Non è qui il centro del mondo. Uno sguardo differente sulla cultura, l’informazione e la politica dell’Africa occidentale

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di Andrea Porcheddu

Milano, ph Alessandra Moretti

Poco tempo fa è passato per Roma uno degli ultimi lavori del regista svizzero Milo Rau (La Reprise, al RomaeuropaFestival), ormai acclamato capofila di un nuovo, potente, teatro politico capace di indagare con cinica determinazione alcune tra le più pesanti pagine della storia recente. Non sto qui a riassumere La Reprise, che meriterebbe attenzione e analisi critica tale da allontanarci dalla nostra prospettiva, ma c’è un passaggio, nello spettacolo, particolarmente divertente e significativo. O forse significativo perché “divertente”.
La scena presenta una sorta di provino per attori. Ed è il turno di un attore “di colore”, al quale viene chiesto: “da dove vieni”. Una domanda che agli attori “bianchi” prima di lui non era stata fatta. L’attore, sorridendo, parlando perfettamente francese, dice di venire da Lille (o non mi ricordo dove), ma l’esaminatore insiste: sì, ma da dove vieni. E lui ancora: sono nato e vissuto a Lille in Francia, vengo da lì.
La questione va avanti sino a che l’attore non dice quel che l’esaminatore vuol sentirsi dire: la mia famiglia è originaria del Benin. E ammette: ormai nessuno cerca più un “attore”, semplicemente. Semmai si cerca un “arabo”, un “africano”, qualcuno che parli con accento da “immigrato” e il giovane interprete deve, volente o nolente, adeguarsi. Ecco, Milo Rau, con la sua sapienza teatrale, ci provoca, sa bene come suscitare domande: la scena ci sembra “divertente”, sorridiamo complici, ma dovremmo semmai indignarci, e non lo facciamo. Quella semplice sequenza è nodale per capire la questione dell’immigrazione a teatro, in scena ma non solo. Perché la tendenza, ormai rinfrancata da una enorme campagna di indottrinamento mediatico-politico, è di “bollare” l’immigrato a quel ruolo, a quella esistenza. Non una “persona”, e nel nostro caso non un “attore”: ma qualcuno che non può uscire dal cliché, con tutto il portato di pregiudizi e resistenze e paure che oggi tanta politica getta sul fuoco già ardente del razzismo italiano.

Allora è interessante riprendere, qui su questo numero “speciale” di Novantatrepercento, i temi emersi al convegno organizzato da ALDES la scorsa estate. Un momento di riflessione e confronto, che si accompagnava a concerti, spettacoli, laboratori, in cui parlare proprio di immigrazione. E vale la pena partire dalle parole emblematiche di Raffaello Zordan, giornalista in una delle testate da sempre in prima linea su questi temi, Nigrizia. Dice Zordan: «Noi cittadini italiani (ed europei) non siamo il centro del mondo. Dovrebbe essere una consapevolezza logica e diffusa. Ma non è così perché ci illudiamo che tutto ruoti intorno a noi e non ci accorgiamo, invece, che sappiamo poco di quello che accade nel mondo, specie nel Sud del mondo. Una delle ragioni di questo deficit di percezione sta nella qualità dell’informazione alla quale attinge il grosso della popolazione».
La questione è allora, e ancora, quella dell’eurocentrismo, che possiamo declinare anche dal punto di vista culturale. Il nostro sguardo – spesso anche quello dei professionisti della cultura – è blasé, condiscendente, sempre un filino superiore alle culture altrui. Figuriamoci, “gliel’abbiamo portata noi, la cultura”. Lo sentiamo dire, no?
E invece cosa sappiamo, ma davvero, di quanto accade in Benin, o in Costa d’Avorio, in Senegal o in Sudafrica?
Quali musiche, quali libri, quali spettacoli vivono in quei paesi? Che artisti ci lavorano? Abbiamo voglia, o meglio: gli italiani hanno voglia di scoprirlo? Sono curiosi abbastanza?

È vero, ha ragione Zordan quando sottolinea che «Chi segue quotidianamente le vicende dei 54 paesi africani sa bene che molti quotidiani – da Avvenire al Sole 24ore, dal Manifesto a Repubblica e al Corriere, per non dire dei settimanali e delle riviste specializzate – forniscono analisi e racconti approfonditi di ciò che avviene in questa o quell’area del continente, consentono cioè di entrare nel merito dei problemi». Dunque gli strumenti ci sarebbero, basterebbe seguirli.
Anche per il teatro (o per la danza, la musica) basterebbe fare lo sforzo di superare la prima impressione, il cliché appunto, e andare oltre.
È quanto prova a fare, ad esempio, Annamaria Gallone, che da trenta anni si occupa di cinema africano eppure ancora oggi si interroga su cosa significhi l’espressione “cinema africano”. Dice Gallone: «Questo comun denominatore mi è sempre sembrato assurdo perché raduna un insieme di culture molto diverse tra loro, modi di espressione diversi e quindi non è assolutamente valido. Il cinema del Maghreb è completamente diverso da quello dell’Africa occidentale e completamente diverso da quello dell’Africa orientale o Australe: si perpetua quindi un abuso di linguaggio… Non bisogna pensare che l’Africa sia un mondo a parte, arretrato come molti stereotipi fanno pensare… Attraverso il cinema possiamo dare idea non solo della cultura africana, ma di quella che è la potenzialità, il fervore dell’Africa oggi. Questa cinematografia ha varie funzioni. Anzitutto, un’opera d’arte è un’opera d’arte a prescindere dalla nazionalità; è assoluta, e quindi in questo modo deve essere fruito questo cinema. La seconda funzione è quella di conoscere le culture dell’Africa che attraverso il cinema ci vengono raccontate. La terza quella di capire questo momento tragico che stiamo vivendo, una sorta di nuovo olocausto».
D’accordo sembra essere Jean Leonard Touadi, che evoca un altro cliché, quello dell’Africa Misteriosa: «Dal dibattito pubblico degli ultimi anni, mesi, ore, l’Africa è assente. Eppure ci sarebbe stato e ci sarebbe soprattutto oggi bisogno di affinare i nostri strumenti di conoscenza, di costruire un alfabeto personale e collettivo per guardare a questo continente, che pur essendo così vicino a noi è rimasto per secoli, se non millenni, la “terra incognita” per eccellenza. Nell’antica Roma l’Africa era una sorta di nebulosa epistemologica, qualcosa che non soltanto non poteva essere conosciuta “oggi”, ma che sarebbe rimasta sconosciuta per sempre». Invece, citando Hamidou Kane, conclude la sua appassionata analisi, con una considerazione: il nostro spazio, ormai, è necessariamente uno spazio euro-africano, e «questo spazio euro-africano ha bisogno di demiurghi, cioè di gente che lavori affinché sia fatto di ponti, e non resti il gigantesco cimitero a cielo aperto nel quale, oggi, si è trasformato il Mediterraneo».
Interrogare lo spazio euro-africano, allora, significa porre al centro le tante, diverse, culture africane. Come fa Itala Vivan, prendendo spunto da favole tradizionali o opere letterarie, chiamando in causa uno scrittore e intellettuale come Ken-Saro Wiwa.
Questo interrogare continuo spinge allora a essere costantemente informati: già le cose sono cambiate, dall’estate passata in cui prendeva vita il convegno alle fredde giornate di inverno. È di dicembre la notizia che il Mibac non ha rinnovato il sostegno al progetto Migrarti. La decisione era nell’aria, era banalmente prevedibile. Migrarti – un progetto per l’inclusione e il multiculturalismo, destinato all’integrazione, alla condivisione creativa, alla riflessione pratica sulla migrazione – semplicemente funzionava, ma andava, per senso ed esiti, esattamente in controtendenza rispetto alle narrazioni governative dominanti. E così si taglia, banalmente. Di fatto, Migrarti, nella sua complessità, non “costava” nemmeno troppo alle casse dello Stato, anche perché il finanziamento, a ricaduta, serviva anche a far lavorare i “giovani italiani” tanto cari al nostro Salvini. Quanta gente (italiani) si dedica, con coraggio, altruismo, professionalità, all’accoglienza? Quante persone, uomini e donne (italiani) lavorano seriamente per mutare una “emergenza” in un modello sociale compatibile con il futuro?
Sappiamo, però, come è andata a finire a Riace.
Ecco, le mille contraddizioni del continente africano ci obbligano a pensare: solo riflettendo seriamente su questi temi si può ipotizzare una comunità futura, un incontro che non sia scontro, un confronto che sia fatto di ascolto e dialogo.
Il nostro strampalato Paese ha già fatto, in passato, i conti con la negazione dei diritti, con il razzismo, con la legge del ducetto di turno che strillava più forte. Ha già fatto i conti con il fascismo. Ne siamo usciti una Repubblica certo perfettibile ma viva e vera, sancita da quella Costituzione che dice, tra l’altro: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Riflettiamoci: parlando degli “Altri” possiamo forse capire meglio qualcosa di noi.