Tutti pazzi per la comunicazione corporea

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di Marino Bonaiuto

Lo studio scientifico della comunicazione corporea, o comunicazione non verbale come spesso è stata etichettata, data almeno dalla metà del secolo XIX. È però possibile trovare riflessioni, analisi e studi eccellenti in tutte le epoche storiche, almeno a partire dalle considerazioni dei filosofi sofisti e quindi approssimativamente da almeno 2500 anni a questa parte. Nell’arco dei secoli lungo questi due millenni e mezzo circa si sono cimentati, con i misteri e le potenzialità della comunicazione corporea, alcuni dei massimi ingegni umani, dai grandi filosofi dell’antichità classica greca e latina, ad artisti come Leonardo, a letterati come Goethe; ma non sono mancati studiosi di politica, di medicina, di biologia, interessati a comprendere le caratteristiche e le funzioni della comunicazione corporea. È solo grazie all’avvento della mentalità illuminista prima e all’approccio positivista poi, che nell’arco del XIX secolo si concretizzano contributi più vicini al nostro modo contemporaneo di costruire la conoscenza dei fenomeni in modo scientifico. Possiamo, a titolo esemplificativo, ricordare qui un paio di esempi: Charles Darwin nel 1872 con il volume su L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali fornisce un ottimo esempio di un approccio scientifico di tipo biologico che contemporaneamente cerca sia di descrivere la comunicazione corporea nelle sue caratteristiche, sia di comprenderne le funzioni per il singolo organismo e per le comunità più allargate. Egli lo fa prendendo in particolare in esame un aspetto tra quelli possibili, vale a dire l’espressione delle emozioni, e in particolare come ciò avvenga per il tramite dei muscoli facciali e delle risultanti espressioni del volto. In quello stesso periodo un canonico campano, Andrea De Jorio, nel 1832 con La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano compie un’analoga operazione muovendo però da un approccio scientifico di stampo più etnografico-antropologico e per descrivere le modalità e comprendere le funzioni dei gesti delle mani nella popolazione napoletana.
Questi due soli esempi già ci aiutano a comprendere alcune questioni importanti per lo studio scientifico moderno della comunicazione corporea. Anzitutto essa viene affrontata da discipline diverse e differenti possono essere alcune assunzioni su processi generali sottostanti la formazione e il funzionamento della comunicazione corporea in ciascuno di noi e nelle diverse epoche, culture e società. Da un lato un approccio di stampo più biologico teso a cogliere invarianti universali che cioè mostrino come alcune caratteristiche e funzioni della comunicazione corporea siano presenti sempre e comunque nelle diverse persone al di là delle epoche, delle culture, delle società. Dall’altro un approccio di stampo più etnografico-antropologico-sociologico teso a cogliere come tali caratteristiche e funzioni siano invece relative poiché mutano attraverso epoche, culture, società. Dalla fine del XIX secolo in poi sino a oggi ritroviamo entrambi tali istanze negli studi psicologici che affrontano tali temi, con un’enfasi talvolta più universalista talaltra più relativista. Alcuni risultati peraltro parlano in favore di alcuni universali culturali, mentre altri mostrano relatività e diversità al variare dei contesti. Un buon esempio può essere dato dalle espressioni facciali delle emozioni: un secolo dopo Darwin, alcune sue conclusioni sono state sottoposte al vaglio di esperimenti rigorosi e oggi possiamo concludere che con un buon margine di certezza vi sono alcune espressioni facciali che vengono prodotte e riconosciute da persone che appartengono a culture, lingue, società ed epoche diverse (le cosiddette espressioni fondamentali cioè gioia, tristezza, paura, rabbia, stupore, disgusto). Nel contempo però sappiamo ad esempio che le modalità di gestione o le convenzioni sociali che regolano l’espressione di tali emozioni variano grandemente tra le persone (differenze individuali) e tra gruppi e culture diversi (differenze sociali e culturali). Lo studio scientifico della comunicazione corporea è in costante tensione tra evidenze che rappresentano degli universali culturali ed evidenze che mostrano la specificità contestuale della comunicazione corporea.
Vi sono alcuni punti fermi sui quali la comunità scientifica in ambito psicologico, con anche una buona dose di validità trans-disciplinare, converge. Uno di essi riguarda gli aspetti per così dire strutturali, cioè quali siano le caratteristiche o le componenti, insomma i vari parametri della comunicazione corporea. Possiamo elencarli in termini di categorie generali come segue descrivendo una sorta di repertorio della comunicazione corporea.


 1 Aspetto esteriore

1.1 Conformazione fisica (comprende i diversi aspetti più o meno permanenti, che mutano solitamente nel lungo periodo o a causa di interventi straordinari)
1.2 Abbigliamento (comprende quegli aspetti che mutano nel brevissimo periodo)


 2 Comportamento spaziale

2.1 Distanza interpersonale (le diverse distanze che possono essere presenti tra le persone)
2.3 Orientazione (quale parte del proprio corpo viene orientata rispetto al corpo altrui)
2.4 Postura (la posizione assunta dal corpo nello spazio e dalle diverse parti del corpo tra loro)


3 Comportamento cinesico

3.1 Movimenti del busto e delle gambe (esistono tassonomie più o meno analitiche)
3.2 Gesti delle mani (esistono tassonomie più o meno analitiche)
3.3 Movimenti del capo


4 Volto

4.1 Sguardo e contatto visivo (punti e durata della fissazione, la scansione, e altri possibili aspetti)
4.2 Espressioni del volto (quali ad esempio le sei universali summenzionate)


 5 Segnali vocali

5.1 Segnali vocali verbali (tipicamente i tre parametri di tono, volume e velocità coi quali si pronunciano le parole)
5.2 Segnali vocali non verbali (tipicamente le altre vocalizzazioni che non rientrano nel linguaggio parlato)

Ciascuno di tali parametri è suscettibile di essere a sua volta suddiviso in tassonomie anche molto analitiche che consentono di identificare aspetti molto più specifici (per esempio, la categoria dei gesti delle mani può comprendere diverse sotto-categorie, a loro volta articolate in diverse sotto-sotto-categorie).
Per quanto riguarda le funzioni della comunicazione corporea, la faccenda è più complessa e l’accordo scientifico meno unanime, ma si possono comprendere diversi fini ai quali la comunicazione corporea risponde, come: Caratterizzazioni delle relazioni interpersonali; Presentazione di sé; Persuasione, dominanza, potere, status; Differenze individuali e di gruppo o categoria; Espressione e riconoscimento delle emozioni; Comunicazione degli atteggiamenti interpersonali.
Un altro aspetto molto importante riguarda il fatto se la comunicazione corporea sia volontaria e consapevole o meno. Possiamo in linea molto generale notare come in taluni casi sia pianificata e deliberata (si pensi per esempio alla scelta degli abiti per funzioni sociali), mentre in altri casi sia un processo automatico (si pensi alle  espressioni delle emozioni in alcuni casi o al mantenimento della distanza interpersonale ritenuta culturalmente e personalmente adeguata).
Un altro aspetto importante, spesso sottovalutato, è che la comunicazione corporea propria a un individuo abbia un’influenza sugli altri ma non sull’individuo stesso. Diversi studi anche relativamente recenti hanno dimostrato che invece la comunicazione corporea che adottiamo può avere un’influenza anche su noi stessi. Per esempio negli ultimi anni alcuni studi hanno dimostrato che le posture tipicamente associate a posizioni di dominanza e potere, non solo ci fanno percepire come tali dagli altri, ma producono in noi stessi effetti fisiologici compatibili con tali processi sociali, vale a dire ci fanno non solo vedere come persone più importanti agli occhi degli altri, ma contribuiscono a farci sentire a nostra volta più importanti, e così a infonderci sicurezza per portarci ad agire in modo più assertivo.
Ancora importante è il tema degli effetti di complementarietà e sincronia: ciò vale a dire che la nostra comunicazione corporea non dipende solo dal nostro stato interiore o dalla nostra volontà; essa molto spesso dipende anche da ciò che il nostro interlocutore fa. Possiamo quindi dire che la nostra comunicazione corporea è il risultato di tutte le forze in campo durante un’interazione sociale: il nostro tentativo di agire secondo una certa intenzione e volontà; ciò che siamo portati a fare tramite processi automatici dei quali non siamo necessariamente consapevoli; e il continuo aggiustamento che facciamo rispetto al nostro interlocutore, cosa che può portarci ad agire in modo complementare o simmetrico all’altro. Per esempio, a un interlocutore che si avvicina possiamo rispondere avvicinandoci a nostra volta (simmetricamente dunque) ovvero allontanandoci (in modo complementare quindi): a seconda del contesto e delle rispettive intenzioni dei due interlocutori, queste diverse comunicazioni corporee potranno avere diversi significati ed esiti per l’interazione in atto (si pensi per esempio al caso di una conversazione galante, o di un’accesa discussione conflittuale, o di un incontro d’affari).
Un altro aspetto importante riguarda la complessità degli effetti della comunicazione corporea: nella realtà di tutti i giorni infatti talvolta si possono sì verificare degli effetti semplici e diretti (cioè una certa comunicazione corporea genera un certo effetto nella persona che l’adotta o nell’altro che la recepisce) ma molto più spesso si tratta di effetti condizionati (cosiddetti “moderati”) o indiretti (cosiddetti “mediati”). Si tratta cioè spesso di costellazioni di fattori o di catene di fattori necessarie perché si abbia l’effetto della comunicazione corporea, ove cioè la comunicazione corporea gioca un ruolo perché agisce assieme ad altri fattori (siano essi corporei, o di contesto, o di interlocutore, ecc.). Connesso a ciò è il fatto che i diversi parametri della comunicazione corporea nella realtà coesistono e covariano: essi pertanto possono essere coerenti o discordi tra loro, ma anche sincroni o asincroni tra loro; nonché possono essere compresenti o meno rispetto al linguaggio verbale. Gli studi scientifici di tali situazioni sono più complessi ma molto importanti proprio perché – al di là degli effetti semplici e diretti che possono chiarire i meccanismi di base – questi effetti cosiddetti moderati o mediati consentono di approfondire la conoscenza di casi più specifici che corrispondono a ciò che nella maggior parte accade nella nostra realtà quotidiana. Vi sono ad esempio studi che mostrano come lo stesso messaggio persuasivo possa essere più efficace – nel convincere l’uditorio della bontà del messaggio trasmesso e/o della credibilità della fonte che lo trasmette – se la sua declamazione verbale viene accompagnata da alcuni specifici tipi di gesti delle mani e non da altri specifici gesti delle mani o da una loro assenza.
Si può infine ricordare come la comunicazione corporea venga analizzata nei suoi aspetti sia di “produzione” sia di “comprensione”: vale a dire, l’essere capace di produrre e/o di comprendere un certo parametro della comunicazione corporea. Ciò significa che non tutte le persone hanno necessariamente la medesima abilità nella produzione e/o nella comprensione (proprio così come non tutti parlano una lingua allo stesso modo). Un importante aspetto connesso a ciò riguarda la questione di come le persone “imparino” la comunicazione corporea: anche qui gli studi psicologici sono in grado di farci capire come certe abilità siano acquisite prestissimo dall’infante (se non addirittura dall’embrione in gestazione), mentre altre vengano acquisite solo molto tardi o – in taluni casi (per differenze individuali o per patologie cliniche) – anche mai ovvero possano degenerare e perdersi. Ciò riguarda anche il tema della possibile formazione al miglioramento e al mantenimento sia della comprensione sia della produzione di una comunicazione corporea completa e soddisfacente rispetto al contesto e alla cultura di riferimento.

di Marino Bonaiuto

Bonaiuto

 

Marino Bonaiuto, direttore CIRPA (Centro Interuniversitario di Ricerca in Psicologia Ambientale), Sapienza Università di Roma, Professore ordinario di Psicologia sociale (Facoltà di Medicina e Psicologia), Presidente CdS magistrale Psicologia comunicazione e marketing. Già direttore Dipartimento Psicologia Processi Sviluppo e Socializzazione, Sapienza (2006-2009); membro collegio docenti Dottorato ricerca Dipartimento; già membro di varie commissioni Sapienza, quali finanziamenti di Università, Ateneo Federato, Facoltà.
Principali expertise: psicologia ambientale; della comunicazione; del lavoro e delle organizzazioni. Società: AIP (Associazione Italiana di Psicologia, sezione di Psicologia sociale); IAPS (International Association for People-environment Studies); IAAP (International Association of Applied Psychology); EASP (European Association of Social Psychology).
Già Visiting Professor Université Paris Ouest (Giugno 2010) e in altre università; referee per riviste scientifiche; valutatore per finanziamenti di ricerca erogati da diversi enti.
Coordinatore Unità di ricerca progetti nazionali (PRIN, Ministero Università e Ricerca) e internazionali (EU 6° e 7° FP, H2020, Erasmus+) e per imprese private; autore di oltre 200 pubblicazioni e di oltre 170 contributi in convegni scientifici nazionali o internazionali.
Iscritto Ordine Psicologi Lazio, attività di consulenza professionale in psicologia del lavoro e delle organizzazioni (selezione, valutazione sviluppo, comportamenti organizzativi, comunicazione interpersonale e organizzativa) e in psicologia ambientale e architettonica (residenze, ospedali, uffici, scuole, natura).
Co-promotore e coordinatore del comitato organizzatore del 20° convegno internazionale della I.A.P.S. (Roma, 2008) e STEP3 Third Summer school on Theories in Environmental Psychology (Alghero, 2015).
Esperto collaboratore per stampa ed emittenti radio/TV, ad esempio: format Geo&Geo (RAI3), Mattino in Famiglia (RAI1), ospite fisso format Icone (RAI5, 2011-12).