si possono attraversare stati di grazia.

L’improvvisazione, o meglio la sottile linea improvvisativa, può essere terreno di esperienza comune, poiché è un’attività rischiosa, incerta, che non può garantire nulla, ma che è ricerca sul campo, indagine di temi che deve essere effettuata in presenza e con l’assistenza del pubblico.
Ed è questione soprattutto musicale, di ritmo e movimento.
Si tratta infatti di costruire ritmo e giocare con la grana della voce (quindi con i timbri del proprio strumento).
Ritmo e grana costituiscono il ‘corpo sonoro’. Il corpo sonoro dell’attore esce in campo aperto, in territorio sconosciuto, in costante movimento, alla ricerca di possibili risonanze e luoghi in cui poter
sostare per un attimo (così da poterlo finalmente celebrare quell’attimo!). E’ l’ invenzione di un ritmo che pur non conoscendosi crea costantemente se stesso. L’improvvisazione permette di non ripetere.

A questo proposito, una buona sintesi la raggiunge il polistrumentista americano Yusef Lateef. Lui diceva: “Se si prova troppo, va a finire che ci si ripete”.

L’improvvisazione, dunque, non è l’ ‘improvvisata’, cioè quella cosa che si fa così, come viene viene. Per tentare quel salto è necessario partire da una base di preparazione solida e rigorosissima.
E quella ‘sottile linea improvvisativa’ possiamo provare a visualizzarla nel seguente modo: questa sera faccio il mio spettacolo, domani sera replico lo stesso spettacolo, cercando di ripetere gli stessi toni, le stesse pause, la stessa qualità di movimento.
Bene, se potessi sovrapporre la mia immagine di stasera a quella di domani sera, la linea di contorno non coinciderebbe mai esattamente, sarebbe naturalmente una linea sfocata, dubbia, incerta. Ecco, quella linea è già improvvisazione, anche nel tentativo della identica replica, dunque perché non prenderne atto e trovare modi per lavorare al suo interno?
Se è vero che in teatro è impossibile replicare esattamente, significa che c’è un margine d’improvvisazione immanente all’atto del recitare (ri-citare).
E se questo è vero, allora quella linea sfocata è proprio un elemento specifico, forse assoluto, dell’arte del teatro.

Claudio Morganti

Ligure, allievo di Carlo Cecchi, nel 1979 forma con Alfonso Santagata la compagnia Santagata-Morganti, di cui ricordiamo la messa in scena de Il calapranzi di Harold Pinter con la regia dello stesso Cecchi (premio della critica e premio Ubu). Dal 1993 ha fondato una propria compagnia iniziando un percorso personale sull’opera di Shakespeare, Beckett, Pinter.
Per anni, con Rita Frongia, ha lavorato intorno all’opera di Buchner.
Nel 2006 fonda il “Libero Gruppo di studio d’Arti Sceniche”.Vi prendono parte una trentina di artisti della scena. Il lavoro del gruppo è di ordine prevalentemente teorico. Tutt’oggi si riunisce periodicamente. Pubblica il “Serissimo metodo Morg’hantieff per attori e spettatori”
Riceve il Premio speciale Carmelo Bene, Lo straniero 2010. Nel 2012 riceve il premio Ubu.
Altre produzioni: Mit Lenz, La vita ha un dente d’oro, Freier klang, Recita dell’attore Vecchiatto (con Elena Bucci). Attualmente crea orecchini e pensa ai canti orfici di Dino Campana.